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Alighieri, Dante – La Divina Commedia

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LA DIVINA COMMEDIA

DI DANTE ALIGHIERI

Incipit Comoedia Dantis Alagherii,

Florentini natione, non moribus.

La Divina Commedia
di Dante Alighieri

INFERNO

Inferno: Canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita

  mi ritrovai per una selva oscura

  che’ la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era e` cosa dura

  esta selva selvaggia e aspra e forte

  che nel pensier rinova la paura!

Tant’e` amara che poco e` piu` morte;

  ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

  diro` de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

  tant’era pien di sonno a quel punto

  che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al pie` d’un colle giunto,

  la` dove terminava quella valle

  che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle

  vestite gia` de’ raggi del pianeta

  che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta

  che nel lago del cor m’era durata

  la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata

  uscito fuor del pelago a la riva

  si volge a l’acqua perigliosa e guata,

cosi` l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

  si volse a retro a rimirar lo passo

  che non lascio` gia` mai persona viva.

Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso,

  ripresi via per la piaggia diserta,

  si` che ‘l pie` fermo sempre era ‘l piu` basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

  una lonza leggera e presta molto,

  che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

  anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

  ch’i’ fui per ritornar piu` volte volto.

Temp’era dal principio del mattino,

  e ‘l sol montava ‘n su` con quelle stelle

  ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

  si` ch’a bene sperar m’era cagione

  di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

  ma non si` che paura non mi desse

  la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse

  con la test’alta e con rabbiosa fame,

  si` che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

  sembiava carca ne la sua magrezza,

  e molte genti fe’ gia` viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

  con la paura ch’uscia di sua vista,

  ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual e` quei che volontieri acquista,

  e giugne ‘l tempo che perder lo face,

  che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

  che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

  mi ripigneva la` dove ‘l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

  dinanzi a li occhi mi si fu offerto

  chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

  <<Miserere di me>>, gridai a lui,

  <<qual che tu sii, od ombra od omo certo!>>.

Rispuosemi: <<Non omo, omo gia` fui,

  e li parenti miei furon lombardi,

  mantoani per patria ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

  e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto

  nel tempo de li dei falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

  figliuol d’Anchise che venne di Troia,

  poi che ‘l superbo Ilion fu combusto.

Ma tu perche’ ritorni a tanta noia?

  perche’ non sali il dilettoso monte

  ch’e` principio e cagion di tutta gioia?>>.

<<Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

  che spandi di parlar si` largo fiume?>>,

  rispuos’io lui con vergognosa fronte.

<<O de li altri poeti onore e lume

  vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

  che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;

  tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

  lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:

  aiutami da lei, famoso saggio,

  ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi>>.

<<A te convien tenere altro viaggio>>,

  rispuose poi che lagrimar mi vide,

  <<se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

che’ questa bestia, per la qual tu gride,

  non lascia altrui passar per la sua via,

  ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura si` malvagia e ria,

  che mai non empie la bramosa voglia,

  e dopo ‘l pasto ha piu` fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

  e piu` saranno ancora, infin che ‘l veltro

  verra`, che la fara` morir con doglia.

Questi non cibera` terra ne’ peltro,

  ma sapienza, amore e virtute,

  e sua nazion sara` tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

  per cui mori` la vergine Cammilla,

  Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccera` per ogne villa,

  fin che l’avra` rimessa ne lo ‘nferno,

  la` onde ‘nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

  che tu mi segui, e io saro` tua guida,

  e trarrotti di qui per loco etterno,

ove udirai le disperate strida,

  vedrai li antichi spiriti dolenti,

  ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

  nel foco, perche’ speran di venire

  quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

  anima fia a cio` piu` di me degna:

  con lei ti lascero` nel mio partire;

che’ quello imperador che la` su` regna,

  perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,

  non vuol che ‘n sua citta` per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

  quivi e` la sua citta` e l’alto seggio:

  oh felice colui cu’ ivi elegge!>>.

E io a lui: <<Poeta, io ti richeggio

  per quello Dio che tu non conoscesti,

  accio` ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni la` dov’or dicesti,

  si` ch’io veggia la porta di san Pietro

  e color cui tu fai cotanto mesti>>.

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Inferno: Canto II

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

  toglieva li animai che sono in terra

  da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

  si` del cammino e si` de la pietate,

  che ritrarra` la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

  o mente che scrivesti cio` ch’io vidi,

  qui si parra` la tua nobilitate.

Io cominciai: <<Poeta che mi guidi,

  guarda la mia virtu` s’ell’e` possente,

  prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvio il parente,

  corruttibile ancora, ad immortale

  secolo ando`, e fu sensibilmente.

Pero`, se l’avversario d’ogne male

  cortese i fu, pensando l’alto effetto

  ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale,

non pare indegno ad omo d’intelletto;

  ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

  ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,

  fu stabilita per lo loco santo

  u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,

  intese cose che furon cagione

  di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezione,

  per recarne conforto a quella fede

  ch’e` principio a la via di salvazione.

Ma io perche’ venirvi? o chi ‘l concede?

  Io non Enea, io non Paulo sono:

  me degno a cio` ne’ io ne’ altri ‘l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,

  temo che la venuta non sia folle.

  Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono>>.

E qual e` quei che disvuol cio` che volle

  e per novi pensier cangia proposta,

  si` che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io ‘n quella oscura costa,

  perche’, pensando, consumai la ‘mpresa

  che fu nel cominciar cotanto tosta.

<<S’i’ ho ben la parola tua intesa>>,

  rispuose del magnanimo quell’ombra;

  <<l’anima tua e` da viltade offesa;

la qual molte fiate l’omo ingombra

  si` che d’onrata impresa lo rivolve,

  come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema accio` che tu ti solve,

  dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi

  nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,

  e donna mi chiamo` beata e bella,

  tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi piu` che la stella;

  e cominciommi a dir soave e piana,

  con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,

  di cui la fama ancor nel mondo dura,

  e durera` quanto ‘l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,

  ne la diserta piaggia e` impedito

  si` nel cammin, che volt’e` per paura;

e temo che non sia gia` si` smarrito,

  ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

  per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata

  e con cio` c’ha mestieri al suo campare

  l’aiuta, si` ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

  vegno del loco ove tornar disio;

  amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando saro` dinanzi al segnor mio,

  di te mi lodero` sovente a lui”.

  Tacette allora, e poi comincia’ io:

“O donna di virtu`, sola per cui

  l’umana spezie eccede ogne contento

  di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

  che l’ubidir, se gia` fosse, m’e` tardi;

  piu` non t’e` uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

  de lo scender qua giuso in questo centro

  de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

  dirotti brievemente”, mi rispuose,

  “perch’io non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose

  c’hanno potenza di fare altrui male;

  de l’altre no, che’ non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua merce’, tale,

  che la vostra miseria non mi tange,

  ne’ fiamma d’esto incendio non m’assale.

Donna e` gentil nel ciel che si compiange

  di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,

  si` che duro giudicio la` su` frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando

  e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

  di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,

  si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

  che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

  che’ non soccorri quei che t’amo` tanto,

  ch’usci` per te de la volgare schiera?

non odi tu la pieta del suo pianto?

  non vedi tu la morte che ‘l combatte

  su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte

  a far lor pro o a fuggir lor danno,

  com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giu` del mio beato scanno,

  fidandomi del tuo parlare onesto,

  ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

  li occhi lucenti lagrimando volse;

  per che mi fece del venir piu` presto;

e venni a te cosi` com’ella volse;

  d’inanzi a quella fiera ti levai

  che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che e`? perche’, perche’ restai?

  perche’ tanta vilta` nel core allette?

  perche’ ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette

  curan di te ne la corte del cielo,

  e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?>>.

Quali fioretti dal notturno gelo

  chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca

  si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

  e tanto buono ardire al cor mi corse,

  ch’i’ cominciai come persona franca:

<<Oh pietosa colei che mi soccorse!

  e te cortese ch’ubidisti tosto

  a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto

  si` al venir con le parole tue,

  ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere e` d’ambedue:

  tu duca, tu segnore, e tu maestro>>.

  Cosi` li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Inferno: Canto III

Per me si va ne la citta` dolente,

  per me si va ne l’etterno dolore,

  per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:

  fecemi la divina podestate,

  la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

  se non etterne, e io etterno duro.

  Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

Queste parole di colore oscuro

  vid’io scritte al sommo d’una porta;

  per ch’io: <<Maestro, il senso lor m’e` duro>>.

Ed elli a me, come persona accorta:

  <<Qui si convien lasciare ogne sospetto;

  ogne vilta` convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto

  che tu vedrai le genti dolorose

  c’hanno perduto il ben de l’intelletto>>.

E poi che la sua mano a la mia puose

  con lieto volto, ond’io mi confortai,

  mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

  risonavan per l’aere sanza stelle,

  per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

  parole di dolore, accenti d’ira,

  voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

  sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

  come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,

  dissi: <<Maestro, che e` quel ch’i’ odo?

  e che gent’e` che par nel duol si` vinta?>>.

Ed elli a me: <<Questo misero modo

  tegnon l’anime triste di coloro

  che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

  de li angeli che non furon ribelli

  ne’ fur fedeli a Dio, ma per se’ fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,

  ne’ lo profondo inferno li riceve,

  ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli>>.

E io: <<Maestro, che e` tanto greve

  a lor, che lamentar li fa si` forte?>>.

  Rispuose: <<Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte

  e la lor cieca vita e` tanto bassa,

  che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

  misericordia e giustizia li sdegna:

  non ragioniam di lor, ma guarda e passa>>.

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

  che girando correva tanto ratta,

  che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venia si` lunga tratta

  di gente, ch’i’ non averei creduto

  che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

  vidi e conobbi l’ombra di colui

  che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui

  che questa era la setta d’i cattivi,

  a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

  erano ignudi e stimolati molto

  da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,

  che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

  da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,

  vidi genti a la riva d’un gran fiume;

  per ch’io dissi: <<Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume

  le fa di trapassar parer si` pronte,

  com’io discerno per lo fioco lume>>.

Ed elli a me: <<Le cose ti fier conte

  quando noi fermerem li nostri passi

  su la trista riviera d’Acheronte>>.

Allor con li occhi vergognosi e bassi,

  temendo no ‘l mio dir li fosse grave,

  infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave

  un vecchio, bianco per antico pelo,

  gridando: <<Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

  i’ vegno per menarvi a l’altra riva

  ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

E tu che se’ costi`, anima viva,

  partiti da cotesti che son morti>>.

  Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: <<Per altra via, per altri porti

  verrai a piaggia, non qui, per passare:

  piu` lieve legno convien che ti porti>>.

E ‘l duca lui: <<Caron, non ti crucciare:

  vuolsi cosi` cola` dove si puote

  cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.

Quinci fuor quete le lanose gote

  al nocchier de la livida palude,

  che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

  cangiar colore e dibattero i denti,

  ratto che ‘nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

  l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme

  di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

  forte piangendo, a la riva malvagia

  ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia,

  loro accennando, tutte le raccoglie;

  batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie

  l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo

  vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo

  gittansi di quel lito ad una ad una,

  per cenni come augel per suo richiamo.

Cosi` sen vanno su per l’onda bruna,

  e avanti che sien di la` discese,

  anche di qua nuova schiera s’auna.

<<Figliuol mio>>, disse ‘l maestro cortese,

  <<quelli che muoion ne l’ira di Dio

  tutti convegnon qui d’ogne paese:

e pronti sono a trapassar lo rio,

  che’ la divina giustizia li sprona,

  si` che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

  e pero`, se Caron di te si lagna,

  ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona>>.

Finito questo, la buia campagna

  tremo` si` forte, che de lo spavento

  la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

  che baleno` una luce vermiglia

  la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Inferno: Canto IV

Ruppemi l’alto sonno ne la testa

  un greve truono, si` ch’io mi riscossi

  come persona ch’e` per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,

  dritto levato, e fiso riguardai

  per conoscer lo loco dov’io fossi.

Vero e` che ‘n su la proda mi trovai

  de la valle d’abisso dolorosa

  che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa

  tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

  io non vi discernea alcuna cosa.

<<Or discendiam qua giu` nel cieco mondo>>,

  comincio` il poeta tutto smorto.

  <<Io saro` primo, e tu sarai secondo>>.

E io, che del color mi fui accorto,

  dissi: <<Come verro`, se tu paventi

  che suoli al mio dubbiare esser conforto?>>.

Ed elli a me: <<L’angoscia de le genti

  che son qua giu`, nel viso mi dipigne

  quella pieta` che tu per tema senti.

Andiam, che’ la via lunga ne sospigne>>.

  Cosi` si mise e cosi` mi fe’ intrare

  nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

  non avea pianto mai che di sospiri,

  che l’aura etterna facevan tremare;

cio` avvenia di duol sanza martiri

  ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

  d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: <<Tu non dimandi

  che spiriti son questi che tu vedi?

  Or vo’ che sappi, innanzi che piu` andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

  non basta, perche’ non ebber battesmo,

  ch’e` porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

  non adorar debitamente a Dio:

  e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

  semo perduti, e sol di tanto offesi,

  che sanza speme vivemo in disio>>.

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,

  pero` che gente di molto valore

  conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.

<<Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore>>,

  comincia’ io per voler esser certo

  di quella fede che vince ogne errore:

<<uscicci mai alcuno, o per suo merto

  o per altrui, che poi fosse beato?>>.

  E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,

rispuose: <<Io era nuovo in questo stato,

  quando ci vidi venire un possente,

  con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,

  d’Abel suo figlio e quella di Noe`,

  di Moise` legista e ubidente;

Abraam patriarca e David re,

  Israel con lo padre e co’ suoi nati

  e con Rachele, per cui tanto fe’;

e altri molti, e feceli beati.

  E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,

  spiriti umani non eran salvati>>.

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,

  ma passavam la selva tuttavia,

  la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via

  di qua dal sonno, quand’io vidi un foco

  ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,

  ma non si` ch’io non discernessi in parte

  ch’orrevol gente possedea quel loco.

<<O tu ch’onori scienzia e arte,

  questi chi son c’hanno cotanta onranza,

  che dal modo de li altri li diparte?>>.

E quelli a me: <<L’onrata nominanza

  che di lor suona su` ne la tua vita,

  grazia acquista in ciel che si` li avanza>>.

Intanto voce fu per me udita:

  <<Onorate l’altissimo poeta:

  l’ombra sua torna, ch’era dipartita>>.

Poi che la voce fu restata e queta,

  vidi quattro grand’ombre a noi venire:

  sembianz’avevan ne’ trista ne’ lieta.

Lo buon maestro comincio` a dire:

  <<Mira colui con quella spada in mano,

  che vien dinanzi ai tre si` come sire:

quelli e` Omero poeta sovrano;

  l’altro e` Orazio satiro che vene;

  Ovidio e` ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

Pero` che ciascun meco si convene

  nel nome che sono` la voce sola,

  fannomi onore, e di cio` fanno bene>>.

Cosi` vid’i’ adunar la bella scola

  di quel segnor de l’altissimo canto

  che sovra li altri com’aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,

  volsersi a me con salutevol cenno,

  e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

e piu` d’onore ancora assai mi fenno,

  ch’e’ si` mi fecer de la loro schiera,

  si` ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Cosi` andammo infino a la lumera,

  parlando cose che ‘l tacere e` bello,

  si` com’era ‘l parlar cola` dov’era.

Venimmo al pie` d’un nobile castello,

  sette volte cerchiato d’alte mura,

  difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;

  per sette porte intrai con questi savi:

  giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,

  di grande autorita` ne’ lor sembianti:

  parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci cosi` da l’un de’ canti,

  in loco aperto, luminoso e alto,

  si` che veder si potien tutti quanti.

Cola` diritto, sovra ‘l verde smalto,

  mi fuor mostrati li spiriti magni,

  che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,

  tra ‘ quai conobbi Ettor ed Enea,

  Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;

  da l’altra parte, vidi ‘l re Latino

  che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che caccio` Tarquino,

  Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;

  e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco piu` le ciglia,

  vidi ‘l maestro di color che sanno

  seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

  quivi vid’io Socrate e Platone,

  che ‘nnanzi a li altri piu` presso li stanno;

Democrito, che ‘l mondo a caso pone,

  Diogenes, Anassagora e Tale,

  Empedocles, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,

  Diascoride dico; e vidi Orfeo,

  Tulio e Lino e Seneca morale;

Euclide geometra e Tolomeo,

  Ipocrate, Avicenna e Galieno,

  Averois, che ‘l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,

  pero` che si` mi caccia il lungo tema,

  che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:

  per altra via mi mena il savio duca,

  fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non e` che luca.

Inferno: Canto V

Cosi` discesi del cerchio primaio

  giu` nel secondo, che men loco cinghia,

  e tanto piu` dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:

  essamina le colpe ne l’intrata;

  giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata

  li vien dinanzi, tutta si confessa;

  e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno e` da essa;

  cignesi con la coda tante volte

  quantunque gradi vuol che giu` sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;

  vanno a vicenda ciascuna al giudizio;

  dicono e odono, e poi son giu` volte.

<<O tu che vieni al doloroso ospizio>>,

  disse Minos a me quando mi vide,

  lasciando l’atto di cotanto offizio,

<<guarda com’entri e di cui tu ti fide;

  non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!>>.

  E ‘l duca mio a lui: <<Perche’ pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

  vuolsi cosi` cola` dove si puote

  cio` che si vuole, e piu` non dimandare>>.

Or incomincian le dolenti note

  a farmisi sentire; or son venuto

  la` dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,

  che mugghia come fa mar per tempesta,

  se da contrari venti e` combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,

  mena li spirti con la sua rapina;

  voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,

  quivi le strida, il compianto, il lamento;

  bestemmian quivi la virtu` divina.

Intesi ch’a cosi` fatto tormento

  enno dannati i peccator carnali,

  che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali

  nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

  cosi` quel fiato li spiriti mali

di qua, di la`, di giu`, di su` li mena;

  nulla speranza li conforta mai,

  non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,

  faccendo in aere di se’ lunga riga,

  cosi` vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

  per ch’i’ dissi: <<Maestro, chi son quelle

  genti che l’aura nera si` gastiga?>>.

<<La prima di color di cui novelle

  tu vuo’ saper>>, mi disse quelli allotta,

  <<fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu si` rotta,

  che libito fe’ licito in sua legge,

  per torre il biasmo in che era condotta.

Ell’e` Semiramis, di cui si legge

  che succedette a Nino e fu sua sposa:

  tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra e` colei che s’ancise amorosa,

  e ruppe fede al cener di Sicheo;

  poi e` Cleopatras lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo

  tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

  che con amore al fine combatteo.

Vedi Paris, Tristano>>; e piu` di mille

  ombre mostrommi e nominommi a dito,

  ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito

  nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

  pieta` mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: <<Poeta, volontieri

  parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

  e paion si` al vento esser leggeri>>.

Ed elli a me: <<Vedrai quando saranno

  piu` presso a noi; e tu allor li priega

  per quello amor che i mena, ed ei verranno>>.

Si` tosto come il vento a noi li piega,

  mossi la voce: <<O anime affannate,

  venite a noi parlar, s’altri nol niega!>>.

Quali colombe dal disio chiamate

  con l’ali alzate e ferme al dolce nido

  vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’e` Dido,

  a noi venendo per l’aere maligno,

  si` forte fu l’affettuoso grido.

<<O animal grazioso e benigno

  che visitando vai per l’aere perso

  noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,

  noi pregheremmo lui de la tua pace,

  poi c’hai pieta` del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

  noi udiremo e parleremo a voi,

  mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

  su la marina dove ‘l Po discende

  per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

  prese costui de la bella persona

  che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

  mi prese del costui piacer si` forte,

  che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:

  Caina attende chi a vita ci spense>>.

  Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

  china’ il viso e tanto il tenni basso,

  fin che ‘l poeta mi disse: <<Che pense?>>.

Quando rispuosi, cominciai: <<Oh lasso,

  quanti dolci pensier, quanto disio

  meno` costoro al doloroso passo!>>.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

  e cominciai: <<Francesca, i tuoi martiri

  a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

  a che e come concedette Amore

  che conosceste i dubbiosi disiri?>>.

E quella a me: <<Nessun maggior dolore

  che ricordarsi del tempo felice

  ne la miseria; e cio` sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

  del nostro amor tu hai cotanto affetto,

  diro` come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

  di Lancialotto come amor lo strinse;

  soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per piu` fiate li occhi ci sospinse

  quella lettura, e scolorocci il viso;

  ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

  esser basciato da cotanto amante,

  questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi bascio` tutto tremante.

  Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

  quel giorno piu` non vi leggemmo avante>>.

Mentre che l’uno spirto questo disse,

  l’altro piangea; si` che di pietade

  io venni men cosi` com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Inferno: Canto VI

Al tornar de la mente, che si chiuse

  dinanzi a la pieta` d’i due cognati,

  che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati

  mi veggio intorno, come ch’io mi mova

  e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova

  etterna, maladetta, fredda e greve;

  regola e qualita` mai non l’e` nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve

  per l’aere tenebroso si riversa;

  pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

  con tre gole caninamente latra

  sovra la gente che quivi e` sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

  e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;

  graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;

  de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

  volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

  le bocche aperse e mostrocci le sanne;

  non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,

  prese la terra, e con piene le pugna

  la gitto` dentro a le bramose canne.

Qual e` quel cane ch’abbaiando agogna,

  e si racqueta poi che ‘l pasto morde,

  che’ solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

  de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona

  l’anime si`, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona

  la greve pioggia, e ponavam le piante

  sovra lor vanita` che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,

  fuor d’una ch’a seder si levo`, ratto

  ch’ella ci vide passarsi davante.

<<O tu che se’ per questo ‘nferno tratto>>,

  mi disse, <<riconoscimi, se sai:

  tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto>>.

E io a lui: <<L’angoscia che tu hai

  forse ti tira fuor de la mia mente,

  si` che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n si` dolente

  loco se’ messo e hai si` fatta pena,

  che, s’altra e` maggio, nulla e` si` spiacente>>.

Ed elli a me: <<La tua citta`, ch’e` piena

  d’invidia si` che gia` trabocca il sacco,

  seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

  per la dannosa colpa de la gola,

  come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,

  che’ tutte queste a simil pena stanno

  per simil colpa>>. E piu` non fe’ parola.

Io li rispuosi: <<Ciacco, il tuo affanno

  mi pesa si`, ch’a lagrimar mi ‘nvita;

  ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la citta` partita;

  s’alcun v’e` giusto; e dimmi la cagione

  per che l’ha tanta discordia assalita>>.

E quelli a me: <<Dopo lunga tencione

  verranno al sangue, e la parte selvaggia

  caccera` l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

  infra tre soli, e che l’altra sormonti

  con la forza di tal che teste’ piaggia.

Alte terra` lungo tempo le fronti,

  tenendo l’altra sotto gravi pesi,

  come che di cio` pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

  superbia, invidia e avarizia sono

  le tre faville c’hanno i cuori accesi>>.

Qui puose fine al lagrimabil suono.

  E io a lui: <<Ancor vo’ che mi ‘nsegni,

  e che di piu` parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor si` degni,

  Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca

  e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

  che’ gran disio mi stringe di savere

  se ‘l ciel li addolcia, o lo ‘nferno li attosca>>.

E quelli: <<Ei son tra l’anime piu` nere:

  diverse colpe giu` li grava al fondo:

  se tanto scendi, la` i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

  priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:

  piu` non ti dico e piu` non ti rispondo>>.

Li diritti occhi torse allora in biechi;

  guardommi un poco, e poi chino` la testa:

  cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: <<Piu` non si desta

  di qua dal suon de l’angelica tromba,

  quando verra` la nimica podesta:

ciascun rivedera` la trista tomba,

  ripigliera` sua carne e sua figura,

  udira` quel ch’in etterno rimbomba>>.

Si` trapassammo per sozza mistura

  de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,

  toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: <<Maestro, esti tormenti

  crescerann’ei dopo la gran sentenza,

  o fier minori, o saran si` cocenti?>>.

Ed elli a me: <<Ritorna a tua scienza,

  che vuol, quanto la cosa e` piu` perfetta,

  piu` senta il bene, e cosi` la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta

  in vera perfezion gia` mai non vada,

  di la` piu` che di qua essere aspetta>>.

Noi aggirammo a tondo quella strada,

  parlando piu` assai ch’i’ non ridico;

  venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Inferno: Canto VII

<<Pape Satan, pape Satan aleppe!>>,

  comincio` Pluto con la voce chioccia;

  e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: <<Non ti noccia

  la tua paura; che’, poder ch’elli abbia,

  non ci torra` lo scender questa roccia>>.

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,

  e disse: <<Taci, maladetto lupo!

  consuma dentro te con la tua rabbia.

Non e` sanza cagion l’andare al cupo:

  vuolsi ne l’alto, la` dove Michele

  fe’ la vendetta del superbo strupo>>.

Quali dal vento le gonfiate vele

  caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

  tal cadde a terra la fiera crudele.

Cosi` scendemmo ne la quarta lacca

  pigliando piu` de la dolente ripa

  che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

  nove travaglie e pene quant’io viddi?

  e perche’ nostra colpa si` ne scipa?

Come fa l’onda la` sovra Cariddi,

  che si frange con quella in cui s’intoppa,

  cosi` convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente piu` ch’altrove troppa,

  e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

  voltando pesi per forza di poppa.

Percoteansi ‘ncontro; e poscia pur li`

  si rivolgea ciascun, voltando a retro,

  gridando: <<Perche’ tieni?>> e <<Perche’ burli?>>.

Cosi` tornavan per lo cerchio tetro

  da ogne mano a l’opposito punto,

  gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

  per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

  E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: <<Maestro mio, or mi dimostra

  che gente e` questa, e se tutti fuor cherci

  questi chercuti a la sinistra nostra>>.

Ed elli a me: <<Tutti quanti fuor guerci

  si` de la mente in la vita primaia,

  che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia

  quando vegnono a’ due punti del cerchio

  dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio

  piloso al capo, e papi e cardinali,

  in cui usa avarizia il suo soperchio>>.

E io: <<Maestro, tra questi cotali

  dovre’ io ben riconoscere alcuni

  che furo immondi di cotesti mali>>.

Ed elli a me: <<Vano pensiero aduni:

  la sconoscente vita che i fe’ sozzi

  ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:

  questi resurgeranno del sepulcro

  col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

  ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

  qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

  d’i ben che son commessi a la fortuna,

  per che l’umana gente si rabbuffa;

che’ tutto l’oro ch’e` sotto la luna

  e che gia` fu, di quest’anime stanche

  non poterebbe farne posare una>>.

<<Maestro mio>>, diss’io, <<or mi di` anche:

  questa fortuna di che tu mi tocche,

  che e`, che i ben del mondo ha si` tra branche?>>.

E quelli a me: <<Oh creature sciocche,

  quanta ignoranza e` quella che v’offende!

  Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,

  fece li cieli e die` lor chi conduce

  si` ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

  Similemente a li splendor mondani

  ordino` general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

  di gente in gente e d’uno in altro sangue,

  oltre la difension d’i senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,

  seguendo lo giudicio di costei,

  che e` occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:

  questa provede, giudica, e persegue

  suo regno come il loro li altri dei.

Le sue permutazion non hanno triegue;

  necessita` la fa esser veloce;

  si` spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’e` colei ch’e` tanto posta in croce

  pur da color che le dovrien dar lode,

  dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’e` beata e cio` non ode:

  con l’altre prime creature lieta

  volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;

  gia` ogne stella cade che saliva

  quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta>>.

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

  sovr’una fonte che bolle e riversa

  per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai piu` che persa;

  e noi, in compagnia de l’onde bige,

  intrammo giu` per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige

  questo tristo ruscel, quand’e` disceso

  al pie` de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,

  vidi genti fangose in quel pantano,

  ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

  ma con la testa e col petto e coi piedi,

  troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: <<Figlio, or vedi

  l’anime di color cui vinse l’ira;

  e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua e` gente che sospira,

  e fanno pullular quest’acqua al summo,

  come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo

  ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

  portando dentro accidioso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

  Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,

  che’ dir nol posson con parola integra>>.

Cosi` girammo de la lorda pozza

  grand’arco tra la ripa secca e ‘l mezzo,

  con li occhi volti a chi del fango ingozza.

Venimmo al pie` d’una torre al da sezzo.

Inferno: Canto VIII

Io dico, seguitando, ch’assai prima

  che noi fossimo al pie` de l’alta torre,

  li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre

  e un’altra da lungi render cenno

  tanto ch’a pena il potea l’occhio torre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;

  dissi: <<Questo che dice? e che risponde

  quell’altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?>>.

Ed elli a me: <<Su per le sucide onde

  gia` scorgere puoi quello che s’aspetta,

  se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde>>.

Corda non pinse mai da se’ saetta

  che si` corresse via per l’aere snella,

  com’io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,

  sotto ‘l governo d’un sol galeoto,

  che gridava: <<Or se’ giunta, anima fella!>>.

<<Flegias, Flegias, tu gridi a voto>>,

  disse lo mio segnore <<a questa volta:

  piu` non ci avrai che sol passando il loto>>.

Qual e` colui che grande inganno ascolta

  che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

  fecesi Flegias ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,

  e poi mi fece intrare appresso lui;

  e sol quand’io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,

  segando se ne va l’antica prora

  de l’acqua piu` che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,

  dinanzi mi si fece un pien di fango,

  e disse: <<Chi se’ tu che vieni anzi ora?>>.

E io a lui: <<S’i’ vegno, non rimango;

  ma tu chi se’, che si` se’ fatto brutto?>>.

  Rispuose: <<Vedi che son un che piango>>.

E io a lui: <<Con piangere e con lutto,

  spirito maladetto, ti rimani;

  ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto>>.

Allor distese al legno ambo le mani;

  per che ‘l maestro accorto lo sospinse,

  dicendo: <<Via costa` con li altri cani!>>.

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

  basciommi ‘l volto, e disse: <<Alma sdegnosa,

  benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

  bonta` non e` che sua memoria fregi:

  cosi` s’e` l’ombra sua qui furiosa.

Quanti si tegnon or la` su` gran regi

  che qui staranno come porci in brago,

  di se’ lasciando orribili dispregi!>>.

E io: <<Maestro, molto sarei vago

  di vederlo attuffare in questa broda

  prima che noi uscissimo del lago>>.

Ed elli a me: <<Avante che la proda

  ti si lasci veder, tu sarai sazio:

  di tal disio convien che tu goda>>.

Dopo cio` poco vid’io quello strazio

  far di costui a le fangose genti,

  che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: <<A Filippo Argenti!>>;

  e ‘l fiorentino spirito bizzarro

  in se’ medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che piu` non ne narro;

  ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,

  per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: <<Omai, figliuolo,

  s’appressa la citta` c’ha nome Dite,

  coi gravi cittadin, col grande stuolo>>.

E io: <<Maestro, gia` le sue meschite

  la` entro certe ne la valle cerno,

  vermiglie come se di foco uscite

fossero>>. Ed ei mi disse: <<Il foco etterno

  ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

  come tu vedi in questo basso inferno>>.

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

  che vallan quella terra sconsolata:

  le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

  venimmo in parte dove il nocchier forte

  <<Usciteci>>, grido`: <<qui e` l’intrata>>.

Io vidi piu` di mille in su le porte

  da ciel piovuti, che stizzosamente

  dicean: <<Chi e` costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?>>.

  E ‘l savio mio maestro fece segno

  di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno,

  e disser: <<Vien tu solo, e quei sen vada,

  che si` ardito intro` per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:

  pruovi, se sa; che’ tu qui rimarrai

  che li ha’ iscorta si` buia contrada>>.

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

  nel suon de le parole maladette,

  che’ non credetti ritornarci mai.

<<O caro duca mio, che piu` di sette

  volte m’hai sicurta` renduta e tratto

  d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar>>, diss’io, <<cosi` disfatto;

  e se ‘l passar piu` oltre ci e` negato,

  ritroviam l’orme nostre insieme ratto>>.

E quel segnor che li` m’avea menato,

  mi disse: <<Non temer; che’ ‘l nostro passo

  non ci puo` torre alcun: da tal n’e` dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso

  conforta e ciba di speranza buona,

  ch’i’ non ti lascero` nel mondo basso>>.

Cosi` sen va, e quivi m’abbandona

  lo dolce padre, e io rimagno in forse,

  che si` e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;

  ma ei non stette la` con essi guari,

  che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari

  nel petto al mio segnor, che fuor rimase,

  e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

  d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:

  <<Chi m’ha negate le dolenti case!>>.

E a me disse: <<Tu, perch’io m’adiri,

  non sbigottir, ch’io vincero` la prova,

  qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non e` nova;

  che’ gia` l’usaro a men segreta porta,

  la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’essa vedestu` la scritta morta:

  e gia` di qua da lei discende l’erta,

  passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta>>.

Inferno: Canto IX

Quel color che vilta` di fuor mi pinse

  veggendo il duca mio tornare in volta,

  piu` tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermo` com’uom ch’ascolta;

  che’ l’occhio nol potea menare a lunga

  per l’aere nero e per la nebbia folta.

<<Pur a noi converra` vincer la punga>>,

  comincio` el, <<se non… Tal ne s’offerse.

  Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!>>.

I’ vidi ben si` com’ei ricoperse

  lo cominciar con l’altro che poi venne,

  che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,

  perch’io traeva la parola tronca

  forse a peggior sentenzia che non tenne.

<<In questo fondo de la trista conca

  discende mai alcun del primo grado,

  che sol per pena ha la speranza cionca?>>.

Questa question fec’io; e quei <<Di rado

  incontra>>, mi rispuose, <<che di noi

  faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver e` ch’altra fiata qua giu` fui,

  congiurato da quella Eriton cruda

  che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

  ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,

  per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’e` ‘l piu` basso loco e ‘l piu` oscuro,

  e ‘l piu` lontan dal ciel che tutto gira:

  ben so ‘l cammin; pero` ti fa sicuro.

Questa palude che ‘l gran puzzo spira

  cigne dintorno la citta` dolente,

  u’ non potemo intrare omai sanz’ira>>.

E altro disse, ma non l’ho a mente;

  pero` che l’occhio m’avea tutto tratto

  ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto

  tre furie infernal di sangue tinte,

  che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;

  serpentelli e ceraste avien per crine,

  onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine

  de la regina de l’etterno pianto,

  <<Guarda>>, mi disse, <<le feroci Erine.

Quest’e` Megera dal sinistro canto;

  quella che piange dal destro e` Aletto;

  Tesifon e` nel mezzo>>; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;

  battiensi a palme, e gridavan si` alto,

  ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

<<Vegna Medusa: si` ‘l farem di smalto>>,

  dicevan tutte riguardando in giuso;

  <<mal non vengiammo in Teseo l’assalto>>.

<<Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;

  che’ se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,

  nulla sarebbe di tornar mai suso>>.

Cosi` disse ‘l maestro; ed elli stessi

  mi volse, e non si tenne a le mie mani,

  che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

  mirate la dottrina che s’asconde

  sotto ‘l velame de li versi strani.

E gia` venia su per le torbide onde

  un fracasso d’un suon, pien di spavento,

  per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento

  impetuoso per li avversi ardori,

  che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

  dinanzi polveroso va superbo,

  e fa fuggir le fiere e li pastori.

Gli occhi mi sciolse e disse: <<Or drizza il nerbo

  del viso su per quella schiuma antica

  per indi ove quel fummo e` piu` acerbo>>.

Come le rane innanzi a la nimica

  biscia per l’acqua si dileguan tutte,

  fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io piu` di mille anime distrutte

  fuggir cosi` dinanzi ad un ch’al passo

  passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,

  menando la sinistra innanzi spesso;

  e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,

  e volsimi al maestro; e quei fe’ segno

  ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

  Venne a la porta, e con una verghetta

  l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

<<O cacciati del ciel, gente dispetta>>,

  comincio` elli in su l’orribil soglia,

  <<ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perche’ recalcitrate a quella voglia

  a cui non puote il fin mai esser mozzo,

  e che piu` volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?

  Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

  ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo>>.

Poi si rivolse per la strada lorda,

  e non fe’ motto a noi, ma fe’ sembiante

  d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li e` davante;

  e noi movemmo i piedi inver’ la terra,

  sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ‘ntrammo sanz’alcuna guerra;

  e io, ch’avea di riguardar disio

  la condizion che tal fortezza serra,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio;

  e veggio ad ogne man grande campagna

  piena di duolo e di tormento rio.

Si` come ad Arli, ove Rodano stagna,

  si` com’a Pola, presso del Carnaro

  ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,

  cosi` facevan quivi d’ogne parte,

  salvo che ‘l modo v’era piu` amaro;

che’ tra gli avelli fiamme erano sparte,

  per le quali eran si` del tutto accesi,

  che ferro piu` non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,

  e fuor n’uscivan si` duri lamenti,

  che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: <<Maestro, quai son quelle genti

  che, seppellite dentro da quell’arche,

  si fan sentir coi sospiri dolenti?>>.

Ed elli a me: <<Qui son li eresiarche

  con lor seguaci, d’ogne setta, e molto

  piu` che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile e` sepolto,

  e i monimenti son piu` e men caldi>>.

  E poi ch’a la man destra si fu volto,

passammo tra i martiri e li alti spaldi.

Inferno: Canto X

Ora sen va per un secreto calle,

  tra ‘l muro de la terra e li martiri,

  lo mio maestro, e io dopo le spalle.

<<O virtu` somma, che per li empi giri

  mi volvi>>, cominciai, <<com’a te piace,

  parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

  potrebbesi veder? gia` son levati

  tutt’i coperchi, e nessun guardia face>>.

E quelli a me: <<Tutti saran serrati

  quando di Iosafat qui torneranno

  coi corpi che la` su` hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno

  con Epicuro tutti suoi seguaci,

  che l’anima col corpo morta fanno.

Pero` a la dimanda che mi faci

  quinc’entro satisfatto sara` tosto,

  e al disio ancor che tu mi taci>>.

E io: <<Buon duca, non tegno riposto

  a te mio cuor se non per dicer poco,

  e tu m’hai non pur mo a cio` disposto>>.

<<O Tosco che per la citta` del foco

  vivo ten vai cosi` parlando onesto,

  piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

  di quella nobil patria natio

  a la qual forse fui troppo molesto>>.

Subitamente questo suono uscio

  d’una de l’arche; pero` m’accostai,

  temendo, un poco piu` al duca mio.

Ed el mi disse: <<Volgiti! Che fai?

  Vedi la` Farinata che s’e` dritto:

  da la cintola in su` tutto ‘l vedrai>>.

Io avea gia` il mio viso nel suo fitto;

  ed el s’ergea col petto e con la fronte

  com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte

  mi pinser tra le sepulture a lui,

  dicendo: <<Le parole tue sien conte>>.

Com’io al pie` de la sua tomba fui,

  guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

  mi dimando`: <<Chi fuor li maggior tui?>>.

Io ch’era d’ubidir disideroso,

  non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;

  ond’ei levo` le ciglia un poco in suso;

poi disse: <<Fieramente furo avversi

  a me e a miei primi e a mia parte,

  si` che per due fiate li dispersi>>.

<<S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte>>,

  rispuos’io lui, <<l’una e l’altra fiata;

  ma i vostri non appreser ben quell’arte>>.

Allor surse a la vista scoperchiata

  un’ombra, lungo questa, infino al mento:

  credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardo`, come talento

  avesse di veder s’altri era meco;

  e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: <<Se per questo cieco

  carcere vai per altezza d’ingegno,

  mio figlio ov’e`? e perche’ non e` teco?>>.

E io a lui: <<Da me stesso non vegno:

  colui ch’attende la`, per qui mi mena

  forse cui Guido vostro ebbe a disdegno>>.

Le sue parole e ‘l modo de la pena

  m’avean di costui gia` letto il nome;

  pero` fu la risposta cosi` piena.

Di subito drizzato grido`: <<Come?

  dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

  non fiere li occhi suoi lo dolce lume?>>.

Quando s’accorse d’alcuna dimora

  ch’io facea dinanzi a la risposta,

  supin ricadde e piu` non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta

  restato m’era, non muto` aspetto,

  ne’ mosse collo, ne’ piego` sua costa:

e se’ continuando al primo detto,

  <<S’elli han quell’arte>>, disse, <<male appresa,

  cio` mi tormenta piu` che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

  la faccia de la donna che qui regge,

  che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,

  dimmi: perche’ quel popolo e` si` empio

  incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?>>.

Ond’io a lui: <<Lo strazio e ‘l grande scempio

  che fece l’Arbia colorata in rosso,

  tal orazion fa far nel nostro tempio>>.

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

  <<A cio` non fu’ io sol>>, disse, <<ne’ certo

  sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, la` dove sofferto

  fu per ciascun di torre via Fiorenza,

  colui che la difesi a viso aperto>>.

<<Deh, se riposi mai vostra semenza>>,

  prega’ io lui, <<solvetemi quel nodo

  che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,

  dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,

  e nel presente tenete altro modo>>.

<<Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

  le cose>>, disse, <<che ne son lontano;

  cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto e` vano

  nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

  nulla sapem di vostro stato umano.

Pero` comprender puoi che tutta morta

  fia nostra conoscenza da quel punto

  che del futuro fia chiusa la porta>>.

Allor, come di mia colpa compunto,

  dissi: <<Or direte dunque a quel caduto

  che ‘l suo nato e` co’vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,

  fate i saper che ‘l fei perche’ pensava

  gia` ne l’error che m’avete soluto>>.

E gia` ‘l maestro mio mi richiamava;

  per ch’i’ pregai lo spirto piu` avaccio

  che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: <<Qui con piu` di mille giaccio:

  qua dentro e` ‘l secondo Federico,

  e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio>>.

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico

  poeta volsi i passi, ripensando

  a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, cosi` andando,

  mi disse: <<Perche’ se’ tu si` smarrito?>>.

  E io li sodisfeci al suo dimando.

<<La mente tua conservi quel ch’udito

  hai contra te>>, mi comando` quel saggio.

  <<E ora attendi qui>>, e drizzo` ‘l dito:

<<quando sarai dinanzi al dolce raggio

  di quella il cui bell’occhio tutto vede,

  da lei saprai di tua vita il viaggio>>.

Appresso mosse a man sinistra il piede:

  lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo

  per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin la` su` facea spiacer suo lezzo.

Inferno: Canto XI

In su l’estremita` d’un’alta ripa

  che facevan gran pietre rotte in cerchio

  venimmo sopra piu` crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio

  del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,

  ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta

  che dicea: “Anastasio papa guardo,

  lo qual trasse Fotin de la via dritta”.

<<Lo nostro scender conviene esser tardo,

  si` che s’ausi un poco in prima il senso

  al tristo fiato; e poi no i fia riguardo>>.

Cosi` ‘l maestro; e io <<Alcun compenso>>,

  dissi lui, <<trova che ‘l tempo non passi

  perduto>>. Ed elli: <<Vedi ch’a cio` penso>>.

<<Figliuol mio, dentro da cotesti sassi>>,

  comincio` poi a dir, <<son tre cerchietti

  di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;

  ma perche’ poi ti basti pur la vista,

  intendi come e perche’ son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,

  ingiuria e` ‘l fine, ed ogne fin cotale

  o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perche’ frode e` de l’uom proprio male,

  piu` spiace a Dio; e pero` stan di sotto

  li frodolenti, e piu` dolor li assale.

Di violenti il primo cerchio e` tutto;

  ma perche’ si fa forza a tre persone,

  in tre gironi e` distinto e costrutto.

A Dio, a se’, al prossimo si pone

  far forza, dico in loro e in lor cose,

  come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose

  nel prossimo si danno, e nel suo avere

  ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,

  guastatori e predon, tutti tormenta

  lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in se’ man violenta

  e ne’ suoi beni; e pero` nel secondo

  giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva se’ del vostro mondo,

  biscazza e fonde la sua facultade,

  e piange la` dov’esser de’ giocondo.

Puossi far forza nella deitade,

  col cor negando e bestemmiando quella,

  e spregiando natura e sua bontade;

e pero` lo minor giron suggella

  del segno suo e Soddoma e Caorsa

  e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ogne coscienza e` morsa,

  puo` l’omo usare in colui che ‘n lui fida

  e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida

  pur lo vinco d’amor che fa natura;

  onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

  falsita`, ladroneccio e simonia,

  ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

  che fa natura, e quel ch’e` poi aggiunto,

  di che la fede spezial si cria;

onde nel cerchio minore, ov’e` ‘l punto

  de l’universo in su che Dite siede,

  qualunque trade in etterno e` consunto>>.

E io: <<Maestro, assai chiara procede

  la tua ragione, e assai ben distingue

  questo baratro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

  che mena il vento, e che batte la pioggia,

  e che s’incontran con si` aspre lingue,

perche’ non dentro da la citta` roggia

  sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

  e se non li ha, perche’ sono a tal foggia?>>.

Ed elli a me <<Perche’ tanto delira>>,

  disse <<lo ‘ngegno tuo da quel che sole?

  o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole

  con le quai la tua Etica pertratta

  le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

  bestialitade? e come incontenenza

  men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

  e rechiti a la mente chi son quelli

  che su` di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perche’ da questi felli

  sien dipartiti, e perche’ men crucciata

  la divina vendetta li martelli>>.

<<O sol che sani ogni vista turbata,

  tu mi contenti si` quando tu solvi,

  che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi>>,

  diss’io, <<la` dove di’ ch’usura offende

  la divina bontade, e ‘l groppo solvi>>.

<<Filosofia>>, mi disse, <<a chi la ‘ntende,

  nota, non pure in una sola parte,

  come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;

  e se tu ben la tua Fisica note,

  tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,

  segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;

  si` che vostr’arte a Dio quasi e` nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

  lo Genesi` dal principio, convene

  prender sua vita e avanzar la gente;

e perche’ l’usuriere altra via tene,

  per se’ natura e per la sua seguace

  dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai, che ‘l gir mi piace;

  che’ i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

  e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via la` oltra si dismonta>>.

Inferno: Canto XII

Era lo loco ov’a scender la riva

  venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,

  tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual e` quella ruina che nel fianco

  di qua da Trento l’Adice percosse,

  o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,

  al piano e` si` la roccia discoscesa,

  ch’alcuna via darebbe a chi su` fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;

  e ‘n su la punta de la rotta lacca

  l’infamia di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;

  e quando vide noi, se’ stesso morse,

  si` come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui grido`: <<Forse

  tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,

  che su` nel mondo la morte ti porse?

Partiti, bestia: che’ questi non vene

  ammaestrato da la tua sorella,

  ma vassi per veder le vostre pene>>.

Qual e` quel toro che si slaccia in quella

  c’ha ricevuto gia` ‘l colpo mortale,

  che gir non sa, ma qua e la` saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;

  e quello accorto grido`: <<Corri al varco:

  mentre ch’e’ ‘nfuria, e` buon che tu ti cale>>.

Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco

  di quelle pietre, che spesso moviensi

  sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: <<Tu pensi

  forse a questa ruina ch’e` guardata

  da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fiata

  ch’i’ discesi qua giu` nel basso inferno,

  questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

  che venisse colui che la gran preda

  levo` a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda

  tremo` si`, ch’i’ pensai che l’universo

  sentisse amor, per lo qual e` chi creda

piu` volte il mondo in caosso converso;

  e in quel punto questa vecchia roccia

  qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, che’ s’approccia

  la riviera del sangue in la qual bolle

  qual che per violenza in altrui noccia>>.

Oh cieca cupidigia e ira folle,

  che si` ci sproni ne la vita corta,

  e ne l’etterna poi si` mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,

  come quella che tutto ‘l piano abbraccia,

  secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l pie` de la ripa ed essa, in traccia

  corrien centauri, armati di saette,

  come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,

  e de la schiera tre si dipartiro

  con archi e asticciuole prima elette;

e l’un grido` da lungi: <<A qual martiro

  venite voi che scendete la costa?

  Ditel costinci; se non, l’arco tiro>>.

Lo mio maestro disse: <<La risposta

  farem noi a Chiron costa` di presso:

  mal fu la voglia tua sempre si` tosta>>.

Poi mi tento`, e disse: <<Quelli e` Nesso,

  che mori` per la bella Deianira

  e fe’ di se’ la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,

  e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille;

  quell’altro e` Folo, che fu si` pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

  saettando qual anima si svelle

  del sangue piu` che sua colpa sortille>>.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

  Chiron prese uno strale, e con la cocca

  fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,

  disse a’ compagni: <<Siete voi accorti

  che quel di retro move cio` ch’el tocca?

Cosi` non soglion far li pie` d’i morti>>.

  E ‘l mio buon duca, che gia` li er’al petto,

  dove le due nature son consorti,

rispuose: <<Ben e` vivo, e si` soletto

  mostrar li mi convien la valle buia;

  necessita` ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si parti` da cantare alleluia

  che mi commise quest’officio novo:

  non e` ladron, ne’ io anima fuia.

Ma per quella virtu` per cu’ io movo

  li passi miei per si` selvaggia strada,

  danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri la` dove si guada

  e che porti costui in su la groppa,

  che’ non e` spirto che per l’aere vada>>.

Chiron si volse in su la destra poppa,

  e disse a Nesso: <<Torna, e si` li guida,

  e fa cansar s’altra schiera v’intoppa>>.

Or ci movemmo con la scorta fida

  lungo la proda del bollor vermiglio,

  dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;

  e ‘l gran centauro disse: <<E’ son tiranni

  che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;

  quivi e` Alessandro, e Dionisio fero,

  che fe’ Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel cosi` nero,

  e` Azzolino; e quell’altro ch’e` biondo,

  e` Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro su` nel mondo>>.

  Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

  <<Questi ti sia or primo, e io secondo>>.

Poco piu` oltre il centauro s’affisse

  sovr’una gente che ‘nfino a la gola

  parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,

  dicendo: <<Colui fesse in grembo a Dio

  lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola>>.

Poi vidi gente che di fuor del rio

  tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;

  e di costoro assai riconobb’io.

Cosi` a piu` a piu` si facea basso

  quel sangue, si` che cocea pur li piedi;

  e quindi fu del fosso il nostro passo.

<<Si` come tu da questa parte vedi

  lo bulicame che sempre si scema>>,

  disse ‘l centauro, <<voglio che tu credi

che da quest’altra a piu` a piu` giu` prema

  lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge

  ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge

  quell’Attila che fu flagello in terra

  e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,

  a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

  che fecero a le strade tanta guerra>>.

Poi si rivolse, e ripassossi ‘l guazzo.

Inferno: Canto XIII

Non era ancor di la` Nesso arrivato,

  quando noi ci mettemmo per un bosco

  che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

  non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;

  non pomi v’eran, ma stecchi con tosco:

non han si` aspri sterpi ne’ si` folti

  quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno

  tra Cecina e Corneto i luoghi colti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

  che cacciar de le Strofade i Troiani

  con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

  pie` con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;

  fanno lamenti in su li alberi strani.

E ‘l buon maestro <<Prima che piu` entre,

  sappi che se’ nel secondo girone>>,

  mi comincio` a dire, <<e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

  Pero` riguarda ben; si` vederai

  cose che torrien fede al mio sermone>>.

Io sentia d’ogne parte trarre guai,

  e non vedea persona che ‘l facesse;

  per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse

  che tante voci uscisser, tra quei bronchi

  da gente che per noi si nascondesse.

Pero` disse ‘l maestro: <<Se tu tronchi

  qualche fraschetta d’una d’este piante,

  li pensier c’hai si faran tutti monchi>>.

Allor porsi la mano un poco avante,

  e colsi un ramicel da un gran pruno;

  e ‘l tronco suo grido`: <<Perche’ mi schiante?>>.

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

  ricomincio` a dir: <<Perche’ mi scerpi?

  non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

  ben dovrebb’esser la tua man piu` pia,

  se state fossimo anime di serpi>>.

Come d’un stizzo verde ch’arso sia

  da l’un de’capi, che da l’altro geme

  e cigola per vento che va via,

si` de la scheggia rotta usciva insieme

  parole e sangue; ond’io lasciai la cima

  cadere, e stetti come l’uom che teme.

<<S’elli avesse potuto creder prima>>,

  rispuose ‘l savio mio, <<anima lesa,

  cio` c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;

  ma la cosa incredibile mi fece

  indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, si` che ‘n vece

  d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi

  nel mondo su`, dove tornar li lece>>.

E ‘l tronco: <<Si` col dolce dir m’adeschi,

  ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi

  perch’io un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

  del cor di Federigo, e che le volsi,

  serrando e diserrando, si` soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:

  fede portai al glorioso offizio,

  tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio

  di Cesare non torse li occhi putti,

  morte comune e de le corti vizio,

infiammo` contra me li animi tutti;

  e li ‘nfiammati infiammar si` Augusto,

  che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

  credendo col morir fuggir disdegno,

  ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno

  vi giuro che gia` mai non ruppi fede

  al mio segnor, che fu d’onor si` degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

  conforti la memoria mia, che giace

  ancor del colpo che ‘nvidia le diede>>.

Un poco attese, e poi <<Da ch’el si tace>>,

  disse ‘l poeta a me, <<non perder l’ora;

  ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace>>.

Ond’io a lui: <<Domandal tu ancora

  di quel che credi ch’a me satisfaccia;

  ch’i’ non potrei, tanta pieta` m’accora>>.

Percio` ricomincio`: <<Se l’om ti faccia

  liberamente cio` che ‘l tuo dir priega,

  spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega

  in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

  s’alcuna mai di tai membra si spiega>>.

Allor soffio` il tronco forte, e poi

  si converti` quel vento in cotal voce:

  <<Brievemente sara` risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce

  dal corpo ond’ella stessa s’e` disvelta,

  Minos la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’e` parte scelta;

  ma la` dove fortuna la balestra,

  quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:

  l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

  fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,

  ma non pero` ch’alcuna sen rivesta,

  che’ non e` giusto aver cio` ch’om si toglie.

Qui le trascineremo, e per la mesta

  selva saranno i nostri corpi appesi,

  ciascuno al prun de l’ombra sua molesta>>.

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

  credendo ch’altro ne volesse dire,

  quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire

  sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,

  ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,

  nudi e graffiati, fuggendo si` forte,

  che de la selva rompieno ogni rosta.

Quel dinanzi: <<Or accorri, accorri, morte!>>.

  E l’altro, cui pareva tardar troppo,

  gridava: <<Lano, si` non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!>>.

  E poi che forse li fallia la lena,

  di se’ e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

  di nere cagne, bramose e correnti

  come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiatto` miser li denti,

  e quel dilaceraro a brano a brano;

  poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

  e menommi al cespuglio che piangea,

  per le rotture sanguinenti in vano.

<<O Iacopo>>, dicea, <<da Santo Andrea,

  che t’e` giovato di me fare schermo?

  che colpa ho io de la tua vita rea?>>.

Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo,

  disse <<Chi fosti, che per tante punte

  soffi con sangue doloroso sermo?>>.

Ed elli a noi: <<O anime che giunte

  siete a veder lo strazio disonesto

  c’ha le mie fronde si` da me disgiunte,

raccoglietele al pie` del tristo cesto.

  I’ fui de la citta` che nel Batista

  muto` il primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la fara` trista;

  e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno

  rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

  sovra ‘l cener che d’Attila rimase,

  avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibbetto a me de le mie case>>.

Inferno: Canto XIV

Poi che la carita` del natio loco

  mi strinse, raunai le fronde sparte,

  e rende’le a colui, ch’era gia` fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte

  lo secondo giron dal terzo, e dove

  si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,

  dico che arrivammo ad una landa

  che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’e` ghirlanda

  intorno, come ‘l fosso tristo ad essa:

  quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,

  non d’altra foggia fatta che colei

  che fu da’ pie` di Caton gia` soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei

  esser temuta da ciascun che legge

  cio` che fu manifesto a li occhi miei!

D’anime nude vidi molte gregge

  che piangean tutte assai miseramente,

  e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,

  alcuna si sedea tutta raccolta,

  e altra andava continuamente.

Quella che giva intorno era piu` molta,

  e quella men che giacea al tormento,

  ma piu` al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,

  piovean di foco dilatate falde,

  come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

  d’India vide sopra ‘l suo stuolo

  fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo

  con le sue schiere, accio` che lo vapore

  mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;

  onde la rena s’accendea, com’esca

  sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

  de le misere mani, or quindi or quinci

  escotendo da se’ l’arsura fresca.

I’ cominciai: <<Maestro, tu che vinci

  tutte le cose, fuor che ‘ demon duri

  ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi e` quel grande che non par che curi

  lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,

  si` che la pioggia non par che ‘l marturi?>>.

E quel medesmo, che si fu accorto

  ch’io domandava il mio duca di lui,

  grido`: <<Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui

  crucciato prese la folgore aguta

  onde l’ultimo di` percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta

  in Mongibello a la focina negra,

  chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

si` com’el fece a la pugna di Flegra,

  e me saetti con tutta sua forza,

  non ne potrebbe aver vendetta allegra>>.

Allora il duca mio parlo` di forza

  tanto, ch’i’ non l’avea si` forte udito:

  <<O Capaneo, in cio` che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu piu` punito:

  nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

  sarebbe al tuo furor dolor compito>>.

Poi si rivolse a me con miglior labbia

  dicendo: <<Quei fu l’un d’i sette regi

  ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;

  ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti

  sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

  ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

  ma sempre al bosco tien li piedi stretti>>.

Tacendo divenimmo la` ‘ve spiccia

  fuor de la selva un picciol fiumicello,

  lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello

  che parton poi tra lor le peccatrici,

  tal per la rena giu` sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici

  fatt’era ‘n pietra, e ‘ margini dallato;

  per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.

<<Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,

  poscia che noi intrammo per la porta

  lo cui sogliare a nessuno e` negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta

  notabile com’e` ‘l presente rio,

  che sovra se’ tutte fiammelle ammorta>>.

Queste parole fuor del duca mio;

  per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto

  di cui largito m’avea il disio.

<<In mezzo mar siede un paese guasto>>,

  diss’elli allora, <<che s’appella Creta,

  sotto ‘l cui rege fu gia` ‘l mondo casto.

Una montagna v’e` che gia` fu lieta

  d’acqua e di fronde, che si chiamo` Ida:

  or e` diserta come cosa vieta.

Rea la scelse gia` per cuna fida

  del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

  quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

  che tien volte le spalle inver’ Dammiata

  e Roma guarda come suo speglio.

La sua testa e` di fin oro formata,

  e puro argento son le braccia e ‘l petto,

  poi e` di rame infino a la forcata;

da indi in giuso e` tutto ferro eletto,

  salvo che ‘l destro piede e` terra cotta;

  e sta ‘n su quel piu` che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, e` rotta

  d’una fessura che lagrime goccia,

  le quali, accolte, foran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia:

  fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

  poi sen van giu` per questa stretta doccia

infin, la` ove piu` non si dismonta

  fanno Cocito; e qual sia quello stagno

  tu lo vedrai, pero` qui non si conta>>.

E io a lui: <<Se ‘l presente rigagno

  si diriva cosi` dal nostro mondo,

  perche’ ci appar pur a questo vivagno?>>.

Ed elli a me: <<Tu sai che ‘l loco e` tondo;

  e tutto che tu sie venuto molto,

  pur a sinistra, giu` calando al fondo,

non se’ ancor per tutto il cerchio volto:

  per che, se cosa n’apparisce nova,

  non de’ addur maraviglia al tuo volto>>.

E io ancor: <<Maestro, ove si trova

  Flegetonta e Lete`? che’ de l’un taci,

  e l’altro di’ che si fa d’esta piova>>.

<<In tutte tue question certo mi piaci>>,

  rispuose; <<ma ‘l bollor de l’acqua rossa

  dovea ben solver l’una che tu faci.

Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa,

  la` dove vanno l’anime a lavarsi

  quando la colpa pentuta e` rimossa>>.

Poi disse: <<Omai e` tempo da scostarsi

  dal bosco; fa che di retro a me vegne:

  li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne>>.

Inferno: Canto XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini;

  e ‘l fummo del ruscel di sopra aduggia,

  si` che dal foco salva l’acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

  temendo ‘l fiotto che ‘nver lor s’avventa,

  fanno lo schermo perche’ ‘l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,

  per difender lor ville e lor castelli,

  anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,

  tutto che ne’ si` alti ne’ si` grossi,

  qual che si fosse, lo maestro felli.

Gia` eravam da la selva rimossi

  tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,

  perch’io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d’anime una schiera

  che venian lungo l’argine, e ciascuna

  ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;

  e si` ver’ noi aguzzavan le ciglia

  come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

Cosi` adocchiato da cotal famiglia,

  fui conosciuto da un, che mi prese

  per lo lembo e grido`: <<Qual maraviglia!>>.

E io, quando ‘l suo braccio a me distese,

  ficcai li occhi per lo cotto aspetto,

  si` che ‘l viso abbrusciato non difese

la conoscenza sua al mio ‘ntelletto;

  e chinando la mano a la sua faccia,

  rispuosi: <<Siete voi qui, ser Brunetto?>>.

E quelli: <<O figliuol mio, non ti dispiaccia

  se Brunetto Latino un poco teco

  ritorna ‘n dietro e lascia andar la traccia>>.

I’ dissi lui: <<Quanto posso, ven preco;

  e se volete che con voi m’asseggia,

  farol, se piace a costui che vo seco>>.

<<O figliuol>>, disse, <<qual di questa greggia

  s’arresta punto, giace poi cent’anni

  sanz’arrostarsi quando ‘l foco il feggia.

Pero` va oltre: i’ ti verro` a’ panni;

  e poi rigiugnero` la mia masnada,

  che va piangendo i suoi etterni danni>>.

I’ non osava scender de la strada

  per andar par di lui; ma ‘l capo chino

  tenea com’uom che reverente vada.

El comincio`: <<Qual fortuna o destino

  anzi l’ultimo di` qua giu` ti mena?

  e chi e` questi che mostra ‘l cammino?>>.

<<La` su` di sopra, in la vita serena>>,

  rispuos’io lui, <<mi smarri’ in una valle,

  avanti che l’eta` mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:

  questi m’apparve, tornand’io in quella,

  e reducemi a ca per questo calle>>.

Ed elli a me: <<Se tu segui tua stella,

  non puoi fallire a glorioso porto,

  se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi si` per tempo morto,

  veggendo il cielo a te cosi` benigno,

  dato t’avrei a l’opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno

  che discese di Fiesole ab antico,

  e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si fara`, per tuo ben far, nimico:

  ed e` ragion, che’ tra li lazzi sorbi

  si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

  gent’e` avara, invidiosa e superba:

  dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,

  che l’una parte e l’altra avranno fame

  di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame

  di lor medesme, e non tocchin la pianta,

  s’alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa

  di que’ Roman che vi rimaser quando

  fu fatto il nido di malizia tanta>>.

<<Se fosse tutto pieno il mio dimando>>,

  rispuos’io lui, <<voi non sareste ancora

  de l’umana natura posto in bando;

che’ ‘n la mente m’e` fitta, e or m’accora,

  la cara e buona imagine paterna

  di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

  e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

  convien che ne la mia lingua si scerna.

Cio` che narrate di mio corso scrivo,

  e serbolo a chiosar con altro testo

  a donna che sapra`, s’a lei arrivo.

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,

  pur che mia coscienza non mi garra,

  che a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non e` nuova a li orecchi miei tal arra:

  pero` giri Fortuna la sua rota

  come le piace, e ‘l villan la sua marra>>.

Lo mio maestro allora in su la gota

  destra si volse in dietro, e riguardommi;

  poi disse: <<Bene ascolta chi la nota>>.

Ne’ per tanto di men parlando vommi

  con ser Brunetto, e dimando chi sono

  li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.

Ed elli a me: <<Saper d’alcuno e` buono;

  de li altri fia laudabile tacerci,

  che’ ‘l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci

  e litterati grandi e di gran fama,

  d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

  e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

  s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi

  fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,

  dove lascio` li mal protesi nervi.

Di piu` direi; ma ‘l venire e ‘l sermone

  piu` lungo esser non puo`, pero` ch’i’ veggio

  la` surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.

  Sieti raccomandato il mio Tesoro

  nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio>>.

Poi si rivolse, e parve di coloro

  che corrono a Verona il drappo verde

  per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Inferno: Canto XVI

Gia` era in loco onde s’udia ‘l rimbombo

  de l’acqua che cadea ne l’altro giro,

  simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,

  correndo, d’una torma che passava

  sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver noi, e ciascuna gridava:

  <<Sostati tu ch’a l’abito ne sembri

  esser alcun di nostra terra prava>>.

Ahime`, che piaghe vidi ne’ lor membri

  ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

  Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;

  volse ‘l viso ver me, e: <<Or aspetta>>,

  disse <<a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta

  la natura del loco, i’ dicerei

  che meglio stesse a te che a lor la fretta>>.

Ricominciar, come noi restammo, ei

  l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,

  fenno una rota di se’ tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,

  avvisando lor presa e lor vantaggio,

  prima che sien tra lor battuti e punti,

cosi` rotando, ciascuno il visaggio

  drizzava a me, si` che ‘n contraro il collo

  faceva ai pie` continuo viaggio.

E <<Se miseria d’esto loco sollo

  rende in dispetto noi e nostri prieghi>>,

  comincio` l’uno <<e ‘l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi

  a dirne chi tu se’, che i vivi piedi

  cosi` sicuro per lo ‘nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,

  tutto che nudo e dipelato vada,

  fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;

  Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

  fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,

  e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

  nel mondo su` dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,

  Iacopo Rusticucci fui; e certo

  la fiera moglie piu` ch’altro mi nuoce>>.

S’i’ fossi stato dal foco coperto,

  gittato mi sarei tra lor di sotto,

  e credo che ‘l dottor l’avria sofferto;

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,

  vinse paura la mia buona voglia

  che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: <<Non dispetto, ma doglia

  la vostra condizion dentro mi fisse,

  tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse

  parole per le quali i’ mi pensai

  che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai

  l’ovra di voi e li onorati nomi

  con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi

  promessi a me per lo verace duca;

  ma ‘nfino al centro pria convien ch’i’ tomi>>.

<<Se lungamente l’anima conduca

  le membra tue>>, rispuose quelli ancora,

  <<e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor di` se dimora

  ne la nostra citta` si` come suole,

  o se del tutto se n’e` gita fora;

che’ Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

  con noi per poco e va la` coi compagni,

  assai ne cruccia con le sue parole>>.

<<La gente nuova e i subiti guadagni

  orgoglio e dismisura han generata,

  Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni>>.

Cosi` gridai con la faccia levata;

  e i tre, che cio` inteser per risposta,

  guardar l’un l’altro com’al ver si guata.

<<Se l’altre volte si` poco ti costa>>,

  rispuoser tutti <<il satisfare altrui,

  felice te se si` parli a tua posta!

Pero`, se campi d’esti luoghi bui

  e torni a riveder le belle stelle,

  quando ti giovera` dicere “I’ fui”,

fa che di noi a la gente favelle>>.

  Indi rupper la rota, e a fuggirsi

  ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria potuto dirsi

  tosto cosi` com’e’ fuoro spariti;

  per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,

  che ‘l suon de l’acqua n’era si` vicino,

  che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino

  prima dal Monte Viso ‘nver’ levante,

  da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante

  che si divalli giu` nel basso letto,

  e a Forli` di quel nome e` vacante,

rimbomba la` sovra San Benedetto

  de l’Alpe per cadere ad una scesa

  ove dovea per mille esser recetto;

cosi`, giu` d’una ripa discoscesa,

  trovammo risonar quell’acqua tinta,

  si` che ‘n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,

  e con essa pensai alcuna volta

  prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,

  si` come ‘l duca m’avea comandato,

  porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,

  e alquanto di lunge da la sponda

  la gitto` giuso in quell’alto burrato.

‘E’ pur convien che novita` risponda’

  dicea fra me medesmo ‘al novo cenno

  che ‘l maestro con l’occhio si` seconda’.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

  presso a color che non veggion pur l’ovra,

  ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: <<Tosto verra` di sovra

  cio` ch’io attendo e che il tuo pensier sogna:

  tosto convien ch’al tuo viso si scovra>>.

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna

  de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,

  pero` che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note

  di questa comedia, lettor, ti giuro,

  s’elle non sien di lunga grazia vote,

ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro

  venir notando una figura in suso,

  maravigliosa ad ogne cor sicuro,

si` come torna colui che va giuso

  talora a solver l’ancora ch’aggrappa

  o scoglio o altro che nel mare e` chiuso,

che ‘n su` si stende, e da pie` si rattrappa.

Inferno: Canto XVII

<<Ecco la fiera con la coda aguzza,

  che passa i monti, e rompe i muri e l’armi!

  Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!>>.

Si` comincio` lo mio duca a parlarmi;

  e accennolle che venisse a proda

  vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda

  sen venne, e arrivo` la testa e ‘l busto,

  ma ‘n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,

  tanto benigna avea di fuor la pelle,

  e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;

  lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste

  dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con piu` color, sommesse e sovraposte

  non fer mai drappi Tartari ne’ Turchi,

  ne’ fuor tai tele per Aragne imposte.

Come tal volta stanno a riva i burchi,

  che parte sono in acqua e parte in terra,

  e come la` tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,

  cosi` la fiera pessima si stava

  su l’orlo ch’e` di pietra e ‘l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,

  torcendo in su` la venenosa forca

  ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: <<Or convien che si torca

  la nostra via un poco insino a quella

  bestia malvagia che cola` si corca>>.

Pero` scendemmo a la destra mammella,

  e diece passi femmo in su lo stremo,

  per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,

  poco piu` oltre veggio in su la rena

  gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro <<Accio` che tutta piena

  esperienza d’esto giron porti>>,

  mi disse, <<va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian la` corti:

  mentre che torni, parlero` con questa,

  che ne conceda i suoi omeri forti>>.

Cosi` ancor su per la strema testa

  di quel settimo cerchio tutto solo

  andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

  e` di qua, di la` soccorrien con le mani

  quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani

  or col ceffo, or col pie`, quando son morsi

  o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

  ne’ quali ‘l doloroso foco casca,

  non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca

  ch’avea certo colore e certo segno,

  e quindi par che ‘l loro occhio si pasca.

E com’io riguardando tra lor vegno,

  in una borsa gialla vidi azzurro

  che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

  vidine un’altra come sangue rossa,

  mostrando un’oca bianca piu` che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa

  segnato avea lo suo sacchetto bianco,

  mi disse: <<Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perche’ se’ vivo anco,

  sappi che ‘l mio vicin Vitaliano

  sedera` qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:

  spesse fiate mi ‘ntronan li orecchi

  gridando: “Vegna ‘l cavalier sovrano,

che rechera` la tasca con tre becchi!”>>.

  Qui distorse la bocca e di fuor trasse

  la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l piu` star crucciasse

  lui che di poco star m’avea ‘mmonito,

  torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito

  gia` su la groppa del fiero animale,

  e disse a me: <<Or sie forte e ardito.

Omai si scende per si` fatte scale:

  monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,

  si` che la coda non possa far male>>.

Qual e` colui che si` presso ha ‘l riprezzo

  de la quartana, c’ha gia` l’unghie smorte,

  e triema tutto pur guardando ‘l rezzo,

tal divenn’io a le parole porte;

  ma vergogna mi fe’ le sue minacce,

  che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;

  si` volli dir, ma la voce non venne

  com’io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne

  ad altro forse, tosto ch’i’ montai

  con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: <<Gerion, moviti omai:

  le rote larghe e lo scender sia poco:

  pensa la nova soma che tu hai>>.

Come la navicella esce di loco

  in dietro in dietro, si` quindi si tolse;

  e poi ch’al tutto si senti` a gioco,

la` ‘v’era ‘l petto, la coda rivolse,

  e quella tesa, come anguilla, mosse,

  e con le branche l’aere a se’ raccolse.

Maggior paura non credo che fosse

  quando Fetonte abbandono` li freni,

  per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse;

ne’ quando Icaro misero le reni

  senti` spennar per la scaldata cera,

  gridando il padre a lui <<Mala via tieni!>>,

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era

  ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta

  ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta:

  rota e discende, ma non me n’accorgo

  se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia gia` da la man destra il gorgo

  far sotto noi un orribile scroscio,

  per che con li occhi ‘n giu` la testa sporgo.

Allor fu’ io piu` timido a lo stoscio,

  pero` ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;

  ond’io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, che’ nol vedea davanti,

  lo scendere e ‘l girar per li gran mali

  che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’e` stato assai su l’ali,

  che sanza veder logoro o uccello

  fa dire al falconiere <<Ome`, tu cali!>>,

discende lasso onde si move isnello,

  per cento rote, e da lunge si pone

  dal suo maestro, disdegnoso e fello;

cosi` ne puose al fondo Gerione

  al pie` al pie` de la stagliata rocca

  e, discarcate le nostre persone,

si dileguo` come da corda cocca.

Inferno: Canto XVIII

Luogo e` in inferno detto Malebolge,

  tutto di pietra di color ferrigno,

  come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno

  vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

  di cui suo loco dicero` l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque e` tondo

  tra ‘l pozzo e ‘l pie` de l’alta ripa dura,

  e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura

  piu` e piu` fossi cingon li castelli,

  la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;

  e come a tai fortezze da’ lor sogli

  a la ripa di fuor son ponticelli,

cosi` da imo de la roccia scogli

  movien che ricidien li argini e ‘ fossi

  infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi

  di Gerion, trovammoci; e ‘l poeta

  tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,

  novo tormento e novi frustatori,

  di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;

  dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto,

  di la` con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l’essercito molto,

  l’anno del giubileo, su per lo ponte

  hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

  verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro;

  da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di la`, su per lo sasso tetro

  vidi demon cornuti con gran ferze,

  che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levar le berze

  a le prime percosse! gia` nessuno

  le seconde aspettava ne’ le terze.

Mentr’io andava, li occhi miei in uno

  furo scontrati; e io si` tosto dissi:

  <<Gia` di veder costui non son digiuno>>.

Per ch’io a figurarlo i piedi affissi;

  e ‘l dolce duca meco si ristette,

  e assentio ch’alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette

  bassando ‘l viso; ma poco li valse,

  ch’io dissi: <<O tu che l’occhio a terra gette,

se le fazion che porti non son false,

  Venedico se’ tu Caccianemico.

  Ma che ti mena a si` pungenti salse?>>.

Ed elli a me: <<Mal volentier lo dico;

  ma sforzami la tua chiara favella,

  che mi fa sovvenir del mondo antico.

I’ fui colui che la Ghisolabella

  condussi a far la voglia del marchese,

  come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;

  anzi n’e` questo luogo tanto pieno,

  che tante lingue non son ora apprese

a dicer ‘sipa’ tra Savena e Reno;

  e se di cio` vuoi fede o testimonio,

  recati a mente il nostro avaro seno>>.

Cosi` parlando il percosse un demonio

  de la sua scuriada, e disse: <<Via,

  ruffian! qui non son femmine da conio>>.

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;

  poscia con pochi passi divenimmo

  la` ‘v’uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;

  e volti a destra su per la sua scheggia,

  da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo la` dov’el vaneggia

  di sotto per dar passo a li sferzati,

  lo duca disse: <<Attienti, e fa che feggia

lo viso in te di quest’altri mal nati,

  ai quali ancor non vedesti la faccia

  pero` che son con noi insieme andati>>.

Del vecchio ponte guardavam la traccia

  che venia verso noi da l’altra banda,

  e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda,

  mi disse: <<Guarda quel grande che vene,

  e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!

  Quelli e` Iason, che per cuore e per senno

  li Colchi del monton privati fene.

Ello passo` per l’isola di Lenno,

  poi che l’ardite femmine spietate

  tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate

  Isifile inganno`, la giovinetta

  che prima avea tutte l’altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

  tal colpa a tal martiro lui condanna;

  e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna:

  e questo basti de la prima valle

  sapere e di color che ‘n se’ assanna>>.

Gia` eravam la` ‘ve lo stretto calle

  con l’argine secondo s’incrocicchia,

  e fa di quello ad un altr’arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia

  ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,

  e se’ medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d’una muffa,

  per l’alito di giu` che vi s’appasta,

  che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta

  loco a veder sanza montare al dosso

  de l’arco, ove lo scoglio piu` sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso

  vidi gente attuffata in uno sterco

  che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch’io la` giu` con l’occhio cerco,

  vidi un col capo si` di merda lordo,

  che non parea s’era laico o cherco.

Quei mi sgrido`: <<Perche’ se’ tu si` gordo

  di riguardar piu` me che li altri brutti?>>.

  E io a lui: <<Perche’, se ben ricordo,

gia` t’ho veduto coi capelli asciutti,

  e se’ Alessio Interminei da Lucca:

  pero` t’adocchio piu` che li altri tutti>>.

Ed elli allor, battendosi la zucca:

  <<Qua giu` m’hanno sommerso le lusinghe

  ond’io non ebbi mai la lingua stucca>>.

Appresso cio` lo duca <<Fa che pinghe>>,

  mi disse <<il viso un poco piu` avante,

  si` che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

  che la` si graffia con l’unghie merdose,

  e or s’accoscia e ora e` in piedi stante.

Taide e`, la puttana che rispuose

  al drudo suo quando disse “Ho io grazie

  grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.

E quinci sien le nostre viste sazie>>.

Inferno: Canto XIX

O Simon mago, o miseri seguaci

  che le cose di Dio, che di bontate

  deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,

  or convien che per voi suoni la tromba,

  pero` che ne la terza bolgia state.

Gia` eravamo, a la seguente tomba,

  montati de lo scoglio in quella parte

  ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapienza, quanta e` l’arte

  che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

  e quanto giusto tua virtu` comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo

  piena la pietra livida di fori,

  d’un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi ne’ maggiori

  che que’ che son nel mio bel San Giovanni,

  fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non e` molt’anni,

  rupp’io per un che dentro v’annegava:

  e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

  d’un peccator li piedi e de le gambe

  infino al grosso, e l’altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;

  per che si` forte guizzavan le giunte,

  che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

  muoversi pur su per la strema buccia,

  tal era li` dai calcagni a le punte.

<<Chi e` colui, maestro, che si cruccia

  guizzando piu` che li altri suoi consorti>>,

  diss’io, <<e cui piu` roggia fiamma succia?>>.

Ed elli a me: <<Se tu vuo’ ch’i’ ti porti

  la` giu` per quella ripa che piu` giace,

  da lui saprai di se’ e de’ suoi torti>>.

E io: <<Tanto m’e` bel, quanto a te piace:

  tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto

  dal tuo volere, e sai quel che si tace>>.

Allor venimmo in su l’argine quarto:

  volgemmo e discendemmo a mano stanca

  la` giu` nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca

  non mi dipuose, si` mi giunse al rotto

  di quel che si piangeva con la zanca.

<<O qual che se’ che ‘l di su` tien di sotto,

  anima trista come pal commessa>>,

  comincia’ io a dir, <<se puoi, fa motto>>.

Io stava come ‘l frate che confessa

  lo perfido assessin, che, poi ch’e` fitto,

  richiama lui, per che la morte cessa.

Ed el grido`: <<Se’ tu gia` costi` ritto,

  se’ tu gia` costi` ritto, Bonifazio?

  Di parecchi anni mi menti` lo scritto.

Se’ tu si` tosto di quell’aver sazio

  per lo qual non temesti torre a ‘nganno

  la bella donna, e poi di farne strazio?>>.

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,

  per non intender cio` ch’e` lor risposto,

  quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: <<Dilli tosto:

  “Non son colui, non son colui che credi”>>;

  e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

  poi, sospirando e con voce di pianto,

  mi disse: <<Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,

  che tu abbi pero` la ripa corsa,

  sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l’orsa,

  cupido si` per avanzar li orsatti,

  che su` l’avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti

  che precedetter me simoneggiando,

  per le fessure de la pietra piatti.

La` giu` caschero` io altresi` quando

  verra` colui ch’i’ credea che tu fossi

  allor ch’i’ feci ‘l subito dimando.

Ma piu` e` ‘l tempo gia` che i pie` mi cossi

  e ch’i’ son stato cosi` sottosopra,

  ch’el non stara` piantato coi pie` rossi:

che’ dopo lui verra` di piu` laida opra

  di ver’ ponente, un pastor sanza legge,

  tal che convien che lui e me ricuopra.

Novo Iason sara`, di cui si legge

  ne’ Maccabei; e come a quel fu molle

  suo re, cosi` fia lui chi Francia regge>>.

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,

  ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:

  <<Deh, or mi di`: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro

  ch’ei ponesse le chiavi in sua balia?

  Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

Ne’ Pier ne’ li altri tolsero a Matia

  oro od argento, quando fu sortito

  al loco che perde’ l’anima ria.

Pero` ti sta, che’ tu se’ ben punito;

  e guarda ben la mal tolta moneta

  ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

  la reverenza delle somme chiavi

  che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor piu` gravi;

  che’ la vostra avarizia il mondo attrista,

  calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

  quando colei che siede sopra l’acque

  puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

  e da le diece corna ebbe argomento,

  fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;

  e che altro e` da voi a l’idolatre,

  se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

  non la tua conversion, ma quella dote

  che da te prese il primo ricco patre!>>.

E mentr’io li cantava cotai note,

  o ira o coscienza che ‘l mordesse,

  forte spingava con ambo le piote.

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,

  con si` contenta labbia sempre attese

  lo suon de le parole vere espresse.

Pero` con ambo le braccia mi prese;

  e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,

  rimonto` per la via onde discese.

Ne’ si stanco` d’avermi a se’ distretto,

  si` men porto` sovra ‘l colmo de l’arco

  che dal quarto al quinto argine e` tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,

  soave per lo scoglio sconcio ed erto

  che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Inferno: Canto XX

Di nova pena mi conven far versi

  e dar matera al ventesimo canto

  de la prima canzon ch’e` d’i sommersi.

Io era gia` disposto tutto quanto

  a riguardar ne lo scoperto fondo,

  che si bagnava d’angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo

  venir, tacendo e lagrimando, al passo

  che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor piu` basso,

  mirabilmente apparve esser travolto

  ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso;

che’ da le reni era tornato ‘l volto,

  e in dietro venir li convenia,

  perche’ ‘l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza gia` di parlasia

  si travolse cosi` alcun del tutto;

  ma io nol vidi, ne’ credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

  di tua lezione, or pensa per te stesso

  com’io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso

  vidi si` torta, che ‘l pianto de li occhi

  le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi

  del duro scoglio, si` che la mia scorta

  mi disse: <<Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pieta` quand’e` ben morta;

  chi e` piu` scellerato che colui

  che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

  s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;

  per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,

Anfiarao? perche’ lasci la guerra?”.

  E non resto` di ruinare a valle

  fino a Minos che ciascheduno afferra.

Mira c’ha fatto petto de le spalle:

  perche’ volle veder troppo davante,

  di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che muto` sembiante

  quando di maschio femmina divenne

  cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne

  li duo serpenti avvolti, con la verga,

  che riavesse le maschili penne.

Aronta e` quel ch’al ventre li s’atterga,

  che ne’ monti di Luni, dove ronca

  lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca

  per sua dimora; onde a guardar le stelle

  e ‘l mar no li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,

  che tu non vedi, con le trecce sciolte,

  e ha di la` ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cerco` per terre molte;

  poscia si puose la` dove nacqu’io;

  onde un poco mi piace che m’ascolte.

Poscia che ‘l padre suo di vita uscio,

  e venne serva la citta` di Baco,

  questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,

  a pie` de l’Alpe che serra Lamagna

  sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e piu` si bagna

  tra Garda e Val Camonica e Pennino

  de l’acqua che nel detto laco stagna.

Loco e` nel mezzo la` dove ‘l trentino

  pastore e quel di Brescia e ‘l veronese

  segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese

  da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

  ove la riva ‘ntorno piu` discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi

  cio` che ‘n grembo a Benaco star non puo`,

  e fassi fiume giu` per verdi paschi.

Tosto che l’acqua a correr mette co,

  non piu` Benaco, ma Mencio si chiama

  fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,

  ne la qual si distende e la ‘mpaluda;

  e suol di state talor essere grama.

Quindi passando la vergine cruda

  vide terra, nel mezzo del pantano,

  sanza coltura e d’abitanti nuda.

Li`, per fuggire ogne consorzio umano,

  ristette con suoi servi a far sue arti,

  e visse, e vi lascio` suo corpo vano.

Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti

  s’accolsero a quel loco, ch’era forte

  per lo pantan ch’avea da tutte parti.

Fer la citta` sovra quell’ossa morte;

  e per colei che ‘l loco prima elesse,

  Mantua l’appellar sanz’altra sorte.

Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse,

  prima che la mattia da Casalodi

  da Pinamonte inganno ricevesse.

Pero` t’assenno che, se tu mai odi

  originar la mia terra altrimenti,

  la verita` nulla menzogna frodi>>.

E io: <<Maestro, i tuoi ragionamenti

  mi son si` certi e prendon si` mia fede,

  che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,

  se tu ne vedi alcun degno di nota;

  che’ solo a cio` la mia mente rifiede>>.

Allor mi disse: <<Quel che da la gota

  porge la barba in su le spalle brune,

  fu – quando Grecia fu di maschi vota,

si` ch’a pena rimaser per le cune –

  augure, e diede ‘l punto con Calcanta

  in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e cosi` ‘l canta

  l’alta mia tragedia in alcun loco:

  ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell’altro che ne’ fianchi e` cosi` poco,

  Michele Scotto fu, che veramente

  de le magiche frode seppe ‘l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

  ch’avere inteso al cuoio e a lo spago

  ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l’ago,

  la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;

  fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, che’ gia` tiene ‘l confine

  d’amendue li emisperi e tocca l’onda

  sotto Sobilia Caino e le spine;

e gia` iernotte fu la luna tonda:

  ben ten de’ ricordar, che’ non ti nocque

  alcuna volta per la selva fonda>>.

Si` mi parlava, e andavamo introcque.

Inferno: Canto XXI

Cosi` di ponte in ponte, altro parlando

  che la mia comedia cantar non cura,

  venimmo; e tenavamo il colmo, quando

restammo per veder l’altra fessura

  di Malebolge e li altri pianti vani;

  e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l’arzana` de’ Viniziani

  bolle l’inverno la tenace pece

  a rimpalmare i legni lor non sani,

che’ navicar non ponno – in quella vece

  chi fa suo legno novo e chi ristoppa

  le coste a quel che piu` viaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;

  altri fa remi e altri volge sarte;

  chi terzeruolo e artimon rintoppa -;

tal, non per foco, ma per divin’arte,

  bollia la` giuso una pegola spessa,

  che ‘nviscava la ripa d’ogne parte.

I’ vedea lei, ma non vedea in essa

  mai che le bolle che ‘l bollor levava,

  e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io la` giu` fisamente mirava,

  lo duca mio, dicendo <<Guarda, guarda!>>,

  mi trasse a se’ del loco dov’io stava.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda

  di veder quel che li convien fuggire

  e cui paura subita sgagliarda,

che, per veder, non indugia ‘l partire:

  e vidi dietro a noi un diavol nero

  correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!

  e quanto mi parea ne l’atto acerbo,

  con l’ali aperte e sovra i pie` leggero!

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,

  carcava un peccator con ambo l’anche,

  e quei tenea de’ pie` ghermito ‘l nerbo.

Del nostro ponte disse: <<O Malebranche,

  ecco un de li anzian di Santa Zita!

  Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra che n’e` ben fornita:

  ogn’uom v’e` barattier, fuor che Bonturo;

  del no, per li denar vi si fa ita>>.

La` giu` ‘l butto`, e per lo scoglio duro

  si volse; e mai non fu mastino sciolto

  con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s’attuffo`, e torno` su` convolto;

  ma i demon che del ponte avean coperchio,

  gridar: <<Qui non ha loco il Santo Volto:

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

  Pero`, se tu non vuo’ di nostri graffi,

  non far sopra la pegola soverchio>>.

Poi l’addentar con piu` di cento raffi,

  disser: <<Coverto convien che qui balli,

  si` che, se puoi, nascosamente accaffi>>.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli

  fanno attuffare in mezzo la caldaia

  la carne con li uncin, perche’ non galli.

Lo buon maestro <<Accio` che non si paia

  che tu ci sia>>, mi disse, <<giu` t’acquatta

  dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,

  non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,

  perch’altra volta fui a tal baratta>>.

Poscia passo` di la` dal co del ponte;

  e com’el giunse in su la ripa sesta,

  mestier li fu d’aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta

  ch’escono i cani a dosso al poverello

  che di subito chiede ove s’arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,

  e volser contra lui tutt’i runcigli;

  ma el grido`: <<Nessun di voi sia fello!

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,

  traggasi avante l’un di voi che m’oda,

  e poi d’arruncigliarmi si consigli>>.

Tutti gridaron: <<Vada Malacoda!>>;

  per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi -,

  e venne a lui dicendo: <<Che li approda?>>.

<<Credi tu, Malacoda, qui vedermi

  esser venuto>>, disse ‘l mio maestro,

  <<sicuro gia` da tutti vostri schermi,

sanza voler divino e fato destro?

  Lascian’andar, che’ nel cielo e` voluto

  ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro>>.

Allor li fu l’orgoglio si` caduto,

  ch’e’ si lascio` cascar l’uncino a’ piedi,

  e disse a li altri: <<Omai non sia feruto>>.

E ‘l duca mio a me: <<O tu che siedi

  tra li scheggion del ponte quatto quatto,

  sicuramente omai a me ti riedi>>.

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;

  e i diavoli si fecer tutti avanti,

  si` ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

cosi` vid’io gia` temer li fanti

  ch’uscivan patteggiati di Caprona,

  veggendo se’ tra nemici cotanti.

I’ m’accostai con tutta la persona

  lungo ‘l mio duca, e non torceva li occhi

  da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e <<Vuo’ che ‘l tocchi>>,

  diceva l’un con l’altro, <<in sul groppone?>>.

  E rispondien: <<Si`, fa che gliel’accocchi!>>.

Ma quel demonio che tenea sermone

  col duca mio, si volse tutto presto,

  e disse: <<Posa, posa, Scarmiglione!>>.

Poi disse a noi: <<Piu` oltre andar per questo

  iscoglio non si puo`, pero` che giace

  tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

E se l’andare avante pur vi piace,

  andatevene su per questa grotta;

  presso e` un altro scoglio che via face.

Ier, piu` oltre cinqu’ore che quest’otta,

  mille dugento con sessanta sei

  anni compie’ che qui la via fu rotta.

Io mando verso la` di questi miei

  a riguardar s’alcun se ne sciorina;

  gite con lor, che non saranno rei>>.

<<Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina>>,

  comincio` elli a dire, <<e tu, Cagnazzo;

  e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

  Ciriatto sannuto e Graffiacane

  e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ‘ntorno le boglienti pane;

  costor sian salvi infino a l’altro scheggio

  che tutto intero va sovra le tane>>.

<<Ome`, maestro, che e` quel ch’i’ veggio?>>,

  diss’io, <<deh, sanza scorta andianci soli,

  se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

Se tu se’ si` accorto come suoli,

  non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,

  e con le ciglia ne minaccian duoli?>>.

Ed elli a me: <<Non vo’ che tu paventi;

  lasciali digrignar pur a lor senno,

  ch’e’ fanno cio` per li lessi dolenti>>.

Per l’argine sinistro volta dienno;

  ma prima avea ciascun la lingua stretta

  coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Inferno: Canto XXII

Io vidi gia` cavalier muover campo,

  e cominciare stormo e far lor mostra,

  e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

  o Aretini, e vidi gir gualdane,

  fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,

  con tamburi e con cenni di castella,

  e con cose nostrali e con istrane;

ne’ gia` con si` diversa cennamella

  cavalier vidi muover ne’ pedoni,

  ne’ nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni.

  Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

  coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Pur a la pegola era la mia ‘ntesa,

  per veder de la bolgia ogne contegno

  e de la gente ch’entro v’era incesa.

Come i dalfini, quando fanno segno

  a’ marinar con l’arco de la schiena,

  che s’argomentin di campar lor legno,

talor cosi`, ad alleggiar la pena,

  mostrav’alcun de’ peccatori il dosso

  e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso

  stanno i ranocchi pur col muso fuori,

  si` che celano i piedi e l’altro grosso,

si` stavan d’ogne parte i peccatori;

  ma come s’appressava Barbariccia,

  cosi` si ritraen sotto i bollori.

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,

  uno aspettar cosi`, com’elli ‘ncontra

  ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

e Graffiacan, che li era piu` di contra,

  li arrunciglio` le ‘mpegolate chiome

  e trassel su`, che mi parve una lontra.

I’ sapea gia` di tutti quanti ‘l nome,

  si` li notai quando fuorono eletti,

  e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

<<O Rubicante, fa che tu li metti

  li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!>>,

  gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: <<Maestro mio, fa, se tu puoi,

  che tu sappi chi e` lo sciagurato

  venuto a man de li avversari suoi>>.

Lo duca mio li s’accosto` allato;

  domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:

  <<I’ fui del regno di Navarra nato.

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,

  che m’avea generato d’un ribaldo,

  distruggitor di se’ e di sue cose.

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:

  quivi mi misi a far baratteria;

  di ch’io rendo ragione in questo caldo>>.

E Ciriatto, a cui di bocca uscia

  d’ogne parte una sanna come a porco,

  li fe’ sentir come l’una sdruscia.

Tra male gatte era venuto ‘l sorco;

  ma Barbariccia il chiuse con le braccia,

  e disse: <<State in la`, mentr’io lo ‘nforco>>.

E al maestro mio volse la faccia:

  <<Domanda>>, disse, <<ancor, se piu` disii

  saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia>>.

Lo duca dunque: <<Or di`: de li altri rii

  conosci tu alcun che sia latino

  sotto la pece?>>. E quelli: <<I’ mi partii,

poco e`, da un che fu di la` vicino.

  Cosi` foss’io ancor con lui coperto,

  ch’i’ non temerei unghia ne’ uncino!>>.

E Libicocco <<Troppo avem sofferto>>,

  disse; e preseli ‘l braccio col runciglio,

  si` che, stracciando, ne porto` un lacerto.

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

  giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro

  si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,

  a lui, ch’ancor mirava sua ferita,

  domando` ‘l duca mio sanza dimoro:

<<Chi fu colui da cui mala partita

  di’ che facesti per venire a proda?>>.

  Ed ei rispuose: <<Fu frate Gomita,

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,

  ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,

  e fe’ si` lor, che ciascun se ne loda.

Danar si tolse, e lasciolli di piano,

  si` com’e’ dice; e ne li altri offici anche

  barattier fu non picciol, ma sovrano.

Usa con esso donno Michel Zanche

  di Logodoro; e a dir di Sardigna

  le lingue lor non si sentono stanche.

Ome`, vedete l’altro che digrigna:

  i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello

  non s’apparecchi a grattarmi la tigna>>.

E ‘l gran proposto, volto a Farfarello

  che stralunava li occhi per fedire,

  disse: <<Fatti ‘n costa`, malvagio uccello!>>.

<<Se voi volete vedere o udire>>,

  ricomincio` lo spaurato appresso

  <<Toschi o Lombardi, io ne faro` venire;

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

  si` ch’ei non teman de le lor vendette;

  e io, seggendo in questo loco stesso,

per un ch’io son, ne faro` venir sette

  quand’io suffolero`, com’e` nostro uso

  di fare allor che fori alcun si mette>>.

Cagnazzo a cotal motto levo` ‘l muso,

  crollando ‘l capo, e disse: <<Odi malizia

  ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!>>.

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,

  rispuose: <<Malizioso son io troppo,

  quand’io procuro a’ mia maggior trestizia>>.

Alichin non si tenne e, di rintoppo

  a li altri, disse a lui: <<Se tu ti cali,

  io non ti verro` dietro di gualoppo,

ma battero` sovra la pece l’ali.

  Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo,

  a veder se tu sol piu` di noi vali>>.

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

  ciascun da l’altra costa li occhi volse;

  quel prima, ch’a cio` fare era piu` crudo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

  fermo` le piante a terra, e in un punto

  salto` e dal proposto lor si sciolse.

Di che ciascun di colpa fu compunto,

  ma quei piu` che cagion fu del difetto;

  pero` si mosse e grido`: <<Tu se’ giunto!>>.

Ma poco i valse: che’ l’ali al sospetto

  non potero avanzar: quelli ando` sotto,

  e quei drizzo` volando suso il petto:

non altrimenti l’anitra di botto,

  quando ‘l falcon s’appressa, giu` s’attuffa,

  ed ei ritorna su` crucciato e rotto.

Irato Calcabrina de la buffa,

  volando dietro li tenne, invaghito

  che quei campasse per aver la zuffa;

e come ‘l barattier fu disparito,

  cosi` volse li artigli al suo compagno,

  e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno

  ad artigliar ben lui, e amendue

  cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Lo caldo sghermitor subito fue;

  ma pero` di levarsi era neente,

  si` avieno inviscate l’ali sue.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,

  quattro ne fe’ volar da l’altra costa

  con tutt’i raffi, e assai prestamente

di qua, di la` discesero a la posta;

  porser li uncini verso li ‘mpaniati,

  ch’eran gia` cotti dentro da la crosta;

e noi lasciammo lor cosi` ‘mpacciati.

Inferno: Canto XXIII

Taciti, soli, sanza compagnia

  n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

  come frati minor vanno per via.

Volt’era in su la favola d’Isopo

  lo mio pensier per la presente rissa,

  dov’el parlo` de la rana e del topo;

che’ piu` non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’

  che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia

  principio e fine con la mente fissa.

E come l’un pensier de l’altro scoppia,

  cosi` nacque di quello un altro poi,

  che la prima paura mi fe’ doppia.

Io pensava cosi`: ‘Questi per noi

  sono scherniti con danno e con beffa

  si` fatta, ch’assai credo che lor noi.

Se l’ira sovra ‘l mal voler s’aggueffa,

  ei ne verranno dietro piu` crudeli

  che ‘l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.

Gia` mi sentia tutti arricciar li peli

  de la paura e stava in dietro intento,

  quand’io dissi: <<Maestro, se non celi

te e me tostamente, i’ ho pavento

  d’i Malebranche. Noi li avem gia` dietro;

  io li ‘magino si`, che gia` li sento>>.

E quei: <<S’i’ fossi di piombato vetro,

  l’imagine di fuor tua non trarrei

  piu` tosto a me, che quella dentro ‘mpetro.

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ‘ miei,

  con simile atto e con simile faccia,

  si` che d’intrambi un sol consiglio fei.

S’elli e` che si` la destra costa giaccia,

  che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,

  noi fuggirem l’imaginata caccia>>.

Gia` non compie’ di tal consiglio rendere,

  ch’io li vidi venir con l’ali tese

  non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di subito mi prese,

  come la madre ch’al romore e` desta

  e vede presso a se’ le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,

  avendo piu` di lui che di se’ cura,

  tanto che solo una camiscia vesta;

e giu` dal collo de la ripa dura

  supin si diede a la pendente roccia,

  che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai si` tosto acqua per doccia

  a volger ruota di molin terragno,

  quand’ella piu` verso le pale approccia,

come ‘l maestro mio per quel vivagno,

  portandosene me sovra ‘l suo petto,

  come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i pie` suoi giunti al letto

  del fondo giu`, ch’e’ furon in sul colle

  sovresso noi; ma non li` era sospetto;

che’ l’alta provedenza che lor volle

  porre ministri de la fossa quinta,

  poder di partirs’indi a tutti tolle.

La` giu` trovammo una gente dipinta

  che giva intorno assai con lenti passi,

  piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi

  dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

  che in Clugni` per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, si` ch’elli abbaglia;

  ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

  che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!

  Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

  con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca

  venia si` pian, che noi eravam nuovi

  di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: <<Fa che tu trovi

  alcun ch’al fatto o al nome si conosca,

  e li occhi, si` andando, intorno movi>>.

E un che ‘ntese la parola tosca,

  di retro a noi grido`: <<Tenete i piedi,

  voi che correte si` per l’aura fosca!

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi>>.

  Onde ‘l duca si volse e disse: <<Aspetta

  e poi secondo il suo passo procedi>>.

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

  de l’animo, col viso, d’esser meco;

  ma tardavali ‘l carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco

  mi rimiraron sanza far parola;

  poi si volsero in se’, e dicean seco:

<<Costui par vivo a l’atto de la gola;

  e s’e’ son morti, per qual privilegio

  vanno scoperti de la grave stola?>>.

Poi disser me: <<O Tosco, ch’al collegio

  de l’ipocriti tristi se’ venuto,

  dir chi tu se’ non avere in dispregio>>.

E io a loro: <<I’ fui nato e cresciuto

  sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa,

  e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

  quant’i’ veggio dolor giu` per le guance?

  e che pena e` in voi che si` sfavilla?>>.

E l’un rispuose a me: <<Le cappe rance

  son di piombo si` grosse, che li pesi

  fan cosi` cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;

  io Catalano e questi Loderingo

  nomati, e da tua terra insieme presi,

come suole esser tolto un uom solingo,

  per conservar sua pace; e fummo tali,

  ch’ancor si pare intorno dal Gardingo>>.

Io cominciai: <<O frati, i vostri mali…>>;

  ma piu` non dissi, ch’a l’occhio mi corse

  un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,

  soffiando ne la barba con sospiri;

  e ‘l frate Catalan, ch’a cio` s’accorse,

mi disse: <<Quel confitto che tu miri,

  consiglio` i Farisei che convenia

  porre un uom per lo popolo a’ martiri.

Attraversato e`, nudo, ne la via,

  come tu vedi, ed e` mestier ch’el senta

  qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta

  in questa fossa, e li altri dal concilio

  che fu per li Giudei mala sementa>>.

Allor vid’io maravigliar Virgilio

  sovra colui ch’era disteso in croce

  tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Poscia drizzo` al frate cotal voce:

  <<Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

  s’a la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,

  sanza costrigner de li angeli neri

  che vegnan d’esto fondo a dipartirci>>.

Rispuose adunque: <<Piu` che tu non speri

  s’appressa un sasso che de la gran cerchia

  si move e varca tutt’i vallon feri,

salvo che ‘n questo e` rotto e nol coperchia:

  montar potrete su per la ruina,

  che giace in costa e nel fondo soperchia>>.

Lo duca stette un poco a testa china;

  poi disse: <<Mal contava la bisogna

  colui che i peccator di qua uncina>>.

E ‘l frate: <<Io udi’ gia` dire a Bologna

  del diavol vizi assai, tra ‘ quali udi’

  ch’elli e` bugiardo, e padre di menzogna>>.

Appresso il duca a gran passi sen gi`,

  turbato un poco d’ira nel sembiante;

  ond’io da li ‘ncarcati mi parti’

dietro a le poste de le care piante.

Inferno: Canto XXIV

In quella parte del giovanetto anno

  che ‘l sole i crin sotto l’Aquario tempra

  e gia` le notti al mezzo di` sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra

  l’imagine di sua sorella bianca,

  ma poco dura a la sua penna tempra,

lo villanello a cui la roba manca,

  si leva, e guarda, e vede la campagna

  biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,

ritorna in casa, e qua e la` si lagna,

  come ‘l tapin che non sa che si faccia;

  poi riede, e la speranza ringavagna,

veggendo ‘l mondo aver cangiata faccia

  in poco d’ora, e prende suo vincastro,

  e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Cosi` mi fece sbigottir lo mastro

  quand’io li vidi si` turbar la fronte,

  e cosi` tosto al mal giunse lo ‘mpiastro;

che’, come noi venimmo al guasto ponte,

  lo duca a me si volse con quel piglio

  dolce ch’io vidi prima a pie` del monte.

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio

  eletto seco riguardando prima

  ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch’adopera ed estima,

  che sempre par che ‘nnanzi si proveggia,

  cosi`, levando me su` ver la cima

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia

  dicendo: <<Sovra quella poi t’aggrappa;

  ma tenta pria s’e` tal ch’ella ti reggia>>.

Non era via da vestito di cappa,

  che’ noi a pena, ei lieve e io sospinto,

  potavam su` montar di chiappa in chiappa.

E se non fosse che da quel precinto

  piu` che da l’altro era la costa corta,

  non so di lui, ma io sarei ben vinto.

Ma perche’ Malebolge inver’ la porta

  del bassissimo pozzo tutta pende,

  lo sito di ciascuna valle porta

che l’una costa surge e l’altra scende;

  noi pur venimmo al fine in su la punta

  onde l’ultima pietra si scoscende.

La lena m’era del polmon si` munta

  quand’io fui su`, ch’i’ non potea piu` oltre,

  anzi m’assisi ne la prima giunta.

<<Omai convien che tu cosi` ti spoltre>>,

  disse ‘l maestro; <<che’, seggendo in piuma,

  in fama non si vien, ne’ sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,

  cotal vestigio in terra di se’ lascia,

  qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E pero` leva su`: vinci l’ambascia

  con l’animo che vince ogne battaglia,

  se col suo grave corpo non s’accascia.

Piu` lunga scala convien che si saglia;

  non basta da costoro esser partito.

  Se tu mi ‘ntendi, or fa si` che ti vaglia>>.

Leva’mi allor, mostrandomi fornito

  meglio di lena ch’i’ non mi sentia;

  e dissi: <<Va, ch’i’ son forte e ardito>>.

Su per lo scoglio prendemmo la via,

  ch’era ronchioso, stretto e malagevole,

  ed erto piu` assai che quel di pria.

Parlando andava per non parer fievole;

  onde una voce usci` de l’altro fosso,

  a parole formar disconvenevole.

Non so che disse, ancor che sovra ‘l dosso

  fossi de l’arco gia` che varca quivi;

  ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era volto in giu`, ma li occhi vivi

  non poteano ire al fondo per lo scuro;

  per ch’io: <<Maestro, fa che tu arrivi

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;

  che’, com’i’ odo quinci e non intendo,

  cosi` giu` veggio e neente affiguro>>.

<<Altra risposta>>, disse, <<non ti rendo

  se non lo far; che’ la dimanda onesta

  si de’ seguir con l’opera tacendo>>.

Noi discendemmo il ponte da la testa

  dove s’aggiugne con l’ottava ripa,

  e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa

  di serpenti, e di si` diversa mena

  che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Piu` non si vanti Libia con sua rena;

  che’ se chelidri, iaculi e faree

  produce, e cencri con anfisibena,

ne’ tante pestilenzie ne’ si` ree

  mostro` gia` mai con tutta l’Etiopia

  ne’ con cio` che di sopra al Mar Rosso ee.

Tra questa cruda e tristissima copia

  correan genti nude e spaventate,

  sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;

  quelle ficcavan per le ren la coda

  e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,

  s’avvento` un serpente che ‘l trafisse

  la` dove ‘l collo a le spalle s’annoda.

Ne’ O si` tosto mai ne’ I si scrisse,

  com’el s’accese e arse, e cener tutto

  convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra si` distrutto,

  la polver si raccolse per se’ stessa,

  e ‘n quel medesmo ritorno` di butto.

Cosi` per li gran savi si confessa

  che la fenice more e poi rinasce,

  quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba ne’ biado in sua vita non pasce,

  ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,

  e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual e` quel che cade, e non sa como,

  per forza di demon ch’a terra il tira,

  o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ‘ntorno si mira

  tutto smarrito de la grande angoscia

  ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era il peccator levato poscia.

  Oh potenza di Dio, quant’e` severa,

  che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domando` poi chi ello era;

  per ch’ei rispuose: <<Io piovvi di Toscana,

  poco tempo e`, in questa gola fiera.

Vita bestial mi piacque e non umana,

  si` come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci

  bestia, e Pistoia mi fu degna tana>>.

E io al duca: <<Dilli che non mucci,

  e domanda che colpa qua giu` ‘l pinse;

  ch’io ‘l vidi uomo di sangue e di crucci>>.

E ‘l peccator, che ‘ntese, non s’infinse,

  ma drizzo` verso me l’animo e ‘l volto,

  e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: <<Piu` mi duol che tu m’hai colto

  ne la miseria dove tu mi vedi,

  che quando fui de l’altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;

  in giu` son messo tanto perch’io fui

  ladro a la sagrestia d’i belli arredi,

e falsamente gia` fu apposto altrui.

  Ma perche’ di tal vista tu non godi,

  se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi:

  Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;

  poi Fiorenza rinova gente e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra

  ch’e` di torbidi nuvoli involuto;

  e con tempesta impetuosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;

  ond’ei repente spezzera` la nebbia,

  si` ch’ogne Bianco ne sara` feruto.

E detto l’ho perche’ doler ti debbia!>>.

Inferno: Canto XXV

Al fine de le sue parole il ladro

  le mani alzo` con amendue le fiche,

  gridando: <<Togli, Dio, ch’a te le squadro!>>.

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

  perch’una li s’avvolse allora al collo,

  come dicesse ‘Non vo’ che piu` diche’;

e un’altra a le braccia, e rilegollo,

  ribadendo se’ stessa si` dinanzi,

  che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, che’ non stanzi

  d’incenerarti si` che piu` non duri,

  poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?

Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri

  non vidi spirto in Dio tanto superbo,

  non quel che cadde a Tebe giu` da’ muri.

El si fuggi` che non parlo` piu` verbo;

  e io vidi un centauro pien di rabbia

  venir chiamando: <<Ov’e`, ov’e` l’acerbo?>>.

Maremma non cred’io che tante n’abbia,

  quante bisce elli avea su per la groppa

  infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,

  con l’ali aperte li giacea un draco;

  e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: <<Questi e` Caco,

  che sotto ‘l sasso di monte Aventino

  di sangue fece spesse volte laco.

Non va co’ suoi fratei per un cammino,

  per lo furto che frodolente fece

  del grande armento ch’elli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece

  sotto la mazza d’Ercule, che forse

  gliene die` cento, e non senti` le diece>>.

Mentre che si` parlava, ed el trascorse

  e tre spiriti venner sotto noi,

  de’ quali ne’ io ne’ ‘l duca mio s’accorse,

se non quando gridar: <<Chi siete voi?>>;

  per che nostra novella si ristette,

  e intendemmo pur ad essi poi.

Io non li conoscea; ma ei seguette,

  come suol seguitar per alcun caso,

  che l’un nomar un altro convenette,

dicendo: <<Cianfa dove fia rimaso?>>;

  per ch’io, accio` che ‘l duca stesse attento,

  mi puosi ‘l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento

  cio` ch’io diro`, non sara` maraviglia,

  che’ io che ‘l vidi, a pena il mi consento.

Com’io tenea levate in lor le ciglia,

  e un serpente con sei pie` si lancia

  dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Co’ pie` di mezzo li avvinse la pancia,

  e con li anterior le braccia prese;

  poi li addento` e l’una e l’altra guancia;

li diretani a le cosce distese,

  e miseli la coda tra ‘mbedue,

  e dietro per le ren su` la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue

  ad alber si`, come l’orribil fiera

  per l’altrui membra avviticchio` le sue.

Poi s’appiccar, come di calda cera

  fossero stati, e mischiar lor colore,

  ne’ l’un ne’ l’altro gia` parea quel ch’era:

come procede innanzi da l’ardore,

  per lo papiro suso, un color bruno

  che non e` nero ancora e ‘l bianco more.

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

  gridava: <<Ome`, Agnel, come ti muti!

  Vedi che gia` non se’ ne’ due ne’ uno>>.

Gia` eran li due capi un divenuti,

  quando n’apparver due figure miste

  in una faccia, ov’eran due perduti.

Fersi le braccia due di quattro liste;

  le cosce con le gambe e ‘l ventre e ‘l casso

  divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:

  due e nessun l’imagine perversa

  parea; e tal sen gio con lento passo.

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa

  dei di` canicular, cangiando sepe,

  folgore par se la via attraversa,

si` pareva, venendo verso l’epe

  de li altri due, un serpentello acceso,

  livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima e` preso

  nostro alimento, a l’un di lor trafisse;

  poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ‘l miro`, ma nulla disse;

  anzi, co’ pie` fermati, sbadigliava

  pur come sonno o febbre l’assalisse.

Elli ‘l serpente, e quei lui riguardava;

  l’un per la piaga, e l’altro per la bocca

  fummavan forte, e ‘l fummo si scontrava.

Taccia Lucano ormai la` dove tocca

  del misero Sabello e di Nasidio,

  e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio;

  che’ se quello in serpente e quella in fonte

  converte poetando, io non lo ‘nvidio;

che’ due nature mai a fronte a fronte

  non trasmuto` si` ch’amendue le forme

  a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,

  che ‘l serpente la coda in forca fesse,

  e il feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse

  s’appiccar si`, che ‘n poco la giuntura

  non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura

  che si perdeva la`, e la sua pelle

  si facea molle, e quella di la` dura.

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,

  e i due pie` de la fiera, ch’eran corti,

  tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li pie` di retro, insieme attorti,

  diventaron lo membro che l’uom cela,

  e ‘l misero del suo n’avea due porti.

Mentre che ‘l fummo l’uno e l’altro vela

  di color novo, e genera ‘l pel suso

  per l’una parte e da l’altra il dipela,

l’un si levo` e l’altro cadde giuso,

  non torcendo pero` le lucerne empie,

  sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,

  e di troppa matera ch’in la` venne

  uscir li orecchi de le gote scempie;

cio` che non corse in dietro e si ritenne

  di quel soverchio, fe’ naso a la faccia

  e le labbra ingrosso` quanto convenne.

Quel che giacea, il muso innanzi caccia,

  e li orecchi ritira per la testa

  come face le corna la lumaccia;

e la lingua, ch’avea unita e presta

  prima a parlar, si fende, e la forcuta

  ne l’altro si richiude; e ‘l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta,

  suffolando si fugge per la valle,

  e l’altro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,

  e disse a l’altro: <<I’ vo’ che Buoso corra,

  com’ho fatt’io, carpon per questo calle>>.

Cosi` vid’io la settima zavorra

  mutare e trasmutare; e qui mi scusi

  la novita` se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi

  fossero alquanto e l’animo smagato,

  non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;

  ed era quel che sol, di tre compagni

  che venner prima, non era mutato;

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

Inferno: Canto XXVI

Godi, Fiorenza, poi che se’ si` grande,

  che per mare e per terra batti l’ali,

  e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

  tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

  e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

  tu sentirai di qua da picciol tempo

  di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se gia` fosse, non saria per tempo.

  Cosi` foss’ei, da che pur esser dee!

  che’ piu` mi gravera`, com’piu` m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee

  che n’avea fatto iborni a scender pria,

  rimonto` ‘l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,

  tra le schegge e tra ‘ rocchi de lo scoglio

  lo pie` sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

  quando drizzo la mente a cio` ch’io vidi,

  e piu` lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perche’ non corra che virtu` nol guidi;

  si` che, se stella bona o miglior cosa

  m’ha dato ‘l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,

  nel tempo che colui che ‘l mondo schiara

  la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede alla zanzara,

  vede lucciole giu` per la vallea,

  forse cola` dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea

  l’ottava bolgia, si` com’io m’accorsi

  tosto che fui la` ‘ve ‘l fondo parea.

E qual colui che si vengio` con li orsi

  vide ‘l carro d’Elia al dipartire,

  quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea si` con li occhi seguire,

  ch’el vedesse altro che la fiamma sola,

  si` come nuvoletta, in su` salire:

tal si move ciascuna per la gola

  del fosso, che’ nessuna mostra ‘l furto,

  e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ‘l ponte a veder surto,

  si` che s’io non avessi un ronchion preso,

  caduto sarei giu` sanz’esser urto.

E ‘l duca che mi vide tanto atteso,

  disse: <<Dentro dai fuochi son li spirti;

  catun si fascia di quel ch’elli e` inceso>>.

<<Maestro mio>>, rispuos’io, <<per udirti

  son io piu` certo; ma gia` m’era avviso

  che cosi` fosse, e gia` voleva dirti:

chi e` ‘n quel foco che vien si` diviso

  di sopra, che par surger de la pira

  dov’Eteocle col fratel fu miso?>>.

Rispuose a me: <<La` dentro si martira

  Ulisse e Diomede, e cosi` insieme

  a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme

  l’agguato del caval che fe’ la porta

  onde usci` de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,

  Deidamia ancor si duol d’Achille,

  e del Palladio pena vi si porta>>.

<<S’ei posson dentro da quelle faville

  parlar>>, diss’io, <<maestro, assai ten priego

  e ripriego, che ‘l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego

  fin che la fiamma cornuta qua vegna;

  vedi che del disio ver’ lei mi piego!>>.

Ed elli a me: <<La tua preghiera e` degna

  di molta loda, e io pero` l’accetto;

  ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto

  cio` che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,

  perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto>>.

Poi che la fiamma fu venuta quivi

  dove parve al mio duca tempo e loco,

  in questa forma lui parlare audivi:

<<O voi che siete due dentro ad un foco,

  s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

  s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

  non vi movete; ma l’un di voi dica

  dove, per lui, perduto a morir gissi>>.

Lo maggior corno de la fiamma antica

  comincio` a crollarsi mormorando

  pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e la` menando,

  come fosse la lingua che parlasse,

  gitto` voce di fuori, e disse: <<Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

  me piu` d’un anno la` presso a Gaeta,

  prima che si` Enea la nomasse,

ne’ dolcezza di figlio, ne’ la pieta

  del vecchio padre, ne’ ‘l debito amore

  lo qual dovea Penelope’ far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

  ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,

  e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

  sol con un legno e con quella compagna

  picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

  fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

  e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ‘ compagni eravam vecchi e tardi

  quando venimmo a quella foce stretta

  dov’Ercule segno` li suoi riguardi,

accio` che l’uom piu` oltre non si metta:

  da la man destra mi lasciai Sibilia,

  da l’altra gia` m’avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi “che per cento milia

  perigli siete giunti a l’occidente,

  a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’e` del rimanente,

  non vogliate negar l’esperienza,

  di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

  fatti non foste a viver come bruti,

  ma per seguir virtute e canoscenza”.

Li miei compagni fec’io si` aguti,

  con questa orazion picciola, al cammino,

  che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

  de’ remi facemmo ali al folle volo,

  sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle gia` de l’altro polo

  vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,

  che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

  lo lume era di sotto da la luna,

  poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

  per la distanza, e parvemi alta tanto

  quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto torno` in pianto,

  che’ de la nova terra un turbo nacque,

  e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque;

  a la quarta levar la poppa in suso

  e la prora ire in giu`, com’altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso>>.

Inferno: Canto XXVII

Gia` era dritta in su` la fiamma e queta

  per non dir piu`, e gia` da noi sen gia

  con la licenza del dolce poeta,

quand’un’altra, che dietro a lei venia,

  ne fece volger li occhi a la sua cima

  per un confuso suon che fuor n’uscia.

Come ‘l bue cicilian che mugghio` prima

  col pianto di colui, e cio` fu dritto,

  che l’avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l’afflitto,

  si` che, con tutto che fosse di rame,

  pur el pareva dal dolor trafitto;

cosi`, per non aver via ne’ forame

  dal principio nel foco, in suo linguaggio

  si convertian le parole grame.

Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio

  su per la punta, dandole quel guizzo

  che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: <<O tu a cu’ io drizzo

  la voce e che parlavi mo lombardo,

  dicendo “Istra ten va, piu` non t’adizzo”,

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,

  non t’incresca restare a parlar meco;

  vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco

  caduto se’ di quella dolce terra

  latina ond’io mia colpa tutta reco,

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

  ch’io fui d’i monti la` intra Orbino

  e ‘l giogo di che Tever si diserra>>.

Io era in giuso ancora attento e chino,

  quando il mio duca mi tento` di costa,

  dicendo: <<Parla tu; questi e` latino>>.

E io, ch’avea gia` pronta la risposta,

  sanza indugio a parlare incominciai:

  <<O anima che se’ la` giu` nascosta,

Romagna tua non e`, e non fu mai,

  sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;

  ma ‘n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata e` molt’anni:

  l’aguglia da Polenta la si cova,

  si` che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fe’ gia` la lunga prova

  e di Franceschi sanguinoso mucchio,

  sotto le branche verdi si ritrova.

E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio,

  che fecer di Montagna il mal governo,

  la` dove soglion fan d’i denti succhio.

Le citta` di Lamone e di Santerno

  conduce il lioncel dal nido bianco,

  che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,

  cosi` com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte

  tra tirannia si vive e stato franco.

Ora chi se’, ti priego che ne conte;

  non esser duro piu` ch’altri sia stato,

  se ‘l nome tuo nel mondo tegna fronte>>.

Poscia che ‘l foco alquanto ebbe rugghiato

  al modo suo, l’aguta punta mosse

  di qua, di la`, e poi die` cotal fiato:

<<S’i’ credesse che mia risposta fosse

  a persona che mai tornasse al mondo,

  questa fiamma staria sanza piu` scosse;

ma pero` che gia` mai di questo fondo

  non torno` vivo alcun, s’i’ odo il vero,

  sanza tema d’infamia ti rispondo.

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,

  credendomi, si` cinto, fare ammenda;

  e certo il creder mio venia intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

  che mi rimise ne le prime colpe;

  e come e quare, voglio che m’intenda.

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe

  che la madre mi die`, l’opere mie

  non furon leonine, ma di volpe.

Li accorgimenti e le coperte vie

  io seppi tutte, e si` menai lor arte,

  ch’al fine de la terra il suono uscie.

Quando mi vidi giunto in quella parte

  di mia etade ove ciascun dovrebbe

  calar le vele e raccoglier le sarte,

cio` che pria mi piacea, allor m’increbbe,

  e pentuto e confesso mi rendei;

  ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,

  avendo guerra presso a Laterano,

  e non con Saracin ne’ con Giudei,

che’ ciascun suo nimico era cristiano,

  e nessun era stato a vincer Acri

  ne’ mercatante in terra di Soldano;

ne’ sommo officio ne’ ordini sacri

  guardo` in se’, ne’ in me quel capestro

  che solea fare i suoi cinti piu` macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro

  d’entro Siratti a guerir de la lebbre;

  cosi` mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre:

  domandommi consiglio, e io tacetti

  perche’ le sue parole parver ebbre.

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;

  finor t’assolvo, e tu m’insegna fare

  si` come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,

  come tu sai; pero` son due le chiavi

  che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi

  la` ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio,

  e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov’io mo cader deggio,

  lunga promessa con l’attender corto

  ti fara` triunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi com’io fu’ morto,

  per me; ma un d’i neri cherubini

  li disse: “Non portar: non mi far torto.

Venir se ne dee giu` tra ‘ miei meschini

  perche’ diede ‘l consiglio frodolente,

  dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si puo` chi non si pente,

  ne’ pentere e volere insieme puossi

  per la contradizion che nol consente”.

Oh me dolente! come mi riscossi

  quando mi prese dicendomi: “Forse

  tu non pensavi ch’io loico fossi!”.

A Minos mi porto`; e quelli attorse

  otto volte la coda al dosso duro;

  e poi che per gran rabbia la si morse,

disse: “Questi e` d’i rei del foco furo”;

  per ch’io la` dove vedi son perduto,

  e si` vestito, andando, mi rancuro>>.

Quand’elli ebbe ‘l suo dir cosi` compiuto,

  la fiamma dolorando si partio,

  torcendo e dibattendo ‘l corno aguto.

Noi passamm’oltre, e io e ‘l duca mio,

  su per lo scoglio infino in su l’altr’arco

  che cuopre ‘l fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.

Inferno: Canto XXVIII

Chi poria mai pur con parole sciolte

  dicer del sangue e de le piaghe a pieno

  ch’i’ ora vidi, per narrar piu` volte?

Ogne lingua per certo verria meno

  per lo nostro sermone e per la mente

  c’hanno a tanto comprender poco seno.

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

  che gia` in su la fortunata terra

  di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra

  che de l’anella fe’ si` alte spoglie,

  come Livio scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie

  per contastare a Ruberto Guiscardo;

  e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

a Ceperan, la` dove fu bugiardo

  ciascun Pugliese, e la` da Tagliacozzo,

  dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo

  mostrasse, d’aequar sarebbe nulla

  il modo de la nona bolgia sozzo.

Gia` veggia, per mezzul perdere o lulla,

  com’io vidi un, cosi` non si pertugia,

  rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;

  la corata pareva e ‘l tristo sacco

  che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

  guardommi, e con le man s’aperse il petto,

  dicendo: <<Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato e` Maometto!

  Dinanzi a me sen va piangendo Ali`,

  fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,

  seminator di scandalo e di scisma

  fuor vivi, e pero` son fessi cosi`.

Un diavolo e` qua dietro che n’accisma

  si` crudelmente, al taglio de la spada

  rimettendo ciascun di questa risma,

quand’avem volta la dolente strada;

  pero` che le ferite son richiuse

  prima ch’altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se’ che ‘n su lo scoglio muse,

  forse per indugiar d’ire a la pena

  ch’e` giudicata in su le tue accuse?>>.

<<Ne’ morte ‘l giunse ancor, ne’ colpa ‘l mena>>,

  rispuose ‘l mio maestro <<a tormentarlo;

  ma per dar lui esperienza piena,

a me, che morto son, convien menarlo

  per lo ‘nferno qua giu` di giro in giro;

  e quest’e` ver cosi` com’io ti parlo>>.

Piu` fuor di cento che, quando l’udiro,

  s’arrestaron nel fosso a riguardarmi

  per maraviglia obliando il martiro.

<<Or di` a fra Dolcin dunque che s’armi,

  tu che forse vedra’ il sole in breve,

  s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

si` di vivanda, che stretta di neve

  non rechi la vittoria al Noarese,

  ch’altrimenti acquistar non saria leve>>.

Poi che l’un pie` per girsene sospese,

  Maometto mi disse esta parola;

  indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola

  e tronco ‘l naso infin sotto le ciglia,

  e non avea mai ch’una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia

  con li altri, innanzi a li altri apri` la canna,

  ch’era di fuor d’ogni parte vermiglia,

e disse: <<O tu cui colpa non condanna

  e cu’ io vidi su in terra latina,

  se troppa simiglianza non m’inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

  se mai torni a veder lo dolce piano

  che da Vercelli a Marcabo` dichina.

E fa saper a’ due miglior da Fano,

  a messer Guido e anco ad Angiolello,

  che, se l’antiveder qui non e` vano,

gittati saran fuor di lor vasello

  e mazzerati presso a la Cattolica

  per tradimento d’un tiranno fello.

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica

  non vide mai si` gran fallo Nettuno,

  non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l’uno,

  e tien la terra che tale qui meco

  vorrebbe di vedere esser digiuno,

fara` venirli a parlamento seco;

  poi fara` si`, ch’al vento di Focara

  non sara` lor mestier voto ne’ preco>>.

E io a lui: <<Dimostrami e dichiara,

  se vuo’ ch’i’ porti su` di te novella,

  chi e` colui da la veduta amara>>.

Allor puose la mano a la mascella

  d’un suo compagno e la bocca li aperse,

  gridando: <<Questi e` desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

  in Cesare, affermando che ‘l fornito

  sempre con danno l’attender sofferse>>.

Oh quanto mi pareva sbigottito

  con la lingua tagliata ne la strozza

  Curio, ch’a dir fu cosi` ardito!

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

  levando i moncherin per l’aura fosca,

  si` che ‘l sangue facea la faccia sozza,

grido`: <<Ricordera’ti anche del Mosca,

  che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,

  che fu mal seme per la gente tosca>>.

E io li aggiunsi: <<E morte di tua schiatta>>;

  per ch’elli, accumulando duol con duolo,

  sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

  e vidi cosa, ch’io avrei paura,

  sanza piu` prova, di contarla solo;

se non che coscienza m’assicura,

  la buona compagnia che l’uom francheggia

  sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,

  un busto sanza capo andar si` come

  andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,

  pesol con mano a guisa di lanterna;

  e quel mirava noi e dicea: <<Oh me!>>.

Di se’ facea a se’ stesso lucerna,

  ed eran due in uno e uno in due:

  com’esser puo`, quei sa che si` governa.

Quando diritto al pie` del ponte fue,

  levo` ‘l braccio alto con tutta la testa,

  per appressarne le parole sue,

che fuoro: <<Or vedi la pena molesta

  tu che, spirando, vai veggendo i morti:

  vedi s’alcuna e` grande come questa.

E perche’ tu di me novella porti,

  sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli

  che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in se’ ribelli:

  Achitofel non fe’ piu` d’Absalone

  e di David coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ cosi` giunte persone,

  partito porto il mio cerebro, lasso!,

  dal suo principio ch’e` in questo troncone.

Cosi` s’osserva in me lo contrapasso>>.

Inferno: Canto XXIX

La molta gente e le diverse piaghe

  avean le luci mie si` inebriate,

  che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: <<Che pur guate?

  perche’ la vista tua pur si soffolge

  la` giu` tra l’ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto si` a l’altre bolge;

  pensa, se tu annoverar le credi,

  che miglia ventidue la valle volge.

E gia` la luna e` sotto i nostri piedi:

  lo tempo e` poco omai che n’e` concesso,

  e altro e` da veder che tu non vedi>>.

<<Se tu avessi>>, rispuos’io appresso,

  <<atteso a la cagion perch’io guardava,

  forse m’avresti ancor lo star dimesso>>.

Parte sen giva, e io retro li andava,

  lo duca, gia` faccendo la risposta,

  e soggiugnendo: <<Dentro a quella cava

dov’io tenea or li occhi si` a posta,

  credo ch’un spirto del mio sangue pianga

  la colpa che la` giu` cotanto costa>>.

Allor disse ‘l maestro: <<Non si franga

  lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.

  Attendi ad altro, ed ei la` si rimanga;

ch’io vidi lui a pie` del ponticello

  mostrarti, e minacciar forte, col dito,

  e udi’ ‘l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor si` del tutto impedito

  sovra colui che gia` tenne Altaforte,

  che non guardasti in la`, si` fu partito>>.

<<O duca mio, la violenta morte

  che non li e` vendicata ancor>>, diss’io,

  <<per alcun che de l’onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio

  sanza parlarmi, si` com’io estimo:

  e in cio` m’ha el fatto a se’ piu` pio>>.

Cosi` parlammo infino al loco primo

  che de lo scoglio l’altra valle mostra,

  se piu` lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

  di Malebolge, si` che i suoi conversi

  potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,

  che di pieta` ferrati avean li strali;

  ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali,

  di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre

  e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,

  tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

  qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva

  del lungo scoglio, pur da man sinistra;

  e allor fu la mia vista piu` viva

giu` ver lo fondo, la ‘ve la ministra

  de l’alto Sire infallibil giustizia

  punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia

  fosse in Egina il popol tutto infermo,

  quando fu l’aere si` pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

  cascaron tutti, e poi le genti antiche,

  secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

  ch’era a veder per quella oscura valle

  languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre, e qual sovra le spalle

  l’un de l’altro giacea, e qual carpone

  si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,

  guardando e ascoltando li ammalati,

  che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a se’ poggiati,

  com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

  dal capo al pie` di schianze macolati;

e non vidi gia` mai menare stregghia

  a ragazzo aspettato dal segnorso,

  ne’ a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

  de l’unghie sopra se’ per la gran rabbia

  del pizzicor, che non ha piu` soccorso;

e si` traevan giu` l’unghie la scabbia,

  come coltel di scardova le scaglie

  o d’altro pesce che piu` larghe l’abbia.

<<O tu che con le dita ti dismaglie>>,

  comincio` ‘l duca mio a l’un di loro,

  <<e che fai d’esse talvolta tanaglie,

dinne s’alcun Latino e` tra costoro

  che son quinc’entro, se l’unghia ti basti

  etternalmente a cotesto lavoro>>.

<<Latin siam noi, che tu vedi si` guasti

  qui ambedue>>, rispuose l’un piangendo;

  <<ma tu chi se’ che di noi dimandasti?>>.

E ‘l duca disse: <<I’ son un che discendo

  con questo vivo giu` di balzo in balzo,

  e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo>>.

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

  e tremando ciascuno a me si volse

  con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

  dicendo: <<Di` a lor cio` che tu vuoli>>;

  e io incominciai, poscia ch’ei volse:

<<Se la vostra memoria non s’imboli

  nel primo mondo da l’umane menti,

  ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;

  la vostra sconcia e fastidiosa pena

  di palesarvi a me non vi spaventi>>.

<<Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena>>,

  rispuose l’un, <<mi fe’ mettere al foco;

  ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero e` ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

  “I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

  e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

  perch’io nol feci Dedalo, mi fece

  ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma nell ‘ultima bolgia de le diece

  me per l’alchimia che nel mondo usai

  danno` Minos, a cui fallar non lece>>.

E io dissi al poeta: <<Or fu gia` mai

  gente si` vana come la sanese?

  Certo non la francesca si` d’assai!>>.

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

  rispuose al detto mio: <<Tra’mene Stricca

  che seppe far le temperate spese,

e Niccolo` che la costuma ricca

  del garofano prima discoverse

  ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ne la brigata in che disperse

  Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

  e l’Abbagliato suo senno proferse.

Ma perche’ sappi chi si` ti seconda

  contra i Sanesi, aguzza ver me l’occhio,

  si` che la faccia mia ben ti risponda:

si` vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

  che falsai li metalli con l’alchimia;

  e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

com’io fui di natura buona scimia>>.

Inferno: Canto XXX

Nel tempo che Iunone era crucciata

  per Semele` contra ‘l sangue tebano,

  come mostro` una e altra fiata,

Atamante divenne tanto insano,

  che veggendo la moglie con due figli

  andar carcata da ciascuna mano,

grido`: <<Tendiam le reti, si` ch’io pigli

  la leonessa e ‘ leoncini al varco>>;

  e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l’un ch’avea nome Learco,

  e rotollo e percosselo ad un sasso;

  e quella s’annego` con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso

  l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,

  si` che ‘nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,

  poscia che vide Polissena morta,

  e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,

  forsennata latro` si` come cane;

  tanto il dolor le fe’ la mente torta.

Ma ne’ di Tebe furie ne’ troiane

  si vider mai in alcun tanto crude,

  non punger bestie, nonche’ membra umane,

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,

  che mordendo correvan di quel modo

  che ‘l porco quando del porcil si schiude.

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo

  del collo l’assanno`, si` che, tirando,

  grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l’Aretin che rimase, tremando

  mi disse: <<Quel folletto e` Gianni Schicchi,

  e va rabbioso altrui cosi` conciando>>.

<<Oh!>>, diss’io lui, <<se l’altro non ti ficchi

  li denti a dosso, non ti sia fatica

  a dir chi e`, pria che di qui si spicchi>>.

Ed elli a me: <<Quell’e` l’anima antica

  di Mirra scellerata, che divenne

  al padre fuor del dritto amore amica.

Questa a peccar con esso cosi` venne,

  falsificando se’ in altrui forma,

  come l’altro che la` sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,

  falsificare in se’ Buoso Donati,

  testando e dando al testamento norma>>.

E poi che i due rabbiosi fuor passati

  sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,

  rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,

  pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia

  tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesi`, che si` dispaia

  le membra con l’omor che mal converte,

  che ‘l viso non risponde a la ventraia,

facea lui tener le labbra aperte

  come l’etico fa, che per la sete

  l’un verso ‘l mento e l’altro in su` rinverte.

<<O voi che sanz’alcuna pena siete,

  e non so io perche’, nel mondo gramo>>,

  diss’elli a noi, <<guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo:

  io ebbi vivo assai di quel ch’i’ volli,

  e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che d’i verdi colli

  del Casentin discendon giuso in Arno,

  faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

  che’ l’imagine lor vie piu` m’asciuga

  che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

  tragge cagion del loco ov’io peccai

  a metter piu` li miei sospiri in fuga.

Ivi e` Romena, la` dov’io falsai

  la lega suggellata del Batista;

  per ch’io il corpo su` arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista

  di Guido o d’Alessandro o di lor frate,

  per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c’e` l’una gia`, se l’arrabbiate

  ombre che vanno intorno dicon vero;

  ma che mi val, c’ho le membra legate?

S’io fossi pur di tanto ancor leggero

  ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,

  io sarei messo gia` per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,

  con tutto ch’ella volge undici miglia,

  e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra si` fatta famiglia:

  e’ m’indussero a batter li fiorini

  ch’avevan tre carati di mondiglia>>.

E io a lui: <<Chi son li due tapini

  che fumman come man bagnate ‘l verno,

  giacendo stretti a’ tuoi destri confini?>>.

<<Qui li trovai – e poi volta non dierno – >>,

  rispuose, <<quando piovvi in questo greppo,

  e non credo che dieno in sempiterno.

L’una e` la falsa ch’accuso` Gioseppo;

  l’altr’e` ‘l falso Sinon greco di Troia:

  per febbre aguta gittan tanto leppo>>.

E l’un di lor, che si reco` a noia

  forse d’esser nomato si` oscuro,

  col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sono` come fosse un tamburo;

  e mastro Adamo li percosse il volto

  col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: <<Ancor che mi sia tolto

  lo muover per le membra che son gravi,

  ho io il braccio a tal mestiere sciolto>>.

Ond’ei rispuose: <<Quando tu andavi

  al fuoco, non l’avei tu cosi` presto;

  ma si` e piu` l’avei quando coniavi>>.

E l’idropico: <<Tu di’ ver di questo:

  ma tu non fosti si` ver testimonio

  la` ‘ve del ver fosti a Troia richesto>>.

<<S’io dissi falso, e tu falsasti il conio>>,

  disse Sinon; <<e son qui per un fallo,

  e tu per piu` ch’alcun altro demonio!>>.

<<Ricorditi, spergiuro, del cavallo>>,

  rispuose quel ch’avea infiata l’epa;

  <<e sieti reo che tutto il mondo sallo!>>.

<<E te sia rea la sete onde ti crepa>>,

  disse ‘l Greco, <<la lingua, e l’acqua marcia

  che ‘l ventre innanzi a li occhi si` t’assiepa!>>.

Allora il monetier: <<Cosi` si squarcia

  la bocca tua per tuo mal come suole;

  che’ s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole,

  e per leccar lo specchio di Narcisso,

  non vorresti a ‘nvitar molte parole>>.

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,

  quando ‘l maestro mi disse: <<Or pur mira,

  che per poco che teco non mi risso!>>.

Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira,

  volsimi verso lui con tal vergogna,

  ch’ancor per la memoria mi si gira.

Qual e` colui che suo dannaggio sogna,

  che sognando desidera sognare,

  si` che quel ch’e`, come non fosse, agogna,

tal mi fec’io, non possendo parlare,

  che disiava scusarmi, e scusava

  me tuttavia, e nol mi credea fare.

<<Maggior difetto men vergogna lava>>,

  disse ‘l maestro, <<che ‘l tuo non e` stato;

  pero` d’ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,

  se piu` avvien che fortuna t’accoglia

  dove sien genti in simigliante piato:

che’ voler cio` udire e` bassa voglia>>.

Inferno: Canto XXXI

Una medesma lingua pria mi morse,

  si` che mi tinse l’una e l’altra guancia,

  e poi la medicina mi riporse;

cosi` od’io che solea far la lancia

  d’Achille e del suo padre esser cagione

  prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone

  su per la ripa che ‘l cinge dintorno,

  attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno,

  si` che ‘l viso m’andava innanzi poco;

  ma io senti’ sonare un alto corno,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

  che, contra se’ la sua via seguitando,

  dirizzo` li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando

  Carlo Magno perde’ la santa gesta,

  non sono` si` terribilmente Orlando.

Poco portai in la` volta la testa,

  che me parve veder molte alte torri;

  ond’io: <<Maestro, di’, che terra e` questa?>>.

Ed elli a me: <<Pero` che tu trascorri

  per le tenebre troppo da la lungi,

  avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu la` ti congiungi,

  quanto ‘l senso s’inganna di lontano;

  pero` alquanto piu` te stesso pungi>>.

Poi caramente mi prese per mano,

  e disse: <<Pria che noi siamo piu` avanti,

  accio` che ‘l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,

  e son nel pozzo intorno da la ripa

  da l’umbilico in giuso tutti quanti>>.

Come quando la nebbia si dissipa,

  lo sguardo a poco a poco raffigura

  cio` che cela ‘l vapor che l’aere stipa,

cosi` forando l’aura grossa e scura,

  piu` e piu` appressando ver’ la sponda,

  fuggiemi errore e cresciemi paura;

pero` che come su la cerchia tonda

  Montereggion di torri si corona,

  cosi` la proda che ‘l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona

  li orribili giganti, cui minaccia

  Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva gia` d’alcun la faccia,

  le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,

  e per le coste giu` ambo le braccia.

Natura certo, quando lascio` l’arte

  di si` fatti animali, assai fe’ bene

  per torre tali essecutori a Marte.

E s’ella d’elefanti e di balene

  non si pente, chi guarda sottilmente,

  piu` giusta e piu` discreta la ne tene;

che’ dove l’argomento de la mente

  s’aggiugne al mal volere e a la possa,

  nessun riparo vi puo` far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa

  come la pina di San Pietro a Roma,

  e a sua proporzione eran l’altre ossa;

si` che la ripa, ch’era perizoma

  dal mezzo in giu`, ne mostrava ben tanto

  di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s’averien dato mal vanto;

  pero` ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

  dal loco in giu` dov’omo affibbia ‘l manto.

<<Raphel mai` ameche zabi` almi>>,

  comincio` a gridar la fiera bocca,

  cui non si convenia piu` dolci salmi.

E ‘l duca mio ver lui: <<Anima sciocca,

  tienti col corno, e con quel ti disfoga

  quand’ira o altra passion ti tocca!

Cercati al collo, e troverai la soga

  che ‘l tien legato, o anima confusa,

  e vedi lui che ‘l gran petto ti doga>>.

Poi disse a me: <<Elli stessi s’accusa;

  questi e` Nembrotto per lo cui mal coto

  pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

Lascianlo stare e non parliamo a voto;

  che’ cosi` e` a lui ciascun linguaggio

  come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo e` noto>>.

Facemmo adunque piu` lungo viaggio,

  volti a sinistra; e al trar d’un balestro,

  trovammo l’altro assai piu` fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse ‘l maestro,

  non so io dir, ma el tenea soccinto

  dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

d’una catena che ‘l tenea avvinto

  dal collo in giu`, si` che ‘n su lo scoperto

  si ravvolgea infino al giro quinto.

<<Questo superbo volle esser esperto

  di sua potenza contra ‘l sommo Giove>>,

  disse ‘l mio duca, <<ond’elli ha cotal merto.

Fialte ha nome, e fece le gran prove

  quando i giganti fer paura a’ dei;

  le braccia ch’el meno`, gia` mai non move>>.

E io a lui: <<S’esser puote, io vorrei

  che de lo smisurato Briareo

  esperienza avesser li occhi miei>>.

Ond’ei rispuose: <<Tu vedrai Anteo

  presso di qui che parla ed e` disciolto,

  che ne porra` nel fondo d’ogne reo.

Quel che tu vuo’ veder, piu` la` e` molto,

  ed e` legato e fatto come questo,

  salvo che piu` feroce par nel volto>>.

Non fu tremoto gia` tanto rubesto,

  che scotesse una torre cosi` forte,

  come Fialte a scuotersi fu presto.

Allor temett’io piu` che mai la morte,

  e non v’era mestier piu` che la dotta,

  s’io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo piu` avante allotta,

  e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

  sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

<<O tu che ne la fortunata valle

  che fece Scipion di gloria reda,

  quand’Anibal co’ suoi diede le spalle,

recasti gia` mille leon per preda,

  e che, se fossi stato a l’alta guerra

  de’tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch’avrebber vinto i figli de la terra;

  mettine giu`, e non ten vegna schifo,

  dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio ne’ a Tifo:

  questi puo` dar di quel che qui si brama;

  pero` ti china, e non torcer lo grifo.

Ancor ti puo` nel mondo render fama,

  ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

  se ‘nnanzi tempo grazia a se’ nol chiama>>.

Cosi` disse ‘l maestro; e quelli in fretta

  le man distese, e prese ‘l duca mio,

  ond’Ercule senti` gia` grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,

  disse a me: <<Fatti qua, si` ch’io ti prenda>>;

  poi fece si` ch’un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda

  sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

  sovr’essa si`, ched ella incontro penda;

tal parve Anteo a me che stava a bada

  di vederlo chinare, e fu tal ora

  ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora

  Lucifero con Giuda, ci sposo`;

  ne’ si` chinato, li` fece dimora,

e come albero in nave si levo`.

Inferno: Canto XXXII

S’io avessi le rime aspre e chiocce,

  come si converrebbe al tristo buco

  sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

  piu` pienamente; ma perch’io non l’abbo,

  non sanza tema a dicer mi conduco;

che’ non e` impresa da pigliare a gabbo

  discriver fondo a tutto l’universo,

  ne’ da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

  ch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe,

  si` che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe

  che stai nel loco onde parlare e` duro,

  mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giu` nel pozzo scuro

  sotto i pie` del gigante assai piu` bassi,

  e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: <<Guarda come passi:

  va si`, che tu non calchi con le piante

  le teste de’ fratei miseri lassi>>.

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

  e sotto i piedi un lago che per gelo

  avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo si` grosso velo

  di verno la Danoia in Osterlicchi,

  ne’ Tanai la` sotto ‘l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi

  vi fosse su` caduto, o Pietrapana,

  non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana

  col muso fuor de l’acqua, quando sogna

  di spigolar sovente la villana;

livide, insin la` dove appar vergogna

  eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,

  mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giu` tenea volta la faccia;

  da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

  tra lor testimonianza si procaccia.

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,

  volsimi a’ piedi, e vidi due si` stretti,

  che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

<<Ditemi, voi che si` strignete i petti>>,

  diss’io, <<chi siete?>>. E quei piegaro i colli;

  e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

  gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse

  le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse

  forte cosi`; ond’ei come due becchi

  cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi

  per la freddura, pur col viso in giue,

  disse: <<Perche’ cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,

  la valle onde Bisenzo si dichina

  del padre loro Alberto e di lor fue.

D’un corpo usciro; e tutta la Caina

  potrai cercare, e non troverai ombra

  degna piu` d’esser fitta in gelatina;

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra

  con esso un colpo per la man d’Artu`;

  non Focaccia; non questi che m’ingombra

col capo si`, ch’i’ non veggio oltre piu`,

  e fu nomato Sassol Mascheroni;

  se tosco se’, ben sai omai chi fu.

E perche’ non mi metti in piu` sermoni,

  sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;

  e aspetto Carlin che mi scagioni>>.

Poscia vid’io mille visi cagnazzi

  fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

  e verra` sempre, de’ gelati guazzi.

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo

  al quale ogne gravezza si rauna,

  e io tremava ne l’etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,

  non so; ma, passeggiando tra le teste,

  forte percossi ‘l pie` nel viso ad una.

Piangendo mi sgrido`: <<Perche’ mi peste?

  se tu non vieni a crescer la vendetta

  di Montaperti, perche’ mi moleste?>>.

E io: <<Maestro mio, or qui m’aspetta,

  si ch’io esca d’un dubbio per costui;

  poi mi farai, quantunque vorrai, fretta>>.

Lo duca stette, e io dissi a colui

  che bestemmiava duramente ancora:

  <<Qual se’ tu che cosi` rampogni altrui?>>.

<<Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,

  percotendo>>, rispuose, <<altrui le gote,

  si` che, se fossi vivo, troppo fora?>>.

<<Vivo son io, e caro esser ti puote>>,

  fu mia risposta, <<se dimandi fama,

  ch’io metta il nome tuo tra l’altre note>>.

Ed elli a me: <<Del contrario ho io brama.

  Levati quinci e non mi dar piu` lagna,

  che’ mal sai lusingar per questa lama!>>.

Allor lo presi per la cuticagna,

  e dissi: <<El converra` che tu ti nomi,

  o che capel qui su` non ti rimagna>>.

Ond’elli a me: <<Perche’ tu mi dischiomi,

  ne’ ti diro` ch’io sia, ne’ mosterrolti,

  se mille fiate in sul capo mi tomi>>.

Io avea gia` i capelli in mano avvolti,

  e tratto glien’avea piu` d’una ciocca,

  latrando lui con li occhi in giu` raccolti,

quando un altro grido`: <<Che hai tu, Bocca?

  non ti basta sonar con le mascelle,

  se tu non latri? qual diavol ti tocca?>>.

<<Omai>>, diss’io, <<non vo’ che piu` favelle,

  malvagio traditor; ch’a la tua onta

  io portero` di te vere novelle>>.

<<Va via>>, rispuose, <<e cio` che tu vuoi conta;

  ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

  di quel ch’ebbe or cosi` la lingua pronta.

El piange qui l’argento de’ Franceschi:

  “Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera

  la` dove i peccatori stanno freschi”.

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,

  tu hai dallato quel di Beccheria

  di cui sego` Fiorenza la gorgiera.

Gianni de’ Soldanier credo che sia

  piu` la` con Ganellone e Tebaldello,

  ch’apri` Faenza quando si dormia>>.

Noi eravam partiti gia` da ello,

  ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

  si` che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ‘l pan per fame si manduca,

  cosi` ‘l sovran li denti a l’altro pose

  la` ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tideo si rose

  le tempie a Menalippo per disdegno,

  che quei faceva il teschio e l’altre cose.

<<O tu che mostri per si` bestial segno

  odio sovra colui che tu ti mangi,

  dimmi ‘l perche’>>, diss’io, <<per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,

  sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

  nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca>>.

Inferno: Canto XXXIII

La bocca sollevo` dal fiero pasto

  quel peccator, forbendola a’capelli

  del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi comincio`: <<Tu vuo’ ch’io rinovelli

  disperato dolor che ‘l cor mi preme

  gia` pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme

  che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

  parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ ne’ per che modo

  venuto se’ qua giu`; ma fiorentino

  mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

  e questi e` l’arcivescovo Ruggieri:

  or ti diro` perche’ i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

  fidandomi di lui, io fossi preso

  e poscia morto, dir non e` mestieri;

pero` quel che non puoi avere inteso,

  cioe` come la morte mia fu cruda,

  udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda

  la qual per me ha ‘l titol de la fame,

  e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame

  piu` lune gia`, quand’io feci ‘l mal sonno

  che del futuro mi squarcio` ‘l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,

  cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte

  per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studiose e conte

  Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

  s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi

  lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane

  mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,

  pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli

  ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu gia` non ti duoli

  pensando cio` che ‘l mio cor s’annunziava;

  e se non piangi, di che pianger suoli?

Gia` eran desti, e l’ora s’appressava

  che ‘l cibo ne solea essere addotto,

  e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

  a l’orribile torre; ond’io guardai

  nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangea, si` dentro impetrai:

  piangevan elli; e Anselmuccio mio

  disse: “Tu guardi si`, padre! che hai?”.

Percio` non lacrimai ne’ rispuos’io

  tutto quel giorno ne’ la notte appresso,

  infin che l’altro sol nel mondo uscio.

Come un poco di raggio si fu messo

  nel doloroso carcere, e io scorsi

  per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

  ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia

  di manicar, di subito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia

  se tu mangi di noi: tu ne vestisti

  queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli piu` tristi;

  lo di` e l’altro stemmo tutti muti;

  ahi dura terra, perche’ non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto di` venuti,

  Gaddo mi si gitto` disteso a’ piedi,

  dicendo: “Padre mio, che’ non mi aiuti?”.

Quivi mori`; e come tu mi vedi,

  vid’io cascar li tre ad uno ad uno

  tra ‘l quinto di` e ‘l sesto; ond’io mi diedi,

gia` cieco, a brancolar sovra ciascuno,

  e due di` li chiamai, poi che fur morti.

  Poscia, piu` che ‘l dolor, pote’ ‘l digiuno>>.

Quand’ebbe detto cio`, con li occhi torti

  riprese ‘l teschio misero co’denti,

  che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti

  del bel paese la` dove ‘l si` suona,

  poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

  e faccian siepe ad Arno in su la foce,

  si` ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che’ se ‘l conte Ugolino aveva voce

  d’aver tradita te de le castella,

  non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’eta` novella,

  novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata

  e li altri due che ‘l canto suso appella.

Noi passammo oltre, la` ‘ve la gelata

  ruvidamente un’altra gente fascia,

  non volta in giu`, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso li` pianger non lascia,

  e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo,

  si volge in entro a far crescer l’ambascia;

che’ le lagrime prime fanno groppo,

  e si` come visiere di cristallo,

  riempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, si` come d’un callo,

  per la freddura ciascun sentimento

  cessato avesse del mio viso stallo,

gia` mi parea sentire alquanto vento:

  per ch’io: <<Maestro mio, questo chi move?

  non e` qua giu` ogne vapore spento?>>.

Ond’elli a me: <<Avaccio sarai dove

  di cio` ti fara` l’occhio la risposta,

  veggendo la cagion che ‘l fiato piove>>.

E un de’ tristi de la fredda crosta

  grido` a noi: <<O anime crudeli,

  tanto che data v’e` l’ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,

  si` ch’io sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna,

  un poco, pria che ‘l pianto si raggeli>>.

Per ch’io a lui: <<Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

  dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

  al fondo de la ghiaccia ir mi convegna>>.

Rispuose adunque: <<I’ son frate Alberigo;

  i’ son quel da le frutta del mal orto,

  che qui riprendo dattero per figo>>.

<<Oh!>>, diss’io lui, <<or se’ tu ancor morto?>>.

  Ed elli a me: <<Come ‘l mio corpo stea

  nel mondo su`, nulla scienza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

  che spesse volte l’anima ci cade

  innanzi ch’Atropos mossa le dea.

E perche’ tu piu` volentier mi rade

  le ‘nvetriate lagrime dal volto,

  sappie che, tosto che l’anima trade

come fec’io, il corpo suo l’e` tolto

  da un demonio, che poscia il governa

  mentre che ‘l tempo suo tutto sia volto.

Ella ruina in si` fatta cisterna;

  e forse pare ancor lo corpo suso

  de l’ombra che di qua dietro mi verna.

Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

  elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni

  poscia passati ch’el fu si` racchiuso>>.

<<Io credo>>, diss’io lui, <<che tu m’inganni;

  che’ Branca Doria non mori` unquanche,

  e mangia e bee e dorme e veste panni>>.

<<Nel fosso su`>>, diss’el, <<de’ Malebranche,

  la` dove bolle la tenace pece,

  non era ancor giunto Michel Zanche,

che questi lascio` il diavolo in sua vece

  nel corpo suo, ed un suo prossimano

  che ‘l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;

  aprimi li occhi>>. E io non gliel’apersi;

  e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi

  d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

  perche’ non siete voi del mondo spersi?

Che’ col peggiore spirto di Romagna

  trovai di voi un tal, che per sua opra

  in anima in Cocito gia` si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Inferno: Canto XXXIV

<<Vexilla regis prodeunt inferni

  verso di noi; pero` dinanzi mira>>,

  disse ‘l maestro mio <<se tu ‘l discerni>>.

Come quando una grossa nebbia spira,

  o quando l’emisperio nostro annotta,

  par di lungi un molin che ‘l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

  poi per lo vento mi ristrinsi retro

  al duca mio; che’ non li` era altra grotta.

Gia` era, e con paura il metto in metro,

  la` dove l’ombre tutte eran coperte,

  e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

  quella col capo e quella con le piante;

  altra, com’arco, il volto a’ pie` rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,

  ch’al mio maestro piacque di mostrarmi

  la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fe’ restarmi,

  <<Ecco Dite>>, dicendo, <<ed ecco il loco

  ove convien che di fortezza t’armi>>.

Com’io divenni allor gelato e fioco,

  nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

  pero` ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo:

  pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,

  qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Lo ‘mperador del doloroso regno

  da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;

  e piu` con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:

  vedi oggimai quant’esser dee quel tutto

  ch’a cosi` fatta parte si confaccia.

S’el fu si` bel com’elli e` ora brutto,

  e contra ‘l suo fattore alzo` le ciglia,

  ben dee da lui proceder ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

  quand’io vidi tre facce a la sua testa!

  L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa

  sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

  e se’ giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;

  la sinistra a vedere era tal, quali

  vegnon di la` onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,

  quanto si convenia a tanto uccello:

  vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

  era lor modo; e quelle svolazzava,

  si` che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

  Con sei occhi piangea, e per tre menti

  gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti

  un peccatore, a guisa di maciulla,

  si` che tre ne facea cosi` dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla

  verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena

  rimanea de la pelle tutta brulla.

<<Quell’anima la` su` c’ha maggior pena>>,

  disse ‘l maestro, <<e` Giuda Scariotto,

  che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,

  quel che pende dal nero ceffo e` Bruto:

  vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro e` Cassio che par si` membruto.

  Ma la notte risurge, e oramai

  e` da partir, che’ tutto avem veduto>>.

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;

  ed el prese di tempo e loco poste,

  e quando l’ali fuoro aperte assai,

appiglio` se’ a le vellute coste;

  di vello in vello giu` discese poscia

  tra ‘l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo la` dove la coscia

  si volge, a punto in sul grosso de l’anche,

  lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov’elli avea le zanche,

  e aggrappossi al pel com’om che sale,

  si` che ‘n inferno i’ credea tornar anche.

<<Attienti ben, che’ per cotali scale>>,

  disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,

  <<conviensi dipartir da tanto male>>.

Poi usci` fuor per lo foro d’un sasso,

  e puose me in su l’orlo a sedere;

  appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere

  Lucifero com’io l’avea lasciato,

  e vidili le gambe in su` tenere;

e s’io divenni allora travagliato,

  la gente grossa il pensi, che non vede

  qual e` quel punto ch’io avea passato.

<<Levati su`>>, disse ‘l maestro, <<in piede:

  la via e` lunga e ‘l cammino e` malvagio,

  e gia` il sole a mezza terza riede>>.

Non era camminata di palagio

  la` ‘v’eravam, ma natural burella

  ch’avea mal suolo e di lume disagio.

<<Prima ch’io de l’abisso mi divella,

  maestro mio>>, diss’io quando fui dritto,

  <<a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’e` la ghiaccia? e questi com’e` fitto

  si` sottosopra? e come, in si` poc’ora,

  da sera a mane ha fatto il sol tragitto?>>.

Ed elli a me: <<Tu imagini ancora

  d’esser di la` dal centro, ov’io mi presi

  al pel del vermo reo che ‘l mondo fora.

Di la` fosti cotanto quant’io scesi;

  quand’io mi volsi, tu passasti ‘l punto

  al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

E se’ or sotto l’emisperio giunto

  ch’e` contraposto a quel che la gran secca

  coverchia, e sotto ‘l cui colmo consunto

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca:

  tu hai i piedi in su picciola spera

  che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Qui e` da man, quando di la` e` sera;

  e questi, che ne fe’ scala col pelo,

  fitto e` ancora si` come prim’era.

Da questa parte cadde giu` dal cielo;

  e la terra, che pria di qua si sporse,

  per paura di lui fe’ del mar velo,

e venne a l’emisperio nostro; e forse

  per fuggir lui lascio` qui loco voto

  quella ch’appar di qua, e su` ricorse>>.

Luogo e` la` giu` da Belzebu` remoto

  tanto quanto la tomba si distende,

  che non per vista, ma per suono e` noto

d’un ruscelletto che quivi discende

  per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,

  col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

  intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

  e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo su`, el primo e io secondo,

  tanto ch’i’ vidi de le cose belle

  che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

La Divina Commedia
di Dante Alighieri
(e-text courtesy Progetto Manuzio)

PURGATORIO

Purgatorio: Canto I

Per correr miglior acque alza le vele

  omai la navicella del mio ingegno,

  che lascia dietro a se’ mar si` crudele;

e cantero` di quel secondo regno

  dove l’umano spirito si purga

  e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesi` resurga,

  o sante Muse, poi che vostro sono;

  e qui Caliope` alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

  di cui le Piche misere sentiro

  lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’oriental zaffiro,

  che s’accoglieva nel sereno aspetto

  del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricomincio` diletto,

  tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

  che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta

  faceva tutto rider l’oriente,

  velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

  a l’altro polo, e vidi quattro stelle

  non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:

  oh settentrional vedovo sito,

  poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io da loro sguardo fui partito,

  un poco me volgendo a l ‘altro polo,

  la` onde il Carro gia` era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,

  degno di tanta reverenza in vista,

  che piu` non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista

  portava, a’ suoi capelli simigliante,

  de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante

  fregiavan si` la sua faccia di lume,

  ch’i’ ‘l vedea come ‘l sol fosse davante.

<<Chi siete voi che contro al cieco fiume

  fuggita avete la pregione etterna?>>,

  diss’el, movendo quelle oneste piume.

<<Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

  uscendo fuor de la profonda notte

  che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso cosi` rotte?

  o e` mutato in ciel novo consiglio,

  che, dannati, venite a le mie grotte?>>.

Lo duca mio allor mi die` di piglio,

  e con parole e con mani e con cenni

  reverenti mi fe’ le gambe e ‘l ciglio.

Poscia rispuose lui: <<Da me non venni:

  donna scese del ciel, per li cui prieghi

  de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’e` tuo voler che piu` si spieghi

  di nostra condizion com’ell’e` vera,

  esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l’ultima sera;

  ma per la sua follia le fu si` presso,

  che molto poco tempo a volger era.

Si` com’io dissi, fui mandato ad esso

  per lui campare; e non li` era altra via

  che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

  e ora intendo mostrar quelli spirti

  che purgan se’ sotto la tua balia.

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

  de l’alto scende virtu` che m’aiuta

  conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

  liberta` va cercando, ch’e` si` cara,

  come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ‘l sai, che’ non ti fu per lei amara

  in Utica la morte, ove lasciasti

  la vesta ch’al gran di` sara` si` chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,

  che’ questi vive, e Minos me non lega;

  ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,

  o santo petto, che per tua la tegni:

  per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

  grazie riportero` di te a lei,

  se d’esser mentovato la` giu` degni>>.

<<Marzia piacque tanto a li occhi miei

  mentre ch’i’ fu’ di la`>>, diss’elli allora,

  <<che quante grazie volse da me, fei.

Or che di la` dal mal fiume dimora,

  piu` muover non mi puo`, per quella legge

  che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti muove e regge,

  come tu di’, non c’e` mestier lusinghe:

  bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

  d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,

  si` ch’ogne sucidume quindi stinghe;

che’ non si converria, l’occhio sorpriso

  d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

  ministro, ch’e` di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

  la` giu` cola` dove la batte l’onda,

  porta di giunchi sovra ‘l molle limo;

null’altra pianta che facesse fronda

  o indurasse, vi puote aver vita,

  pero` ch’a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;

  lo sol vi mosterra`, che surge omai,

  prendere il monte a piu` lieve salita>>.

Cosi` spari`; e io su` mi levai

  sanza parlare, e tutto mi ritrassi

  al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El comincio`: <<Figliuol, segui i miei passi:

  volgianci in dietro, che’ di qua dichina

  questa pianura a’ suoi termini bassi>>.

L’alba vinceva l’ora mattutina

  che fuggia innanzi, si` che di lontano

  conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

  com’om che torna a la perduta strada,

  che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo la` ‘ve la rugiada

  pugna col sole, per essere in parte

  dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

  soavemente ‘l mio maestro pose:

  ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose:

  ivi mi fece tutto discoverto

  quel color che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

  che mai non vide navicar sue acque

  omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse si` com’altrui piacque:

  oh maraviglia! che’ qual elli scelse

  l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente la` onde l’avelse.

Purgatorio: Canto II

Gia` era ‘l sole a l’orizzonte giunto

  lo cui meridian cerchio coverchia

  Ierusalem col suo piu` alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

  uscia di Gange fuor con le Bilance,

  che le caggion di man quando soverchia;

si` che le bianche e le vermiglie guance,

  la` dov’i’ era, de la bella Aurora

  per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,

  come gente che pensa a suo cammino,

  che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

  per li grossi vapor Marte rosseggia

  giu` nel ponente sovra ‘l suol marino,

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,

  un lume per lo mar venir si` ratto,

  che ‘l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto

  l’occhio per domandar lo duca mio,

  rividil piu` lucente e maggior fatto.

Poi d’ogne lato ad esso m’appario

  un non sapeva che bianco, e di sotto

  a poco a poco un altro a lui uscio.

Lo mio maestro ancor non facea motto,

  mentre che i primi bianchi apparver ali;

  allor che ben conobbe il galeotto,

grido`: <<Fa, fa che le ginocchia cali.

  Ecco l’angel di Dio: piega le mani;

  omai vedrai di si` fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,

  si` che remo non vuol, ne’ altro velo

  che l’ali sue, tra liti si` lontani.

Vedi come l’ha dritte verso ‘l cielo,

  trattando l’aere con l’etterne penne,

  che non si mutan come mortal pelo>>.

Poi, come piu` e piu` verso noi venne

  l’uccel divino, piu` chiaro appariva:

  per che l’occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

  con un vasello snelletto e leggero,

  tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,

  tal che faria beato pur descripto;

  e piu` di cento spirti entro sediero.

‘In exitu Israel de Aegypto’

  cantavan tutti insieme ad una voce

  con quanto di quel salmo e` poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;

  ond’ei si gittar tutti in su la piaggia;

  ed el sen gi`, come venne, veloce.

La turba che rimase li`, selvaggia

  parea del loco, rimirando intorno

  come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno

  lo sol, ch’avea con le saette conte

  di mezzo ‘l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzo` la fronte

  ver’ noi, dicendo a noi: <<Se voi sapete,

  mostratene la via di gire al monte>>.

E Virgilio rispuose: <<Voi credete

  forse che siamo esperti d’esto loco;

  ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

  per altra via, che fu si` aspra e forte,

  che lo salire omai ne parra` gioco>>.

L’anime, che si fuor di me accorte,

  per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,

  maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo

  tragge la gente per udir novelle,

  e di calcar nessun si mostra schivo,

cosi` al viso mio s’affisar quelle

  anime fortunate tutte quante,

  quasi obliando d’ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante

  per abbracciarmi con si` grande affetto,

  che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!

  tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

  e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

  per che l’ombra sorrise e si ritrasse,

  e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;

  allor conobbi chi era, e pregai

  che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: <<Cosi` com’io t’amai

  nel mortal corpo, cosi` t’amo sciolta:

  pero` m’arresto; ma tu perche’ vai?>>.

<<Casella mio, per tornar altra volta

  la` dov’io son, fo io questo viaggio>>,

  diss’io; <<ma a te com’e` tanta ora tolta?>>.

Ed elli a me: <<Nessun m’e` fatto oltraggio,

  se quei che leva quando e cui li piace,

  piu` volte m’ha negato esto passaggio;

che’ di giusto voler lo suo si face:

  veramente da tre mesi elli ha tolto

  chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond’io, ch’era ora a la marina volto

  dove l’acqua di Tevero s’insala,

  benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,

  pero` che sempre quivi si ricoglie

  qual verso Acheronte non si cala>>.

E io: <<Se nuova legge non ti toglie

  memoria o uso a l’amoroso canto

  che mi solea quetar tutte mie doglie,

di cio` ti piaccia consolare alquanto

  l’anima mia, che, con la sua persona

  venendo qui, e` affannata tanto!>>.

‘Amor che ne la mente mi ragiona’

  comincio` elli allor si` dolcemente,

  che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

  ch’eran con lui parevan si` contenti,

  come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti

  a le sue note; ed ecco il veglio onesto

  gridando: <<Che e` cio`, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare e` questo?

  Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

  ch’esser non lascia a voi Dio manifesto>>.

Come quando, cogliendo biado o loglio,

  li colombi adunati a la pastura,

  queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,

se cosa appare ond’elli abbian paura,

  subitamente lasciano star l’esca,

  perch’assaliti son da maggior cura;

cosi` vid’io quella masnada fresca

  lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,

  com’om che va, ne’ sa dove riesca:

ne’ la nostra partita fu men tosta.

Purgatorio: Canto III

Avvegna che la subitana fuga

  dispergesse color per la campagna,

  rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

  e come sare’ io sanza lui corso?

  chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da se’ stesso rimorso:

  o dignitosa coscienza e netta,

  come t’e` picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

  che l’onestade ad ogn’atto dismaga,

  la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargo`, si` come vaga,

  e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio

  che ‘nverso ‘l ciel piu` alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

  rotto m’era dinanzi a la figura,

  ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura

  d’essere abbandonato, quand’io vidi

  solo dinanzi a me la terra oscura;

e ‘l mio conforto: <<Perche’ pur diffidi?>>,

  a dir mi comincio` tutto rivolto;

  <<non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero e` gia` cola` dov’e` sepolto

  lo corpo dentro al quale io facea ombra:

  Napoli l’ha, e da Brandizio e` tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,

  non ti maravigliar piu` che d’i cieli

  che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli

  simili corpi la Virtu` dispone

  che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto e` chi spera che nostra ragione

  possa trascorrer la infinita via

  che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

  che’ se potuto aveste veder tutto,

  mestier non era parturir Maria;

e disiar vedeste sanza frutto

  tai che sarebbe lor disio quetato,

  ch’etternalmente e` dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato

  e di molt’altri>>; e qui chino` la fronte,

  e piu` non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a pie` del monte;

  quivi trovammo la roccia si` erta,

  che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,

  la piu` rotta ruina e` una scala,

  verso di quella, agevole e aperta.

<<Or chi sa da qual man la costa cala>>,

  disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,

  <<si` che possa salir chi va sanz’ala?>>.

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso

  essaminava del cammin la mente,

  e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’appari` una gente

  d’anime, che movieno i pie` ver’ noi,

  e non pareva, si` venian lente.

<<Leva>>, diss’io, <<maestro, li occhi tuoi:

  ecco di qua chi ne dara` consiglio,

  se tu da te medesmo aver nol puoi>>.

Guardo` allora, e con libero piglio

  rispuose: <<Andiamo in la`, ch’ei vegnon piano;

  e tu ferma la spene, dolce figlio>>.

Ancora era quel popol di lontano,

  i’ dico dopo i nostri mille passi,

  quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi

  de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti

  com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

<<O ben finiti, o gia` spiriti eletti>>,

  Virgilio incomincio`, <<per quella pace

  ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace

  si` che possibil sia l’andare in suso;

  che’ perder tempo a chi piu` sa piu` spiace>>.

Come le pecorelle escon del chiuso

  a una, a due, a tre, e l’altre stanno

  timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e cio` che fa la prima, e l’altre fanno,

  addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

  semplici e quete, e lo ‘mperche’ non sanno;

si` vid’io muovere a venir la testa

  di quella mandra fortunata allotta,

  pudica in faccia e ne l’andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta

  la luce in terra dal mio destro canto,

  si` che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser se’ in dietro alquanto,

  e tutti li altri che venieno appresso,

  non sappiendo ‘l perche’, fenno altrettanto.

<<Sanza vostra domanda io vi confesso

  che questo e` corpo uman che voi vedete;

  per che ‘l lume del sole in terra e` fesso.

Non vi maravigliate, ma credete

  che non sanza virtu` che da ciel vegna

  cerchi di soverchiar questa parete>>.

Cosi` ‘l maestro; e quella gente degna

  <<Tornate>>, disse, <<intrate innanzi dunque>>,

  coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incomincio`: <<Chiunque

  tu se’, cosi` andando, volgi ‘l viso:

  pon mente se di la` mi vedesti unque>>.

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

  biondo era e bello e di gentile aspetto,

  ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto

  d’averlo visto mai, el disse: <<Or vedi>>;

  e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: <<Io son Manfredi,

  nepote di Costanza imperadrice;

  ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice

  de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

  e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

  di due punte mortali, io mi rendei,

  piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

  ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,

  che prende cio` che si rivolge a lei.

Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia

  di me fu messo per Clemente allora,

  avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

  in co del ponte presso a Benevento,

  sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

  di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,

  dov’e’ le trasmuto` a lume spento.

Per lor maladizion si` non si perde,

  che non possa tornar, l’etterno amore,

  mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero e` che quale in contumacia more

  di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

  star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli e` stato, trenta,

  in sua presunzion, se tal decreto

  piu` corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

  revelando a la mia buona Costanza

  come m’hai visto, e anco esto divieto;

che’ qui per quei di la` molto s’avanza>>.

Purgatorio: Canto IV

Quando per dilettanze o ver per doglie,

  che alcuna virtu` nostra comprenda

  l’anima bene ad essa si raccoglie,

par ch’a nulla potenza piu` intenda;

  e questo e` contra quello error che crede

  ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

E pero`, quando s’ode cosa o vede

  che tegna forte a se’ l’anima volta,

  vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;

ch’altra potenza e` quella che l’ascolta,

  e altra e` quella c’ha l’anima intera:

  questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.

Di cio` ebb’io esperienza vera,

  udendo quello spirto e ammirando;

  che’ ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m’era accorto, quando

  venimmo ove quell’anime ad una

  gridaro a noi: <<Qui e` vostro dimando>>.

Maggiore aperta molte volte impruna

  con una forcatella di sue spine

  l’uom de la villa quando l’uva imbruna,

che non era la calla onde saline

  lo duca mio, e io appresso, soli,

  come da noi la schiera si partine.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

  montasi su in Bismantova ‘n Cacume

  con esso i pie`; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume

  del gran disio, di retro a quel condotto

  che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,

  e d’ogne lato ne stringea lo stremo,

  e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo

  de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,

  <<Maestro mio>>, diss’io, <<che via faremo?>>.

Ed elli a me: <<Nessun tuo passo caggia;

  pur su al monte dietro a me acquista,

  fin che n’appaia alcuna scorta saggia>>.

Lo sommo er’alto che vincea la vista,

  e la costa superba piu` assai

  che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:

  <<O dolce padre, volgiti, e rimira

  com’io rimango sol, se non restai>>.

<<Figliuol mio>>, disse, <<infin quivi ti tira>>,

  additandomi un balzo poco in sue

  che da quel lato il poggio tutto gira.

Si` mi spronaron le parole sue,

  ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,

  tanto che ‘l cinghio sotto i pie` mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui

  volti a levante ond’eravam saliti,

  che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;

  poscia li alzai al sole, e ammirava

  che da sinistra n’eravam feriti.

Ben s’avvide il poeta ch’io stava

  stupido tutto al carro de la luce,

  ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond’elli a me: <<Se Castore e Poluce

  fossero in compagnia di quello specchio

  che su` e giu` del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodiaco rubecchio

  ancora a l’Orse piu` stretto rotare,

  se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come cio` sia, se ‘l vuoi poter pensare,

  dentro raccolto, imagina Sion

  con questo monte in su la terra stare

si`, ch’amendue hanno un solo orizzon

  e diversi emisperi; onde la strada

  che mal non seppe carreggiar Feton,

vedrai come a costui convien che vada

  da l’un, quando a colui da l’altro fianco,

  se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada>>.

<<Certo, maestro mio,>> diss’io, <<unquanco

  non vid’io chiaro si` com’io discerno

  la` dove mio ingegno parea manco,

che ‘l mezzo cerchio del moto superno,

  che si chiama Equatore in alcun’arte,

  e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,

per la ragion che di’, quinci si parte

  verso settentrion, quanto li Ebrei

  vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei

  quanto avemo ad andar; che’ ‘l poggio sale

  piu` che salir non posson li occhi miei>>.

Ed elli a me: <<Questa montagna e` tale,

  che sempre al cominciar di sotto e` grave;

  e quant’om piu` va su`, e men fa male.

Pero`, quand’ella ti parra` soave

  tanto, che su` andar ti fia leggero

  com’a seconda giu` andar per nave,

allor sarai al fin d’esto sentiero;

  quivi di riposar l’affanno aspetta.

  Piu` non rispondo, e questo so per vero>>.

E com’elli ebbe sua parola detta,

  una voce di presso sono`: <<Forse

  che di sedere in pria avrai distretta!>>.

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

  e vedemmo a mancina un gran petrone,

  del qual ne’ io ne’ ei prima s’accorse.

La` ci traemmo; e ivi eran persone

  che si stavano a l’ombra dietro al sasso

  come l’uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,

  sedeva e abbracciava le ginocchia,

  tenendo ‘l viso giu` tra esse basso.

<<O dolce segnor mio>>, diss’io, <<adocchia

  colui che mostra se’ piu` negligente

  che se pigrizia fosse sua serocchia>>.

Allor si volse a noi e puose mente,

  movendo ‘l viso pur su per la coscia,

  e disse: <<Or va tu su`, che se’ valente!>>.

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

  che m’avacciava un poco ancor la lena,

  non m’impedi` l’andare a lui; e poscia

ch’a lui fu’ giunto, alzo` la testa a pena,

  dicendo: <<Hai ben veduto come ‘l sole

  da l’omero sinistro il carro mena?>>.

Li atti suoi pigri e le corte parole

  mosser le labbra mie un poco a riso;

  poi cominciai: <<Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perche’ assiso

  quiritto se’? attendi tu iscorta,

  o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?>>.

Ed elli: <<O frate, andar in su` che porta?

  che’ non mi lascerebbe ire a’ martiri

  l’angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

  di fuor da essa, quanto fece in vita,

  perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazione in prima non m’aita

  che surga su` di cuor che in grazia viva;

  l’altra che val, che ‘n ciel non e` udita?>>.

E gia` il poeta innanzi mi saliva,

  e dicea: <<Vienne omai; vedi ch’e` tocco

  meridian dal sole e a la riva

cuopre la notte gia` col pie` Morrocco>>.

Purgatorio: Canto V

Io era gia` da quell’ombre partito,

  e seguitava l’orme del mio duca,

  quando di retro a me, drizzando ‘l dito,

una grido`: <<Ve’ che non par che luca

  lo raggio da sinistra a quel di sotto,

  e come vivo par che si conduca!>>.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

  e vidile guardar per maraviglia

  pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.

<<Perche’ l’animo tuo tanto s’impiglia>>,

  disse ‘l maestro, <<che l’andare allenti?

  che ti fa cio` che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

  sta come torre ferma, che non crolla

  gia` mai la cima per soffiar di venti;

che’ sempre l’omo in cui pensier rampolla

  sovra pensier, da se’ dilunga il segno,

  perche’ la foga l’un de l’altro insolla>>.

Che potea io ridir, se non <<Io vegno>>?

  Dissilo, alquanto del color consperso

  che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ‘ntanto per la costa di traverso

  venivan genti innanzi a noi un poco,

  cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco

  per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,

  mutar lor canto in un <<oh!>> lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

  corsero incontr’a noi e dimandarne:

  <<Di vostra condizion fatene saggi>>.

E ‘l mio maestro: <<Voi potete andarne

  e ritrarre a color che vi mandaro

  che ‘l corpo di costui e` vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

  com’io avviso, assai e` lor risposto:

  faccianli onore, ed essere puo` lor caro>>.

Vapori accesi non vid’io si` tosto

  di prima notte mai fender sereno,

  ne’, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;

  e, giunti la`, con li altri a noi dier volta

  come schiera che scorre sanza freno.

<<Questa gente che preme a noi e` molta,

  e vegnonti a pregar>>, disse ‘l poeta:

  <<pero` pur va, e in andando ascolta>>.

<<O anima che vai per esser lieta

  con quelle membra con le quai nascesti>>,

  venian gridando, <<un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,

  si` che di lui di la` novella porti:

  deh, perche’ vai? deh, perche’ non t’arresti?

Noi fummo tutti gia` per forza morti,

  e peccatori infino a l’ultima ora;

  quivi lume del ciel ne fece accorti,

si` che, pentendo e perdonando, fora

  di vita uscimmo a Dio pacificati,

  che del disio di se’ veder n’accora>>.

E io: <<Perche’ ne’ vostri visi guati,

  non riconosco alcun; ma s’a voi piace

  cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io faro` per quella pace

  che, dietro a’ piedi di si` fatta guida

  di mondo in mondo cercar mi si face>>.

E uno incomincio`: <<Ciascun si fida

  del beneficio tuo sanza giurarlo,

  pur che ‘l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,

  ti priego, se mai vedi quel paese

  che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

  in Fano, si` che ben per me s’adori

  pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fori

  ond’usci` ‘l sangue in sul quale io sedea,

  fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

la` dov’io piu` sicuro esser credea:

  quel da Esti il fe’ far, che m’avea in ira

  assai piu` la` che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,

  quando fu’ sovragiunto ad Oriaco,

  ancor sarei di la` dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco

  m’impigliar si` ch’i’ caddi; e li` vid’io

  de le mie vene farsi in terra laco>>.

Poi disse un altro: <<Deh, se quel disio

  si compia che ti tragge a l’alto monte,

  con buona pietate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

  Giovanna o altri non ha di me cura;

  per ch’io vo tra costor con bassa fronte>>.

E io a lui: <<Qual forza o qual ventura

  ti travio` si` fuor di Campaldino,

  che non si seppe mai tua sepultura?>>.

<<Oh!>>, rispuos’elli, <<a pie` del Casentino

  traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

  che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

La` ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

  arriva’ io forato ne la gola,

  fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola

  nel nome di Maria fini’, e quivi

  caddi, e rimase la mia carne sola.

Io diro` vero e tu ‘l ridi` tra ‘ vivi:

  l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

  gridava: “O tu del ciel, perche’ mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno

  per una lagrimetta che ‘l mi toglie;

  ma io faro` de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

  quell’umido vapor che in acqua riede,

  tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

  con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

  per la virtu` che sua natura diede.

Indi la valle, come ‘l di` fu spento,

  da Pratomagno al gran giogo coperse

  di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

si` che ‘l pregno aere in acqua si converse;

  la pioggia cadde e a’ fossati venne

  di lei cio` che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

  ver’ lo fiume real tanto veloce

  si ruino`, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

  trovo` l’Archian rubesto; e quel sospinse

  ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

  voltommi per le ripe e per lo fondo,

  poi di sua preda mi coperse e cinse>>.

<<Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

  e riposato de la lunga via>>,

  seguito` ‘l terzo spirito al secondo,

<<ricorditi di me, che son la Pia:

  Siena mi fe’, disfecemi Maremma:

  salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma>>.

Purgatorio: Canto VI

Quando si parte il gioco de la zara,

  colui che perde si riman dolente,

  repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;

  qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

  e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;

  a cui porge la man, piu` non fa pressa;

  e cosi` da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

  volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,

  e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

  fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

  e l’altro ch’annego` correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

  Federigo Novello, e quel da Pisa

  che fe’ parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa

  dal corpo suo per astio e per inveggia,

  com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

  mentr’e` di qua, la donna di Brabante,

  si` che pero` non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

  quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

  si` che s’avacci lor divenir sante,

io cominciai: <<El par che tu mi nieghi,

  o luce mia, espresso in alcun testo

  che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

  sarebbe dunque loro speme vana,

  o non m’e` ‘l detto tuo ben manifesto?>>.

Ed elli a me: <<La mia scrittura e` piana;

  e la speranza di costor non falla,

  se ben si guarda con la mente sana;

che’ cima di giudicio non s’avvalla

  perche’ foco d’amor compia in un punto

  cio` che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

e la` dov’io fermai cotesto punto,

  non s’ammendava, per pregar, difetto,

  perche’ ‘l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a cosi` alto sospetto

  non ti fermar, se quella nol ti dice

  che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto.

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice;

  tu la vedrai di sopra, in su la vetta

  di questo monte, ridere e felice>>.

E io: <<Segnore, andiamo a maggior fretta,

  che’ gia` non m’affatico come dianzi,

  e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta>>.

<<Noi anderem con questo giorno innanzi>>,

  rispuose, <<quanto piu` potremo omai;

  ma ‘l fatto e` d’altra forma che non stanzi.

Prima che sie la` su`, tornar vedrai

  colui che gia` si cuopre de la costa,

  si` che ‘ suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi la` un’anima che, posta

  sola soletta, inverso noi riguarda:

  quella ne ‘nsegnera` la via piu` tosta>>.

Venimmo a lei: o anima lombarda,

  come ti stavi altera e disdegnosa

  e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicea alcuna cosa,

  ma lasciavane gir, solo sguardando

  a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

  che ne mostrasse la miglior salita;

  e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

  ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava

  <<Mantua…>>, e l’ombra, tutta in se’ romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

  dicendo: <<O Mantoano, io son Sordello

  de la tua terra!>>; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

  nave sanza nocchiere in gran tempesta,

  non donna di province, ma bordello!

Quell’anima gentil fu cosi` presta,

  sol per lo dolce suon de la sua terra,

  di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

  li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

  di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

  le tue marine, e poi ti guarda in seno,

  s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perche’ ti racconciasse il freno

  Iustiniano, se la sella e` vota?

  Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

  e lasciar seder Cesare in la sella,

  se bene intendi cio` che Dio ti nota,

guarda come esta fiera e` fatta fella

  per non esser corretta da li sproni,

  poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

  costei ch’e` fatta indomita e selvaggia,

  e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

  sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

  tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

  per cupidigia di costa` distretti,

  che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

  Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

  color gia` tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

  d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

  e vedrai Santafior com’e` oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

  vedova e sola, e di` e notte chiama:

  <<Cesare mio, perche’ non m’accompagne?>>.

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

  e se nulla di noi pieta` ti move,

  a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’e`, o sommo Giove

  che fosti in terra per noi crucifisso,

  son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O e` preparazion che ne l’abisso

  del tuo consiglio fai per alcun bene

  in tutto de l’accorger nostro scisso?

Che’ le citta` d’Italia tutte piene

  son di tiranni, e un Marcel diventa

  ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

  di questa digression che non ti tocca,

  merce’ del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

  per non venir sanza consiglio a l’arco;

  ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

  ma il popol tuo solicito risponde

  sanza chiamare, e grida: <<I’ mi sobbarco!>>.

Or ti fa lieta, che’ tu hai ben onde:

  tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

  S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

  l’antiche leggi e furon si` civili,

  fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

  provedimenti, ch’a mezzo novembre

  non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,

  legge, moneta, officio e costume

  hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

  vedrai te somigliante a quella inferma

  che non puo` trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

Purgatorio: Canto VII

Poscia che l’accoglienze oneste e liete

  furo iterate tre e quattro volte,

  Sordel si trasse, e disse: <<Voi, chi siete?>>.

<<Anzi che a questo monte fosser volte

  l’anime degne di salire a Dio,

  fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio

  lo ciel perdei che per non aver fe’>>.

  Cosi` rispuose allora il duca mio.

Qual e` colui che cosa innanzi se’

  subita vede ond’e’ si maraviglia,

  che crede e non, dicendo <<Ella e`… non e`…>>,

tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,

  e umilmente ritorno` ver’ lui,

  e abbracciol la` ‘ve ‘l minor s’appiglia.

<<O gloria di Latin>>, disse, <<per cui

  mostro` cio` che potea la lingua nostra,

  o pregio etterno del loco ond’io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

  S’io son d’udir le tue parole degno,

  dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra>>.

<<Per tutt’i cerchi del dolente regno>>,

  rispuose lui, <<son io di qua venuto;

  virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

  a veder l’alto Sol che tu disiri

  e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,

  ma di tenebre solo, ove i lamenti

  non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

  dai denti morsi de la morte avante

  che fosser da l’umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

  virtu` non si vestiro, e sanza vizio

  conobber l’altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

  da` noi per che venir possiam piu` tosto

  la` dove purgatorio ha dritto inizio>>.

Rispuose: <<Loco certo non c’e` posto;

  licito m’e` andar suso e intorno;

  per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.

Ma vedi gia` come dichina il giorno,

  e andar su` di notte non si puote;

  pero` e` buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote:

  se mi consenti, io ti merro` ad esse,

  e non sanza diletto ti fier note>>.

<<Com’e` cio`?>>, fu risposto. <<Chi volesse

  salir di notte, fora elli impedito

  d’altrui, o non sarria che’ non potesse?>>.

E ‘l buon Sordello in terra frego` ‘l dito,

  dicendo: <<Vedi? sola questa riga

  non varcheresti dopo ‘l sol partito:

non pero` ch’altra cosa desse briga,

  che la notturna tenebra, ad ir suso;

  quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

  e passeggiar la costa intorno errando,

  mentre che l’orizzonte il di` tien chiuso>>.

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

  <<Menane>>, disse, <<dunque la` ‘ve dici

  ch’aver si puo` diletto dimorando>>.

Poco allungati c’eravam di lici,

  quand’io m’accorsi che ‘l monte era scemo,

  a guisa che i vallon li sceman quici.

<<Cola`>>, disse quell’ombra, <<n’anderemo

  dove la costa face di se’ grembo;

  e la` il novo giorno attenderemo>>.

Tra erto e piano era un sentiero schembo,

  che ne condusse in fianco de la lacca,

  la` dove piu` ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

  indaco, legno lucido e sereno,

  fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno

  posti, ciascun saria di color vinto,

  come dal suo maggiore e` vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

  ma di soavita` di mille odori

  vi facea uno incognito e indistinto.

‘Salve, Regina’ in sul verde e ‘n su’ fiori

  quindi seder cantando anime vidi,

  che per la valle non parean di fuori.

<<Prima che ‘l poco sole omai s’annidi>>,

  comincio` ‘l Mantoan che ci avea volti,

  <<tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ‘ volti

  conoscerete voi di tutti quanti,

  che ne la lama giu` tra essi accolti.

Colui che piu` siede alto e fa sembianti

  d’aver negletto cio` che far dovea,

  e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

  sanar le piaghe c’hanno Italia morta,

  si` che tardi per altri si ricrea.

L’altro che ne la vista lui conforta,

  resse la terra dove l’acqua nasce

  che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

  fu meglio assai che Vincislao suo figlio

  barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

  par con colui c’ha si` benigno aspetto,

  mori` fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate la` come si batte il petto!

  L’altro vedete c’ha fatto a la guancia

  de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

  sanno la vita sua viziata e lorda,

  e quindi viene il duol che si` li lancia.

Quel che par si` membruto e che s’accorda,

  cantando, con colui dal maschio naso,

  d’ogne valor porto` cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

  lo giovanetto che retro a lui siede,

  ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l’altre rede;

  Iacomo e Federigo hanno i reami;

  del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

  l’umana probitate; e questo vole

  quei che la da`, perche’ da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

  non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,

  onde Puglia e Proenza gia` si dole.

Tant’e` del seme suo minor la pianta,

  quanto piu` che Beatrice e Margherita,

  Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

  seder la` solo, Arrigo d’Inghilterra:

  questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.

Quel che piu` basso tra costor s’atterra,

  guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,

  per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese>>.

Purgatorio: Canto VIII

Era gia` l’ora che volge il disio

  ai navicanti e ‘ntenerisce il core

  lo di` c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

  punge, se ode squilla di lontano

  che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano

  l’udire e a mirare una de l’alme

  surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levo` ambo le palme,

  ficcando li occhi verso l’oriente,

  come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.

‘Te lucis ante’ si` devotamente

  le uscio di bocca e con si` dolci note,

  che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote

  seguitar lei per tutto l’inno intero,

  avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

  che’ ‘l velo e` ora ben tanto sottile,

  certo che ‘l trapassar dentro e` leggero.

Io vidi quello essercito gentile

  tacito poscia riguardare in sue

  quasi aspettando, palido e umile;

e vidi uscir de l’alto e scender giue

  due angeli con due spade affocate,

  tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

  erano in veste, che da verdi penne

  percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,

  e l’altro scese in l’opposita sponda,

  si` che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernea in lor la testa bionda;

  ma ne la faccia l’occhio si smarria,

  come virtu` ch’a troppo si confonda.

<<Ambo vegnon del grembo di Maria>>,

  disse Sordello, <<a guardia de la valle,

  per lo serpente che verra` vie via>>.

Ond’io, che non sapeva per qual calle,

  mi volsi intorno, e stretto m’accostai,

  tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: <<Or avvalliamo omai

  tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

  grazioso fia lor vedervi assai>>.

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,

  e fui di sotto, e vidi un che mirava

  pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era gia` che l’aere s’annerava,

  ma non si` che tra li occhi suoi e ‘ miei

  non dichiarisse cio` che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

  giudice Nin gentil, quanto mi piacque

  quando ti vidi non esser tra ‘ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

  poi dimando`: <<Quant’e` che tu venisti

  a pie` del monte per le lontane acque?>>.

<<Oh!>>, diss’io lui, <<per entro i luoghi tristi

  venni stamane, e sono in prima vita,

  ancor che l’altra, si` andando, acquisti>>.

E come fu la mia risposta udita,

  Sordello ed elli in dietro si raccolse

  come gente di subito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

  che sedea li`, gridando: <<Su`, Currado!

  vieni a veder che Dio per grazia volse>>.

Poi, volto a me: <<Per quel singular grado

  che tu dei a colui che si` nasconde

  lo suo primo perche’, che non li` e` guado,

quando sarai di la` da le larghe onde,

  di` a Giovanna mia che per me chiami

  la` dove a li ‘nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre piu` m’ami,

  poscia che trasmuto` le bianche bende,

  le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

  quanto in femmina foco d’amor dura,

  se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.

Non le fara` si` bella sepultura

  la vipera che Melanesi accampa,

  com’avria fatto il gallo di Gallura>>.

Cosi` dicea, segnato de la stampa,

  nel suo aspetto, di quel dritto zelo

  che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

  pur la` dove le stelle son piu` tarde,

  si` come rota piu` presso a lo stelo.

E ‘l duca mio: <<Figliuol, che la` su` guarde?>>.

  E io a lui: <<A quelle tre facelle

  di che ‘l polo di qua tutto quanto arde>>.

Ond’elli a me: <<Le quattro chiare stelle

  che vedevi staman, son di la` basse,

  e queste son salite ov’eran quelle>>.

Com’ei parlava, e Sordello a se’ il trasse

  dicendo: <<Vedi la` ‘l nostro avversaro>>;

  e drizzo` il dito perche’ ‘n la` guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

  la picciola vallea, era una biscia,

  forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ‘ fior venia la mala striscia,

  volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso

  leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e pero` dicer non posso,

  come mosser li astor celestiali;

  ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verdi ali,

  fuggi` ‘l serpente, e li angeli dier volta,

  suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta

  quando chiamo`, per tutto quello assalto

  punto non fu da me guardare sciolta.

<<Se la lucerna che ti mena in alto

  truovi nel tuo arbitrio tanta cera

  quant’e` mestiere infino al sommo smalto>>,

comincio` ella, <<se novella vera

  di Val di Magra o di parte vicina

  sai, dillo a me, che gia` grande la` era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

  non son l’antico, ma di lui discesi;

  a’ miei portai l’amor che qui raffina>>.

<<Oh!>>, diss’io lui, <<per li vostri paesi

  gia` mai non fui; ma dove si dimora

  per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

  grida i segnori e grida la contrada,

  si` che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

  che vostra gente onrata non si sfregia

  del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura si` la privilegia,

  che, perche’ il capo reo il mondo torca,

  sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia>>.

Ed elli: <<Or va; che ‘l sol non si ricorca

  sette volte nel letto che ‘l Montone

  con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinione

  ti fia chiavata in mezzo de la testa

  con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta>>.

Purgatorio: Canto IX

La concubina di Titone antico

  gia` s’imbiancava al balco d’oriente,

  fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,

  poste in figura del freddo animale

  che con la coda percuote la gente;

e la notte, de’ passi con che sale,

  fatti avea due nel loco ov’eravamo,

  e ‘l terzo gia` chinava in giuso l’ale;

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

  vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

  la` ‘ve gia` tutti e cinque sedavamo.

Ne l’ora che comincia i tristi lai

  la rondinella presso a la mattina,

  forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina

  piu` da la carne e men da’ pensier presa,

  a le sue vision quasi e` divina,

in sogno mi parea veder sospesa

  un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

  con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea la` dove fuoro

  abbandonati i suoi da Ganimede,

  quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede

  pur qui per uso, e forse d’altro loco

  disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

  terribil come folgor discendesse,

  e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;

  e si` lo ‘ncendio imaginato cosse,

  che convenne che ‘l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,

  li occhi svegliati rivolgendo in giro

  e non sappiendo la` dove si fosse,

quando la madre da Chiron a Schiro

  trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,

  la` onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss’io, si` come da la faccia

  mi fuggi` ‘l sonno, e diventa’ ismorto,

  come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m’era solo il mio conforto,

  e ‘l sole er’alto gia` piu` che due ore,

  e ‘l viso m’era a la marina torto.

<<Non aver tema>>, disse il mio segnore;

  <<fatti sicur, che’ noi semo a buon punto;

  non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

  vedi la` il balzo che ‘l chiude dintorno;

  vedi l’entrata la` ‘ve par digiunto.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

  quando l’anima tua dentro dormia,

  sovra li fiori ond’e` la` giu` addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

  lasciatemi pigliar costui che dorme;

  si` l’agevolero` per la sua via”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;

  ella ti tolse, e come ‘l di` fu chiaro,

  sen venne suso; e io per le sue orme.

Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro

  li occhi suoi belli quella intrata aperta;

  poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro>>.

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta

  e che muta in conforto sua paura,

  poi che la verita` li e` discoperta,

mi cambia’ io; e come sanza cura

  vide me ‘l duca mio, su per lo balzo

  si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

  la mia matera, e pero` con piu` arte

  non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,

  che la` dove pareami prima rotto,

  pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto

  per gire ad essa, di color diversi,

  e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio piu` e piu` v’apersi,

  vidil seder sovra ‘l grado sovrano,

  tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avea in mano,

  che reflettea i raggi si` ver’ noi,

  ch’io drizzava spesso il viso in vano.

<<Dite costinci: che volete voi?>>,

  comincio` elli a dire, <<ov’e` la scorta?

  Guardate che ‘l venir su` non vi noi>>.

<<Donna del ciel, di queste cose accorta>>,

  rispuose ‘l mio maestro a lui, <<pur dianzi

  ne disse: “Andate la`: quivi e` la porta”>>.

<<Ed ella i passi vostri in bene avanzi>>,

  ricomincio` il cortese portinaio:

  <<Venite dunque a’ nostri gradi innanzi>>.

La` ne venimmo; e lo scaglion primaio

  bianco marmo era si` pulito e terso,

  ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto piu` che perso,

  d’una petrina ruvida e arsiccia,

  crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

  porfido mi parea, si` fiammeggiante,

  come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenea ambo le piante

  l’angel di Dio, sedendo in su la soglia,

  che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi su` di buona voglia

  mi trasse il duca mio, dicendo: <<Chiedi

  umilemente che ‘l serrame scioglia>>.

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

  misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

  ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

  col punton de la spada, e <<Fa che lavi,

  quando se’ dentro, queste piaghe>>, disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,

  d’un color fora col suo vestimento;

  e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

  pria con la bianca e poscia con la gialla

  fece a la porta si`, ch’i’ fu’ contento.

<<Quandunque l’una d’este chiavi falla,

  che non si volga dritta per la toppa>>,

  diss’elli a noi, <<non s’apre questa calla.

Piu` cara e` l’una; ma l’altra vuol troppa

  d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

  perch’ella e` quella che ‘l nodo digroppa.

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri

  anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

  pur che la gente a’ piedi mi s’atterri>>.

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,

  dicendo: <<Intrate; ma facciovi accorti

  che di fuor torna chi ‘n dietro si guata>>.

E quando fuor ne’ cardini distorti

  li spigoli di quella regge sacra,

  che di metallo son sonanti e forti,

non rugghio` si` ne’ si mostro` si` acra

  Tarpea, come tolto le fu il buono

  Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

  e ‘Te Deum laudamus’ mi parea

  udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea

  cio` ch’io udiva, qual prender si suole

  quando a cantar con organi si stea;

ch’or si` or no s’intendon le parole.

Purgatorio: Canto X

Poi fummo dentro al soglio de la porta

  che ‘l mal amor de l’anime disusa,

  perche’ fa parer dritta la via torta,

sonando la senti’ esser richiusa;

  e s’io avesse li occhi volti ad essa,

  qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,

  che si moveva e d’una e d’altra parte,

  si` come l’onda che fugge e s’appressa.

<<Qui si conviene usare un poco d’arte>>,

  comincio` ‘l duca mio, <<in accostarsi

  or quinci, or quindi al lato che si parte>>.

E questo fece i nostri passi scarsi,

  tanto che pria lo scemo de la luna

  rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;

  ma quando fummo liberi e aperti

  su` dove il monte in dietro si rauna,

io stancato e amendue incerti

  di nostra via, restammo in su un piano

  solingo piu` che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,

  al pie` de l’alta ripa che pur sale,

  misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,

  or dal sinistro e or dal destro fianco,

  questa cornice mi parea cotale.

La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,

  quand’io conobbi quella ripa intorno

  che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno

  d’intagli si`, che non pur Policleto,

  ma la natura li` avrebbe scorno.

L’angel che venne in terra col decreto

  de la molt’anni lagrimata pace,

  ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva si` verace

  quivi intagliato in un atto soave,

  che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;

  perche’ iv’era imaginata quella

  ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

  ‘Ecce ancilla Dei’, propriamente

  come figura in cera si suggella.

<<Non tener pur ad un loco la mente>>,

  disse ‘l dolce maestro, che m’avea

  da quella parte onde ‘l cuore ha la gente.

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea

  di retro da Maria, da quella costa

  onde m’era colui che mi movea,

un’altra storia ne la roccia imposta;

  per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,

  accio` che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato li` nel marmo stesso

  lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa,

  per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

  partita in sette cori, a’ due mie’ sensi

  faceva dir l’un <<No>>, l’altro <<Si`, canta>>.

Similemente al fummo de li ‘ncensi

  che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso

  e al si` e al no discordi fensi.

Li` precedeva al benedetto vaso,

  trescando alzato, l’umile salmista,

  e piu` e men che re era in quel caso.

Di contra, effigiata ad una vista

  d’un gran palazzo, Micol ammirava

  si` come donna dispettosa e trista.

I’ mossi i pie` del loco dov’io stava,

  per avvisar da presso un’altra istoria,

  che di dietro a Micol mi biancheggiava.

Quiv’era storiata l’alta gloria

  del roman principato, il cui valore

  mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i’ dico di Traiano imperadore;

  e una vedovella li era al freno,

  di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno

  di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro

  sovr’essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro

  pareva dir: <<Segnor, fammi vendetta

  di mio figliuol ch’e` morto, ond’io m’accoro>>;

ed elli a lei rispondere: <<Or aspetta

  tanto ch’i’ torni>>; e quella: <<Segnor mio>>,

  come persona in cui dolor s’affretta,

<<se tu non torni?>>; ed ei: <<Chi fia dov’io,

  la ti fara`>>; ed ella: <<L’altrui bene

  a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?>>;

ond’elli: <<Or ti conforta; ch’ei convene

  ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

  giustizia vuole e pieta` mi ritene>>.

Colui che mai non vide cosa nova

  produsse esto visibile parlare,

  novello a noi perche’ qui non si trova.

Mentr’io mi dilettava di guardare

  l’imagini di tante umilitadi,

  e per lo fabbro loro a veder care,

<<Ecco di qua, ma fanno i passi radi>>,

  mormorava il poeta, <<molte genti:

  questi ne ‘nvieranno a li alti gradi>>.

Li occhi miei ch’a mirare eran contenti

  per veder novitadi ond’e’ son vaghi,

  volgendosi ver’ lui non furon lenti.

Non vo’ pero`, lettor, che tu ti smaghi

  di buon proponimento per udire

  come Dio vuol che ‘l debito si paghi.

Non attender la forma del martire:

  pensa la succession; pensa ch’al peggio,

  oltre la gran sentenza non puo` ire.

Io cominciai: <<Maestro, quel ch’io veggio

  muovere a noi, non mi sembian persone,

  e non so che, si` nel veder vaneggio>>.

Ed elli a me: <<La grave condizione

  di lor tormento a terra li rannicchia,

  si` che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione.

Ma guarda fiso la`, e disviticchia

  col viso quel che vien sotto a quei sassi:

  gia` scorger puoi come ciascun si picchia>>.

O superbi cristian, miseri lassi,

  che, de la vista de la mente infermi,

  fidanza avete ne’ retrosi passi,

non v’accorgete voi che noi siam vermi

  nati a formar l’angelica farfalla,

  che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l’animo vostro in alto galla,

  poi siete quasi antomata in difetto,

  si` come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,

  per mensola talvolta una figura

  si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura

  nascere ‘n chi la vede; cosi` fatti

  vid’io color, quando puosi ben cura.

Vero e` che piu` e meno eran contratti

  secondo ch’avien piu` e meno a dosso;

  e qual piu` pazienza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: ‘Piu` non posso’.

Purgatorio: Canto XI

<<O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

  non circunscritto, ma per piu` amore

  ch’ai primi effetti di la` su` tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

  da ogni creatura, com’e` degno

  di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

  che’ noi ad essa non potem da noi,

  s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

  fan sacrificio a te, cantando osanna,

  cosi` facciano li uomini de’ suoi.

Da` oggi a noi la cotidiana manna,

  sanza la qual per questo aspro diserto

  a retro va chi piu` di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto

  perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

  benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtu` che di legger s’adona,

  non spermentar con l’antico avversaro,

  ma libera da lui che si` la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

  gia` non si fa per noi, che’ non bisogna,

  ma per color che dietro a noi restaro>>.

Cosi` a se’ e noi buona ramogna

  quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,

  simile a quel che tal volta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

  e lasse su per la prima cornice,

  purgando la caligine del mondo.

Se di la` sempre ben per noi si dice,

  di qua che dire e far per lor si puote

  da quei ch’hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note

  che portar quinci, si` che, mondi e lievi,

  possano uscire a le stellate ruote.

<<Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi

  tosto, si` che possiate muover l’ala,

  che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala

  si va piu` corto; e se c’e` piu` d’un varco,

  quel ne ‘nsegnate che men erto cala;

che’ questi che vien meco, per lo ‘ncarco

  de la carne d’Adamo onde si veste,

  al montar su`, contra sua voglia, e` parco>>.

Le lor parole, che rendero a queste

  che dette avea colui cu’ io seguiva,

  non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: <<A man destra per la riva

  con noi venite, e troverete il passo

  possibile a salir persona viva.

E s’io non fossi impedito dal sasso

  che la cervice mia superba doma,

  onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

  guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,

  e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:

  Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

  non so se ‘l nome suo gia` mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre

  d’i miei maggior mi fer si` arrogante,

  che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,

  ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno

  e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno

  superbia fa, che’ tutti miei consorti

  ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti

  per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

  poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti>>.

Ascoltando chinai in giu` la faccia;

  e un di lor, non questi che parlava,

  si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

  tenendo li occhi con fatica fisi

  a me che tutto chin con loro andava.

<<Oh!>>, diss’io lui, <<non se’ tu Oderisi,

  l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

  ch’alluminar chiamata e` in Parisi?>>.

<<Frate>>, diss’elli, <<piu` ridon le carte

  che pennelleggia Franco Bolognese;

  l’onore e` tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato si` cortese

  mentre ch’io vissi, per lo gran disio

  de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

  e ancor non sarei qui, se non fosse

  che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!

  com’poco verde in su la cima dura,

  se non e` giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

  tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

  si` che la fama di colui e` scura:

cosi` ha tolto l’uno a l’altro Guido

  la gloria de la lingua; e forse e` nato

  chi l’uno e l’altro caccera` del nido.

Non e` il mondan romore altro ch’un fiato

  di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

  e muta nome perche’ muta lato.

Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi

  da te la carne, che se fossi morto

  anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’e` piu` corto

  spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

  al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto.

Colui che del cammin si` poco piglia

  dinanzi a me, Toscana sono` tutta;

  e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta

  la rabbia fiorentina, che superba

  fu a quel tempo si` com’ora e` putta.

La vostra nominanza e` color d’erba,

  che viene e va, e quei la discolora

  per cui ella esce de la terra acerba>>.

E io a lui: <<Tuo vero dir m’incora

  bona umilta`, e gran tumor m’appiani;

  ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?>>.

<<Quelli e`>>, rispuose, <<Provenzan Salvani;

  ed e` qui perche’ fu presuntuoso

  a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito e` cosi` e va, sanza riposo,

  poi che mori`; cotal moneta rende

  a sodisfar chi e` di la` troppo oso>>.

E io: <<Se quello spirito ch’attende,

  pria che si penta, l’orlo de la vita,

  qua giu` dimora e qua su` non ascende,

se buona orazion lui non aita,

  prima che passi tempo quanto visse,

  come fu la venuta lui largita?>>.

<<Quando vivea piu` glorioso>>, disse,

  <<liberamente nel Campo di Siena,

  ogne vergogna diposta, s’affisse;

e li`, per trar l’amico suo di pena

  ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

  si condusse a tremar per ogne vena.

Piu` non diro`, e scuro so che parlo;

  ma poco tempo andra`, che ‘ tuoi vicini

  faranno si` che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini>>.

Purgatorio: Canto XII

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

  m’andava io con quell’anima carca,

  fin che ‘l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: <<Lascia lui e varca;

  che’ qui e` buono con l’ali e coi remi,

  quantunque puo`, ciascun pinger sua barca>>;

dritto si` come andar vuolsi rife’mi

  con la persona, avvegna che i pensieri

  mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m’era mosso, e seguia volontieri

  del mio maestro i passi, e amendue

  gia` mostravam com’eravam leggeri;

ed el mi disse: <<Volgi li occhi in giue:

  buon ti sara`, per tranquillar la via,

  veder lo letto de le piante tue>>.

Come, perche’ di lor memoria sia,

  sovra i sepolti le tombe terragne

  portan segnato quel ch’elli eran pria,

onde li` molte volte si ripiagne

  per la puntura de la rimembranza,

  che solo a’ pii da` de le calcagne;

si` vid’io li`, ma di miglior sembianza

  secondo l’artificio, figurato

  quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato

  piu` ch’altra creatura, giu` dal cielo

  folgoreggiando scender, da l’un lato.

Vedea Briareo, fitto dal telo

  celestial giacer, da l’altra parte,

  grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

  armati ancora, intorno al padre loro,

  mirar le membra d’i Giganti sparte.

Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro

  quasi smarrito, e riguardar le genti

  che ‘n Sennaar con lui superbi fuoro.

O Niobe`, con che occhi dolenti

  vedea io te segnata in su la strada,

  tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

O Saul, come in su la propria spada

  quivi parevi morto in Gelboe`,

  che poi non senti` pioggia ne’ rugiada!

O folle Aragne, si` vedea io te

  gia` mezza ragna, trista in su li stracci

  de l’opera che mal per te si fe’.

O Roboam, gia` non par che minacci

  quivi ‘l tuo segno; ma pien di spavento

  nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento

  come Almeon a sua madre fe’ caro

  parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro

  sovra Sennacherib dentro dal tempio,

  e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio

  che fe’ Tamiri, quando disse a Ciro:

  <<Sangue sitisti, e io di sangue t’empio>>.

Mostrava come in rotta si fuggiro

  li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

  e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;

  o Ilion, come te basso e vile

  mostrava il segno che li` si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile

  che ritraesse l’ombre e ‘ tratti ch’ivi

  mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:

  non vide mei di me chi vide il vero,

  quant’io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,

  figliuoli d’Eva, e non chinate il volto

  si` che veggiate il vostro mal sentero!

Piu` era gia` per noi del monte volto

  e del cammin del sole assai piu` speso

  che non stimava l’animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso

  andava, comincio`: <<Drizza la testa;

  non e` piu` tempo di gir si` sospeso.

Vedi cola` un angel che s’appresta

  per venir verso noi; vedi che torna

  dal servigio del di` l’ancella sesta.

Di reverenza il viso e li atti addorna,

  si` che i diletti lo ‘nviarci in suso;

  pensa che questo di` mai non raggiorna!>>.

Io era ben del suo ammonir uso

  pur di non perder tempo, si` che ‘n quella

  materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venia la creatura bella,

  biancovestito e ne la faccia quale

  par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;

  disse: <<Venite: qui son presso i gradi,

  e agevolemente omai si sale.

A questo invito vegnon molto radi:

  o gente umana, per volar su` nata,

  perche’ a poco vento cosi` cadi?>>.

Menocci ove la roccia era tagliata;

  quivi mi batte’ l’ali per la fronte;

  poi mi promise sicura l’andata.

Come a man destra, per salire al monte

  dove siede la chiesa che soggioga

  la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l’ardita foga

  per le scalee che si fero ad etade

  ch’era sicuro il quaderno e la doga;

cosi` s’allenta la ripa che cade

  quivi ben ratta da l’altro girone;

  ma quinci e quindi l’alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,

  ‘Beati pauperes spiritu!’ voci

  cantaron si`, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci

  da l’infernali! che’ quivi per canti

  s’entra, e la` giu` per lamenti feroci.

Gia` montavam su per li scaglion santi,

  ed esser mi parea troppo piu` lieve

  che per lo pian non mi parea davanti.

Ond’io: <<Maestro, di`, qual cosa greve

  levata s’e` da me, che nulla quasi

  per me fatica, andando, si riceve?>>.

Rispuose: <<Quando i P che son rimasi

  ancor nel volto tuo presso che stinti,

  saranno, com’e` l’un, del tutto rasi,

fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti,

  che non pur non fatica sentiranno,

  ma fia diletto loro esser su` pinti>>.

Allor fec’io come color che vanno

  con cosa in capo non da lor saputa,

  se non che ‘ cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s’aiuta,

  e cerca e truova e quello officio adempie

  che non si puo` fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie

  trovai pur sei le lettere che ‘ncise

  quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.

Purgatorio: Canto XIII

Noi eravamo al sommo de la scala,

  dove secondamente si risega

  lo monte che salendo altrui dismala.

Ivi cosi` una cornice lega

  dintorno il poggio, come la primaia;

  se non che l’arco suo piu` tosto piega.

Ombra non li` e` ne’ segno che si paia:

  parsi la ripa e parsi la via schietta

  col livido color de la petraia.

<<Se qui per dimandar gente s’aspetta>>,

  ragionava il poeta, <<io temo forse

  che troppo avra` d’indugio nostra eletta>>.

Poi fisamente al sole li occhi porse;

  fece del destro lato a muover centro,

  e la sinistra parte di se’ torse.

<<O dolce lume a cui fidanza i’ entro

  per lo novo cammin, tu ne conduci>>,

  dicea, <<come condur si vuol quinc’entro.

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci;

  s’altra ragione in contrario non ponta,

  esser dien sempre li tuoi raggi duci>>.

Quanto di qua per un migliaio si conta,

  tanto di la` eravam noi gia` iti,

  con poco tempo, per la voglia pronta;

e verso noi volar furon sentiti,

  non pero` visti, spiriti parlando

  a la mensa d’amor cortesi inviti.

La prima voce che passo` volando

  ‘Vinum non habent’ altamente disse,

  e dietro a noi l’ando` reiterando.

E prima che del tutto non si udisse

  per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’

  passo` gridando, e anco non s’affisse.

<<Oh!>>, diss’io, <<padre, che voci son queste?>>.

  E com’io domandai, ecco la terza

  dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.

E ‘l buon maestro: <<Questo cinghio sferza

  la colpa de la invidia, e pero` sono

  tratte d’amor le corde de la ferza.

Lo fren vuol esser del contrario suono;

  credo che l’udirai, per mio avviso,

  prima che giunghi al passo del perdono.

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,

  e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

  e ciascun e` lungo la grotta assiso>>.

Allora piu` che prima li occhi apersi;

  guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti

  al color de la pietra non diversi.

E poi che fummo un poco piu` avanti,

  udia gridar: ‘Maria, ora per noi’:

  gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’, e ‘Tutti santi’.

Non credo che per terra vada ancoi

  omo si` duro, che non fosse punto

  per compassion di quel ch’i’ vidi poi;

che’, quando fui si` presso di lor giunto,

  che li atti loro a me venivan certi,

  per li occhi fui di grave dolor munto.

Di vil ciliccio mi parean coperti,

  e l’un sofferia l’altro con la spalla,

  e tutti da la ripa eran sofferti.

Cosi` li ciechi a cui la roba falla

  stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,

  e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,

perche’ ‘n altrui pieta` tosto si pogna,

  non pur per lo sonar de le parole,

  ma per la vista che non meno agogna.

E come a li orbi non approda il sole,

  cosi` a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,

  luce del ciel di se’ largir non vole;

che’ a tutti un fil di ferro i cigli fora

  e cusce si`, come a sparvier selvaggio

  si fa pero` che queto non dimora.

A me pareva, andando, fare oltraggio,

  veggendo altrui, non essendo veduto:

  per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.

Ben sapev’ei che volea dir lo muto;

  e pero` non attese mia dimanda,

  ma disse: <<Parla, e sie breve e arguto>>.

Virgilio mi venia da quella banda

  de la cornice onde cader si puote,

  perche’ da nulla sponda s’inghirlanda;

da l’altra parte m’eran le divote

  ombre, che per l’orribile costura

  premevan si`, che bagnavan le gote.

Volsimi a loro e <<O gente sicura>>,

  incominciai, <<di veder l’alto lume

  che ‘l disio vostro solo ha in sua cura,

se tosto grazia resolva le schiume

  di vostra coscienza si` che chiaro

  per essa scenda de la mente il fiume,

ditemi, che’ mi fia grazioso e caro,

  s’anima e` qui tra voi che sia latina;

  e forse lei sara` buon s’i’ l’apparo>>.

<<O frate mio, ciascuna e` cittadina

  d’una vera citta`; ma tu vuo’ dire

  che vivesse in Italia peregrina>>.

Questo mi parve per risposta udire

  piu` innanzi alquanto che la` dov’io stava,

  ond’io mi feci ancor piu` la` sentire.

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava

  in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,

  lo mento a guisa d’orbo in su` levava.

<<Spirto>>, diss’io, <<che per salir ti dome,

  se tu se’ quelli che mi rispondesti,

  fammiti conto o per luogo o per nome>>.

<<Io fui sanese>>, rispuose, <<e con questi

  altri rimendo qui la vita ria,

  lagrimando a colui che se’ ne presti.

Savia non fui, avvegna che Sapia

  fossi chiamata, e fui de li altrui danni

  piu` lieta assai che di ventura mia.

E perche’ tu non creda ch’io t’inganni,

  odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,

  gia` discendendo l’arco d’i miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle

  in campo giunti co’ loro avversari,

  e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

Rotti fuor quivi e volti ne li amari

  passi di fuga; e veggendo la caccia,

  letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch’io volsi in su` l’ardita faccia,

  gridando a Dio: “Omai piu` non ti temo!”,

  come fe’ ‘l merlo per poca bonaccia.

Pace volli con Dio in su lo stremo

  de la mia vita; e ancor non sarebbe

  lo mio dover per penitenza scemo,

se cio` non fosse, ch’a memoria m’ebbe

  Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

  a cui di me per caritate increbbe.

Ma tu chi se’, che nostre condizioni

  vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

  si` com’io credo, e spirando ragioni?>>.

<<Li occhi>>, diss’io, <<mi fieno ancor qui tolti,

  ma picciol tempo, che’ poca e` l’offesa

  fatta per esser con invidia volti.

Troppa e` piu` la paura ond’e` sospesa

  l’anima mia del tormento di sotto,

  che gia` lo ‘ncarco di la` giu` mi pesa>>.

Ed ella a me: <<Chi t’ha dunque condotto

  qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?>>.

  E io: <<Costui ch’e` meco e non fa motto.

E vivo sono; e pero` mi richiedi,

  spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova

  di la` per te ancor li mortai piedi>>.

<<Oh, questa e` a udir si` cosa nuova>>,

  rispuose, <<che gran segno e` che Dio t’ami;

  pero` col priego tuo talor mi giova.

E cheggioti, per quel che tu piu` brami,

  se mai calchi la terra di Toscana,

  che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.

Tu li vedrai tra quella gente vana

  che spera in Talamone, e perderagli

  piu` di speranza ch’a trovar la Diana;

ma piu` vi perderanno li ammiragli>>.

Purgatorio: Canto XIV

<<Chi e` costui che ‘l nostro monte cerchia

  prima che morte li abbia dato il volo,

  e apre li occhi a sua voglia e coverchia?>>.

<<Non so chi sia, ma so ch’e’ non e` solo:

  domandal tu che piu` li t’avvicini,

  e dolcemente, si` che parli, acco’lo>>.

Cosi` due spirti, l’uno a l’altro chini,

  ragionavan di me ivi a man dritta;

  poi fer li visi, per dirmi, supini;

e disse l’uno: <<O anima che fitta

  nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,

  per carita` ne consola e ne ditta

onde vieni e chi se’; che’ tu ne fai

  tanto maravigliar de la tua grazia,

  quanto vuol cosa che non fu piu` mai>>.

E io: <<Per mezza Toscana si spazia

  un fiumicel che nasce in Falterona,

  e cento miglia di corso nol sazia.

Di sovr’esso rech’io questa persona:

  dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,

  che’ ‘l nome mio ancor molto non suona>>.

<<Se ben lo ‘ntendimento tuo accarno

  con lo ‘ntelletto>>, allora mi rispuose

  quei che diceva pria, <<tu parli d’Arno>>.

E l’altro disse lui: <<Perche’ nascose

  questi il vocabol di quella riviera,

  pur com’om fa de l’orribili cose?>>.

E l’ombra che di cio` domandata era,

  si sdebito` cosi`: <<Non so; ma degno

  ben e` che ‘l nome di tal valle pera;

che’ dal principio suo, ov’e` si` pregno

  l’alpestro monte ond’e` tronco Peloro,

  che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,

infin la` ‘ve si rende per ristoro

  di quel che ‘l ciel de la marina asciuga,

  ond’hanno i fiumi cio` che va con loro,

vertu` cosi` per nimica si fuga

  da tutti come biscia, o per sventura

  del luogo, o per mal uso che li fruga:

ond’hanno si` mutata lor natura

  li abitator de la misera valle,

  che par che Circe li avesse in pastura.

Tra brutti porci, piu` degni di galle

  che d’altro cibo fatto in uman uso,

  dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

  ringhiosi piu` che non chiede lor possa,

  e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant’ella piu` ‘ngrossa,

  tanto piu` trova di can farsi lupi

  la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per piu` pelaghi cupi,

  trova le volpi si` piene di froda,

  che non temono ingegno che le occupi.

Ne’ lascero` di dir perch’altri m’oda;

  e buon sara` costui, s’ancor s’ammenta

  di cio` che vero spirto mi disnoda.

Io veggio tuo nepote che diventa

  cacciator di quei lupi in su la riva

  del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva;

  poscia li ancide come antica belva;

  molti di vita e se’ di pregio priva.

Sanguinoso esce de la trista selva;

  lasciala tal, che di qui a mille anni

  ne lo stato primaio non si rinselva>>.

Com’a l’annunzio di dogliosi danni

  si turba il viso di colui ch’ascolta,

  da qual che parte il periglio l’assanni,

cosi` vid’io l’altr’anima, che volta

  stava a udir, turbarsi e farsi trista,

  poi ch’ebbe la parola a se’ raccolta.

Lo dir de l’una e de l’altra la vista

  mi fer voglioso di saper lor nomi,

  e dimanda ne fei con prieghi mista;

per che lo spirto che di pria parlomi

  ricomincio`: <<Tu vuo’ ch’io mi deduca

  nel fare a te cio` che tu far non vuo’mi.

Ma da che Dio in te vuol che traluca

  tanto sua grazia, non ti saro` scarso;

  pero` sappi ch’io fui Guido del Duca.

Fu il sangue mio d’invidia si` riarso,

  che se veduto avesse uom farsi lieto,

  visto m’avresti di livore sparso.

Di mia semente cotal paglia mieto;

  o gente umana, perche’ poni ‘l core

  la` ‘v’e` mestier di consorte divieto?

Questi e` Rinier; questi e` ‘l pregio e l’onore

  de la casa da Calboli, ove nullo

  fatto s’e` reda poi del suo valore.

E non pur lo suo sangue e` fatto brullo,

  tra ‘l Po e ‘l monte e la marina e ‘l Reno,

  del ben richesto al vero e al trastullo;

che’ dentro a questi termini e` ripieno

  di venenosi sterpi, si` che tardi

  per coltivare omai verrebber meno.

Ov’e` ‘l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

  Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

  Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?

  quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

  verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,

  quando rimembro con Guido da Prata,

  Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

Federigo Tignoso e sua brigata,

  la casa Traversara e li Anastagi

  (e l’una gente e l’altra e` diretata),

le donne e ‘ cavalier, li affanni e li agi

  che ne ‘nvogliava amore e cortesia

  la` dove i cuor son fatti si` malvagi.

O Bretinoro, che’ non fuggi via,

  poi che gita se n’e` la tua famiglia

  e molta gente per non esser ria?

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

  e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

  che di figliar tai conti piu` s’impiglia.

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio

  lor sen gira`; ma non pero` che puro

  gia` mai rimagna d’essi testimonio.

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro

  e` il nome tuo, da che piu` non s’aspetta

  chi far lo possa, tralignando, scuro.

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta

  troppo di pianger piu` che di parlare,

  si` m’ha nostra ragion la mente stretta>>.

Noi sapavam che quell’anime care

  ci sentivano andar; pero`, tacendo,

  facean noi del cammin confidare.

Poi fummo fatti soli procedendo,

  folgore parve quando l’aere fende,

  voce che giunse di contra dicendo:

‘Anciderammi qualunque m’apprende’;

  e fuggi` come tuon che si dilegua,

  se subito la nuvola scoscende.

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,

  ed ecco l’altra con si` gran fracasso,

  che somiglio` tonar che tosto segua:

<<Io sono Aglauro che divenni sasso>>;

  e allor, per ristrignermi al poeta,

  in destro feci e non innanzi il passo.

Gia` era l’aura d’ogne parte queta;

  ed el mi disse: <<Quel fu ‘l duro camo

  che dovria l’uom tener dentro a sua meta.

Ma voi prendete l’esca, si` che l’amo

  de l’antico avversaro a se’ vi tira;

  e pero` poco val freno o richiamo.

Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,

  mostrandovi le sue bellezze etterne,

  e l’occhio vostro pur a terra mira;

onde vi batte chi tutto discerne>>.

Purgatorio: Canto XV

Quanto tra l’ultimar de l’ora terza

  e ‘l principio del di` par de la spera

  che sempre a guisa di fanciullo scherza,

tanto pareva gia` inver’ la sera

  essere al sol del suo corso rimaso;

  vespero la`, e qui mezza notte era.

E i raggi ne ferien per mezzo ‘l naso,

  perche’ per noi girato era si` ‘l monte,

  che gia` dritti andavamo inver’ l’occaso,

quand’io senti’ a me gravar la fronte

  a lo splendore assai piu` che di prima,

  e stupor m’eran le cose non conte;

ond’io levai le mani inver’ la cima

  de le mie ciglia, e fecimi ‘l solecchio,

  che del soverchio visibile lima.

Come quando da l’acqua o da lo specchio

  salta lo raggio a l’opposita parte,

  salendo su per lo modo parecchio

a quel che scende, e tanto si diparte

  dal cader de la pietra in igual tratta,

  si` come mostra esperienza e arte;

cosi` mi parve da luce rifratta

  quivi dinanzi a me esser percosso;

  per che a fuggir la mia vista fu ratta.

<<Che e` quel, dolce padre, a che non posso

  schermar lo viso tanto che mi vaglia>>,

  diss’io, <<e pare inver’ noi esser mosso?>>.

<<Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia

  la famiglia del cielo>>, a me rispuose:

  <<messo e` che viene ad invitar ch’om saglia.

Tosto sara` ch’a veder queste cose

  non ti fia grave, ma fieti diletto

  quanto natura a sentir ti dispuose>>.

Poi giunti fummo a l’angel benedetto,

  con lieta voce disse: <<Intrate quinci

  ad un scaleo vie men che li altri eretto>>.

Noi montavam, gia` partiti di linci,

  e ‘Beati misericordes!’ fue

  cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.

Lo mio maestro e io soli amendue

  suso andavamo; e io pensai, andando,

  prode acquistar ne le parole sue;

e dirizza’mi a lui si` dimandando:

  <<Che volse dir lo spirto di Romagna,

  e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?>>.

Per ch’elli a me: <<Di sua maggior magagna

  conosce il danno; e pero` non s’ammiri

  se ne riprende perche’ men si piagna.

Perche’ s’appuntano i vostri disiri

  dove per compagnia parte si scema,

  invidia move il mantaco a’ sospiri.

Ma se l’amor de la spera supprema

  torcesse in suso il disiderio vostro,

  non vi sarebbe al petto quella tema;

che’, per quanti si dice piu` li` ‘nostro’,

  tanto possiede piu` di ben ciascuno,

  e piu` di caritate arde in quel chiostro>>.

<<Io son d’esser contento piu` digiuno>>,

  diss’io, <<che se mi fosse pria taciuto,

  e piu` di dubbio ne la mente aduno.

Com’esser puote ch’un ben, distributo

  in piu` posseditor, faccia piu` ricchi

  di se’, che se da pochi e` posseduto?>>.

Ed elli a me: <<Pero` che tu rificchi

  la mente pur a le cose terrene,

  di vera luce tenebre dispicchi.

Quello infinito e ineffabil bene

  che la` su` e`, cosi` corre ad amore

  com’a lucido corpo raggio vene.

Tanto si da` quanto trova d’ardore;

  si` che, quantunque carita` si stende,

  cresce sovr’essa l’etterno valore.

E quanta gente piu` la` su` s’intende,

  piu` v’e` da bene amare, e piu` vi s’ama,

  e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama,

  vedrai Beatrice, ed ella pienamente

  ti torra` questa e ciascun’altra brama.

Procaccia pur che tosto sieno spente,

  come son gia` le due, le cinque piaghe,

  che si richiudon per esser dolente>>.

Com’io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,

  vidimi giunto in su l’altro girone,

  si` che tacer mi fer le luci vaghe.

Ivi mi parve in una visione

  estatica di subito esser tratto,

  e vedere in un tempio piu` persone;

e una donna, in su l’entrar, con atto

  dolce di madre dicer: <<Figliuol mio

  perche’ hai tu cosi` verso noi fatto?

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

  ti cercavamo>>. E come qui si tacque,

  cio` che pareva prima, dispario.

Indi m’apparve un’altra con quell’acque

  giu` per le gote che ‘l dolor distilla

  quando di gran dispetto in altrui nacque,

e dir: <<Se tu se’ sire de la villa

  del cui nome ne’ dei fu tanta lite,

  e onde ogni scienza disfavilla,

vendica te di quelle braccia ardite

  ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistrato>>.

  E ‘l segnor mi parea, benigno e mite,

risponder lei con viso temperato:

  <<Che farem noi a chi mal ne disira,

  se quei che ci ama e` per noi condannato?>>,

Poi vidi genti accese in foco d’ira

  con pietre un giovinetto ancider, forte

  gridando a se’ pur: <<Martira, martira!>>.

E lui vedea chinarsi, per la morte

  che l’aggravava gia`, inver’ la terra,

  ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l’alto Sire, in tanta guerra,

  che perdonasse a’ suoi persecutori,

  con quello aspetto che pieta` diserra.

Quando l’anima mia torno` di fori

  a le cose che son fuor di lei vere,

  io riconobbi i miei non falsi errori.

Lo duca mio, che mi potea vedere

  far si` com’om che dal sonno si slega,

  disse: <<Che hai che non ti puoi tenere,

ma se’ venuto piu` che mezza lega

  velando li occhi e con le gambe avvolte,

  a guisa di cui vino o sonno piega?>>.

<<O dolce padre mio, se tu m’ascolte,

  io ti diro`>>, diss’io, <<cio` che m’apparve

  quando le gambe mi furon si` tolte>>.

Ed ei: <<Se tu avessi cento larve

  sovra la faccia, non mi sarian chiuse

  le tue cogitazion, quantunque parve.

Cio` che vedesti fu perche’ non scuse

  d’aprir lo core a l’acque de la pace

  che da l’etterno fonte son diffuse.

Non dimandai “Che hai?” per quel che face

  chi guarda pur con l’occhio che non vede,

  quando disanimato il corpo giace;

ma dimandai per darti forza al piede:

  cosi` frugar conviensi i pigri, lenti

  ad usar lor vigilia quando riede>>.

Noi andavam per lo vespero, attenti

  oltre quanto potean li occhi allungarsi

  contra i raggi serotini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

  verso di noi come la notte oscuro;

  ne’ da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

Purgatorio: Canto XVI

Buio d’inferno e di notte privata

  d’ogne pianeto, sotto pover cielo,

  quant’esser puo` di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio si` grosso velo

  come quel fummo ch’ivi ci coperse,

  ne’ a sentir di cosi` aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse;

  onde la scorta mia saputa e fida

  mi s’accosto` e l’omero m’offerse.

Si` come cieco va dietro a sua guida

  per non smarrirsi e per non dar di cozzo

  in cosa che ‘l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,

  ascoltando il mio duca che diceva

  pur: <<Guarda che da me tu non sia mozzo>>.

Io sentia voci, e ciascuna pareva

  pregar per pace e per misericordia

  l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;

  una parola in tutte era e un modo,

  si` che parea tra esse ogne concordia.

<<Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?>>,

  diss’io. Ed elli a me: <<Tu vero apprendi,

  e d’iracundia van solvendo il nodo>>.

<<Or tu chi se’ che ‘l nostro fummo fendi,

  e di noi parli pur come se tue

  partissi ancor lo tempo per calendi?>>.

Cosi` per una voce detto fue;

  onde ‘l maestro mio disse: <<Rispondi,

  e domanda se quinci si va sue>>.

E io: <<O creatura che ti mondi

  per tornar bella a colui che ti fece,

  maraviglia udirai, se mi secondi>>.

<<Io ti seguitero` quanto mi lece>>,

  rispuose; <<e se veder fummo non lascia,

  l’udir ci terra` giunti in quella vece>>.

Allora incominciai: <<Con quella fascia

  che la morte dissolve men vo suso,

  e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,

  tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte

  per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte,

  ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;

  e tue parole fier le nostre scorte>>.

<<Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;

  del mondo seppi, e quel valore amai

  al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar su` dirittamente vai>>.

  Cosi` rispuose, e soggiunse: <<I’ ti prego

  che per me prieghi quando su` sarai>>.

E io a lui: <<Per fede mi ti lego

  di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio

  dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora e` fatto doppio

  ne la sentenza tua, che mi fa certo

  qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.

Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto

  d’ogne virtute, come tu mi sone,

  e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione,

  si` ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;

  che’ nel cielo uno, e un qua giu` la pone>>.

Alto sospir, che duolo strinse in <<uhi!>>,

  mise fuor prima; e poi comincio`: <<Frate,

  lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate

  pur suso al cielo, pur come se tutto

  movesse seco di necessitate.

Se cosi` fosse, in voi fora distrutto

  libero arbitrio, e non fora giustizia

  per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

  non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,

  lume v’e` dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica

  ne le prime battaglie col ciel dura,

  poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura

  liberi soggiacete; e quella cria

  la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura.

Pero`, se ‘l mondo presente disvia,

  in voi e` la cagione, in voi si cheggia;

  e io te ne saro` or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia

  prima che sia, a guisa di fanciulla

  che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,

  salvo che, mossa da lieto fattore,

  volontier torna a cio` che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;

  quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

  se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;

  convenne rege aver che discernesse

  de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

  Nullo, pero` che ‘l pastor che procede,

  rugumar puo`, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede

  pur a quel ben fedire ond’ella e` ghiotta,

  di quel si pasce, e piu` oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta

  e` la cagion che ‘l mondo ha fatto reo,

  e non natura che ‘n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo,

  due soli aver, che l’una e l’altra strada

  facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed e` giunta la spada

  col pasturale, e l’un con l’altro insieme

  per viva forza mal convien che vada;

pero` che, giunti, l’un l’altro non teme:

  se non mi credi, pon mente a la spiga,

  ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga,

  solea valore e cortesia trovarsi,

  prima che Federigo avesse briga;

or puo` sicuramente indi passarsi

  per qualunque lasciasse, per vergogna

  di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’en tre vecchi ancora in cui rampogna

  l’antica eta` la nova, e par lor tardo

  che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ‘l buon Gherardo

  e Guido da Castel, che mei si noma

  francescamente, il semplice Lombardo.

Di` oggimai che la Chiesa di Roma,

  per confondere in se’ due reggimenti,

  cade nel fango e se’ brutta e la soma>>.

<<O Marco mio>>, diss’io, <<bene argomenti;

  e or discerno perche’ dal retaggio

  li figli di Levi` furono essenti.

Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio

  di’ ch’e` rimaso de la gente spenta,

  in rimprovero del secol selvaggio?>>.

<<O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta>>,

  rispuose a me; <<che’, parlandomi tosco,

  par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,

  s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.

  Dio sia con voi, che’ piu` non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia

  gia` biancheggiare, e me convien partirmi

  (l’angelo e` ivi) prima ch’io li paia>>.

Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi.

Purgatorio: Canto XVII

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe

  ti colse nebbia per la qual vedessi

  non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi

  a diradar cominciansi, la spera

  del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera

  in giugnere a veder com’io rividi

  lo sole in pria, che gia` nel corcar era.

Si`, pareggiando i miei co’ passi fidi

  del mio maestro, usci’ fuor di tal nube

  ai raggi morti gia` ne’ bassi lidi.

O imaginativa che ne rube

  talvolta si` di fuor, ch’om non s’accorge

  perche’ dintorno suonin mille tube,

chi move te, se ‘l senso non ti porge?

  Moveti lume che nel ciel s’informa,

  per se’ o per voler che giu` lo scorge.

De l’empiezza di lei che muto` forma

  ne l’uccel ch’a cantar piu` si diletta,

  ne l’imagine mia apparve l’orma;

e qui fu la mia mente si` ristretta

  dentro da se’, che di fuor non venia

  cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia

  un crucifisso dispettoso e fero

  ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assuero,

  Ester sua sposa e ‘l giusto Mardoceo,

  che fu al dire e al far cosi` intero.

E come questa imagine rompeo

  se’ per se’ stessa, a guisa d’una bulla

  cui manca l’acqua sotto qual si feo,

surse in mia visione una fanciulla

  piangendo forte, e dicea: <<O regina,

  perche’ per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’hai per non perder Lavina;

  or m’hai perduta! Io son essa che lutto,

  madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina>>.

Come si frange il sonno ove di butto

  nova luce percuote il viso chiuso,

  che fratto guizza pria che muoia tutto;

cosi` l’imaginar mio cadde giuso

  tosto che lume il volto mi percosse,

  maggior assai che quel ch’e` in nostro uso.

I’ mi volgea per veder ov’io fosse,

  quando una voce disse <<Qui si monta>>,

  che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta

  di riguardar chi era che parlava,

  che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava

  e per soverchio sua figura vela,

  cosi` la mia virtu` quivi mancava.

<<Questo e` divino spirito, che ne la

  via da ir su` ne drizza sanza prego,

  e col suo lume se’ medesmo cela.

Si` fa con noi, come l’uom si fa sego;

  che’ quale aspetta prego e l’uopo vede,

  malignamente gia` si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede;

  procacciam di salir pria che s’abbui,

  che’ poi non si poria, se ‘l di` non riede>>.

Cosi` disse il mio duca, e io con lui

  volgemmo i nostri passi ad una scala;

  e tosto ch’io al primo grado fui,

senti’mi presso quasi un muover d’ala

  e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati

  pacifici, che son sanz’ira mala!’.

Gia` eran sovra noi tanto levati

  li ultimi raggi che la notte segue,

  che le stelle apparivan da piu` lati.

‘O virtu` mia, perche’ si` ti dilegue?’,

  fra me stesso dicea, che’ mi sentiva

  la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove piu` non saliva

  la scala su`, ed eravamo affissi,

  pur come nave ch’a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s’io udissi

  alcuna cosa nel novo girone;

  poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

<<Dolce mio padre, di`, quale offensione

  si purga qui nel giro dove semo?

  Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone>>.

Ed elli a me: <<L’amor del bene, scemo

  del suo dover, quiritta si ristora;

  qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perche’ piu` aperto intendi ancora,

  volgi la mente a me, e prenderai

  alcun buon frutto di nostra dimora>>.

<<Ne’ creator ne’ creatura mai>>,

  comincio` el, <<figliuol, fu sanza amore,

  o naturale o d’animo; e tu ‘l sai.

Lo naturale e` sempre sanza errore,

  ma l’altro puote errar per malo obietto

  o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch’elli e` nel primo ben diretto,

  e ne’ secondi se’ stesso misura,

  esser non puo` cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con piu` cura

  o con men che non dee corre nel bene,

  contra ‘l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch’esser convene

  amor sementa in voi d’ogne virtute

  e d’ogne operazion che merta pene.

Or, perche’ mai non puo` da la salute

  amor del suo subietto volger viso,

  da l’odio proprio son le cose tute;

e perche’ intender non si puo` diviso,

  e per se’ stante, alcuno esser dal primo,

  da quello odiare ogne effetto e` deciso.

Resta, se dividendo bene stimo,

  che ‘l mal che s’ama e` del prossimo; ed esso

  amor nasce in tre modi in vostro limo.

E’ chi, per esser suo vicin soppresso,

  spera eccellenza, e sol per questo brama

  ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

e` chi podere, grazia, onore e fama

  teme di perder perch’altri sormonti,

  onde s’attrista si` che ‘l contrario ama;

ed e` chi per ingiuria par ch’aonti,

  si` che si fa de la vendetta ghiotto,

  e tal convien che ‘l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giu` di sotto

  si piange; or vo’ che tu de l’altro intende,

  che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende

  nel qual si queti l’animo, e disira;

  per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira

  o a lui acquistar, questa cornice,

  dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben e` che non fa l’uom felice;

  non e` felicita`, non e` la buona

  essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,

  di sovr’a noi si piange per tre cerchi;

  ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi>>.

Purgatorio: Canto XVIII

Posto avea fine al suo ragionamento

  l’alto dottore, e attento guardava

  ne la mia vista s’io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava,

  di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse

  lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

Ma quel padre verace, che s’accorse

  del timido voler che non s’apriva,

  parlando, di parlare ardir mi porse.

Ond’io: <<Maestro, il mio veder s’avviva

  si` nel tuo lume, ch’io discerno chiaro

  quanto la tua ragion parta o descriva.

Pero` ti prego, dolce padre caro,

  che mi dimostri amore, a cui reduci

  ogne buono operare e ‘l suo contraro>>.

<<Drizza>>, disse, <<ver’ me l’agute luci

  de lo ‘ntelletto, e fieti manifesto

  l’error de’ ciechi che si fanno duci.

L’animo, ch’e` creato ad amar presto,

  ad ogne cosa e` mobile che piace,

  tosto che dal piacere in atto e` desto.

Vostra apprensiva da esser verace

  tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

  si` che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,

  quel piegare e` amor, quell’e` natura

  che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ‘l foco movesi in altura

  per la sua forma ch’e` nata a salire

  la` dove piu` in sua matera dura,

cosi` l’animo preso entra in disire,

  ch’e` moto spiritale, e mai non posa

  fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant’e` nascosa

  la veritate a la gente ch’avvera

  ciascun amore in se’ laudabil cosa;

pero` che forse appar la sua matera

  sempre esser buona, ma non ciascun segno

  e` buono, ancor che buona sia la cera>>.

<<Le tue parole e ‘l mio seguace ingegno>>,

  rispuos’io lui, <<m’hanno amor discoverto,

  ma cio` m’ha fatto di dubbiar piu` pregno;

che’, s’amore e` di fuori a noi offerto,

  e l’anima non va con altro piede,

  se dritta o torta va, non e` suo merto>>.

Ed elli a me: <<Quanto ragion qui vede,

  dir ti poss’io; da indi in la` t’aspetta

  pur a Beatrice, ch’e` opra di fede.

Ogne forma sustanzial, che setta

  e` da matera ed e` con lei unita,

  specifica vertute ha in se’ colletta,

la qual sanza operar non e` sentita,

  ne’ si dimostra mai che per effetto,

  come per verdi fronde in pianta vita.

Pero`, la` onde vegna lo ‘ntelletto

  de le prime notizie, omo non sape,

  e de’ primi appetibili l’affetto,

che sono in voi si` come studio in ape

  di far lo mele; e questa prima voglia

  merto di lode o di biasmo non cape.

Or perche’ a questa ogn’altra si raccoglia,

  innata v’e` la virtu` che consiglia,

  e de l’assenso de’ tener la soglia.

Quest’e` ‘l principio la` onde si piglia

  ragion di meritare in voi, secondo

  che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo,

  s’accorser d’esta innata libertate;

  pero` moralita` lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate

  surga ogne amor che dentro a voi s’accende,

  di ritenerlo e` in voi la podestate.

La nobile virtu` Beatrice intende

  per lo libero arbitrio, e pero` guarda

  che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende>>.

La luna, quasi a mezza notte tarda,

  facea le stelle a noi parer piu` rade,

  fatta com’un secchion che tuttor arda;

e correa contro ‘l ciel per quelle strade

  che ‘l sole infiamma allor che quel da Roma

  tra Sardi e ‘ Corsi il vede quando cade.

E quell’ombra gentil per cui si noma

  Pietola piu` che villa mantoana,

  del mio carcar diposta avea la soma;

per ch’io, che la ragione aperta e piana

  sovra le mie quistioni avea ricolta,

  stava com’om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta

  subitamente da gente che dopo

  le nostre spalle a noi era gia` volta.

E quale Ismeno gia` vide e Asopo

  lungo di se` di notte furia e calca,

  pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca,

  per quel ch’io vidi di color, venendo,

  cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fur sovr’a noi, perche’ correndo

  si movea tutta quella turba magna;

  e due dinanzi gridavan piangendo:

<<Maria corse con fretta a la montagna;

  e Cesare, per soggiogare Ilerda,

  punse Marsilia e poi corse in Ispagna>>.

<<Ratto, ratto, che ‘l tempo non si perda

  per poco amor>>, gridavan li altri appresso,

  <<che studio di ben far grazia rinverda>>.

<<O gente in cui fervore aguto adesso

  ricompie forse negligenza e indugio

  da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i’ non vi bugio,

  vuole andar su`, pur che ‘l sol ne riluca;

  pero` ne dite ond’e` presso il pertugio>>.

Parole furon queste del mio duca;

  e un di quelli spirti disse: <<Vieni

  di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci si` pieni,

  che restar non potem; pero` perdona,

  se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona

  sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa,

  di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha gia` l’un pie` dentro la fossa,

  che tosto piangera` quel monastero,

  e tristo fia d’avere avuta possa;

perche’ suo figlio, mal del corpo intero,

  e de la mente peggio, e che mal nacque,

  ha posto in loco di suo pastor vero>>.

Io non so se piu` disse o s’ei si tacque,

  tant’era gia` di la` da noi trascorso;

  ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso

  disse: <<Volgiti qua: vedine due

  venir dando a l’accidia di morso>>.

Di retro a tutti dicean: <<Prima fue

  morta la gente a cui il mar s’aperse,

  che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l’affanno non sofferse

  fino a la fine col figlio d’Anchise,

  se’ stessa a vita sanza gloria offerse>>.

Poi quando fuor da noi tanto divise

  quell’ombre, che veder piu` non potiersi,

  novo pensiero dentro a me si mise,

del qual piu` altri nacquero e diversi;

  e tanto d’uno in altro vaneggiai,

  che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ‘l pensamento in sogno trasmutai.

Purgatorio: Canto XIX

Ne l’ora che non puo` ‘l calor diurno

  intepidar piu` ‘l freddo de la luna,

  vinto da terra, e talor da Saturno

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna

  veggiono in oriiente, innanzi a l’alba,

  surger per via che poco le sta bruna -,

mi venne in sogno una femmina balba,

  ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta,

  con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ‘l sol conforta

  le fredde membra che la notte aggrava,

  cosi` lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava

  in poco d’ora, e lo smarrito volto,

  com’ amor vuol, cosi` le colorava.

Poi ch’ell’ avea ‘l parlar cosi` disciolto,

  cominciava a cantar si`, che con pena

  da lei avrei mio intento rivolto.

<<Io son>>, cantava, <<io son dolce serena,

  che’ marinari in mezzo mar dismago;

  tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

  al canto mio; e qual meco s’ausa,

  rado sen parte; si` tutto l’appago!>>.

Ancor non era sua bocca richiusa,

  quand’ una donna apparve santa e presta

  lunghesso me per far colei confusa.

<<O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?>>,

  fieramente dicea; ed el venia

  con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea, e dinanzi l’apria

  fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;

  quel mi sveglio` col puzzo che n’uscia.

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: <<Almen tre

  voci t’ho messe!>>, dicea, <<Surgi e vieni;

  troviam l’aperta per la qual tu entre>>.

Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni

  de l’alto di` i giron del sacro monte,

  e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte

  come colui che l’ha di pensier carca,

  che fa di se’ un mezzo arco di ponte;

quand’ io udi’ <<Venite; qui si varca>>

  parlare in modo soave e benigno,

  qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

  volseci in su` colui che si` parlonne

  tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne,

  ‘Qui lugent’ affermando esser beati,

  ch’avran di consolar l’anime donne.

<<Che hai che pur inver’ la terra guati?>>,

  la guida mia incomincio` a dirmi,

  poco amendue da l’angel sormontati.

E io: <<Con tanta sospeccion fa irmi

  novella visiion ch’a se’ mi piega,

  si` ch’io non posso dal pensar partirmi>>.

<<Vedesti>>, disse, <<quell’antica strega

  che sola sovr’ a noi omai si piagne;

  vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

  li occhi rivolgi al logoro che gira

  lo rege etterno con le rote magne>>.

Quale ‘l falcon, che prima a’ pie’ si mira,

  indi si volge al grido e si protende

  per lo disio del pasto che la` il tira,

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende

  la roccia per dar via a chi va suso,

  n’andai infin dove ‘l cerchiar si prende.

Com’io nel quinto giro fui dischiuso,

  vidi gente per esso che piangea,

  giacendo a terra tutta volta in giuso.

‘Adhaesit pavimento anima mea’

  sentia dir lor con si` alti sospiri,

  che la parola a pena s’intendea.

<<O eletti di Dio, li cui soffriri

  e giustizia e speranza fa men duri,

  drizzate noi verso li alti saliri>>.

<<Se voi venite dal giacer sicuri,

  e volete trovar la via piu` tosto,

  le vostre destre sien sempre di fori>>.

Cosi` prego` ‘l poeta, e si` risposto

  poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io

  nel parlare avvisai l’altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

  ond’ elli m’assenti` con lieto cenno

  cio` che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno,

  trassimi sovra quella creatura

  le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: <<Spirto in cui pianger matura

  quel sanza ‘l quale a Dio tornar non possi,

  sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perche’ volti avete i dossi

  al su`, mi di`, e se vuo’ ch’io t’impetri

  cosa di la` ond’ io vivendo mossi>>.

Ed elli a me: <<Perche’ i nostri diretri

  rivolga il cielo a se’, saprai; ma prima

  scias quod ego fui successor Petri.

Intra Siiestri e Chiaveri s’adima

  una fiumana bella, e del suo nome

  lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e` poco piu` prova’ io come

  pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

  che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversiione, ome`!, fu tarda;

  ma, come fatto fui roman pastore,

  cosi` scopersi la vita bugiarda.

Vidi che li` non s’acquetava il core,

  ne’ piu` salir potiesi in quella vita;

  er che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita

  da Dio anima fui, del tutto avara;

  or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara

  in purgazion de l’anime converse;

  e nulla pena il monte ha piu` amara.

Si` come l’occhio nostro non s’aderse

  in alto, fisso a le cose terrene,

  cosi` giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene

  lo nostro amore, onde operar perdesi,

  cosi` giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi;

  e quanto fia piacer del giusto Sire,

  tanto staremo immobili e distesi>>.

Io m’era inginocchiato e volea dire;

  ma com’ io cominciai ed el s’accorse,

  solo ascoltando, del mio reverire,

<<Qual cagion>>, disse, <<in giu` cosi` ti torse?>>.

  E io a lui: <<Per vostra dignitate

  mia cosciienza dritto mi rimorse>>.

<<Drizza le gambe, levati su`, frate!>>,

  rispuose; <<non errar: conservo sono

  teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono

  che dice ‘Neque nubent’ intendesti,

  ben puoi veder perch’io cosi` ragiono.

Vattene omai: non vo’ che piu` t’arresti;

  che’ la tua stanza mio pianger disagia,

  col qual maturo cio` che tu dicesti.

Nepote ho io di la` c’ha nome Alagia,

  buona da se’, pur che la nostra casa

  non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di la` m’e` rimasa>>.

Purgatorio: Canto XX

Contra miglior voler voler mal pugna;

  onde contra ‘l piacer mio, per piacerli,

  trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ‘l duca mio si mosse per li

  luoghi spediti pur lungo la roccia,

  come si va per muro stretto a’ merli;

che’ la gente che fonde a goccia a goccia

  per li occhi il mal che tutto ‘l mondo occupa,

  da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,

  che piu` che tutte l’altre bestie hai preda

  per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda

  le condizion di qua giu` trasmutarsi,

  quando verra` per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

  e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia

  pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ <<Dolce Maria!>>

  dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto

  come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: <<Povera fosti tanto,

  quanto veder si puo` per quello ospizio

  dove sponesti il tuo portato santo>>.

Seguentemente intesi: <<O buon Fabrizio,

  con poverta` volesti anzi virtute

  che gran ricchezza posseder con vizio>>.

Queste parole m’eran si` piaciute,

  ch’io mi trassi oltre per aver contezza

  di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza

  che fece Niccolo` a le pulcelle,

  per condurre ad onor lor giovinezza.

<<O anima che tanto ben favelle,

  dimmi chi fosti>>, dissi, <<e perche’ sola

  tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza merce’ la tua parola,

  s’io ritorno a compier lo cammin corto

  di quella vita ch’al termine vola>>.

Ed elli: <<Io ti diro`, non per conforto

  ch’io attenda di la`, ma perche’ tanta

  grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta

  che la terra cristiana tutta aduggia,

  si` che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

  potesser, tosto ne saria vendetta;

  e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta;

  di me son nati i Filippi e i Luigi

  per cui novellamente e` Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:

  quando li regi antichi venner meno

  tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno

  del governo del regno, e tanta possa

  di nuovo acquisto, e si` d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa

  la testa di mio figlio fu, dal quale

  cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale

  al sangue mio non tolse la vergogna,

  poco valea, ma pur non facea male.

Li` comincio` con forza e con menzogna

  la sua rapina; e poscia, per ammenda,

  Ponti` e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,

  vittima fe’ di Curradino; e poi

  ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,

  che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

  per far conoscer meglio e se’ e ‘ suoi.

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia

  con la qual giostro` Giuda, e quella ponta

  si` ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta

  guadagnera`, per se’ tanto piu` grave,

  quanto piu` lieve simil danno conta.

L’altro, che gia` usci` preso di nave,

  veggio vender sua figlia e patteggiarne

  come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu piu` farne,

  poscia c’ha’ il mio sangue a te si` tratto,

  che non si cura de la propria carne?

Perche’ men paia il mal futuro e ‘l fatto,

  veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

  e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

  veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele,

  e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato si` crudele,

  che cio` nol sazia, ma sanza decreto

  portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando saro` io lieto

  a veder la vendetta che, nascosa,

  fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Cio` ch’io dicea di quell’unica sposa

  de lo Spirito Santo e che ti fece

  verso me volger per alcuna chiosa,

tanto e` risposto a tutte nostre prece

  quanto ‘l di` dura; ma com’el s’annotta,

  contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalion allotta,

  cui traditore e ladro e paricida

  fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida,

  che segui` a la sua dimanda gorda,

  per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acan ciascun poi si ricorda,

  come furo` le spoglie, si` che l’ira

  di Iosue` qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;

  lodiam i calci ch’ebbe Eliodoro;

  e in infamia tutto ‘l monte gira

Polinestor ch’ancise Polidoro;

  ultimamente ci si grida: “Crasso,

  dilci, che ‘l sai: di che sapore e` l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,

  secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona

  ora a maggiore e ora a minor passo:

pero` al ben che ‘l di` ci si ragiona,

  dianzi non era io sol; ma qui da presso

  non alzava la voce altra persona>>.

Noi eravam partiti gia` da esso,

  e brigavam di soverchiar la strada

  tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’io senti’, come cosa che cada,

  tremar lo monte; onde mi prese un gelo

  qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo si` forte Delo,

  pria che Latona in lei facesse ‘l nido

  a parturir li due occhi del cielo.

Poi comincio` da tutte parti un grido

  tal, che ‘l maestro inverso me si feo,

  dicendo: <<Non dubbiar, mentr’io ti guido>>.

‘Gloria in excelsis’ tutti ‘Deo’

  dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,

  onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi

  come i pastor che prima udir quel canto,

  fin che ‘l tremar cesso` ed el compiesi.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,

  guardando l’ombre che giacean per terra,

  tornate gia` in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra

  mi fe’ desideroso di sapere,

  se la memoria mia in cio` non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;

  ne’ per la fretta dimandare er’oso,

  ne’ per me li` potea cosa vedere:

cosi` m’andava timido e pensoso.

Purgatorio: Canto XXI

a sete natural che mai non sazia

  se non con l’acqua onde la femminetta

  samaritana domando` la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta

  per la ‘mpacciata via dietro al mio duca,

  e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, si` come ne scrive Luca

  che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,

  gia` surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venia,

  dal pie` guardando la turba che giace;

  ne’ ci addemmo di lei, si` parlo` pria,

dicendo; <<O frati miei, Dio vi dea pace>>.

  Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio

  rendeli ‘l cenno ch’a cio` si conface.

Poi comincio`: <<Nel beato concilio

  ti ponga in pace la verace corte

  che me rilega ne l’etterno essilio>>.

<<Come!>>, diss’elli, e parte andavam forte:

  <<se voi siete ombre che Dio su` non degni,

  chi v’ha per la sua scala tanto scorte?>>.

E ‘l dottor mio: <<Se tu riguardi a’ segni

  che questi porta e che l’angel profila,

  ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perche’ lei che di` e notte fila

  non li avea tratta ancora la conocchia

  che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’e` tua e mia serocchia,

  venendo su`, non potea venir sola,

  pero` ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola

  d’inferno per mostrarli, e mosterrolli

  oltre, quanto ‘l potra` menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perche’ tai crolli

  die` dianzi ‘l monte, e perche’ tutto ad una

  parve gridare infino a’ suoi pie` molli>>.

Si` mi die`, dimandando, per la cruna

  del mio disio, che pur con la speranza

  si fece la mia sete men digiuna.

Quei comincio`: <<Cosa non e` che sanza

  ordine senta la religione

  de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero e` qui da ogne alterazione:

  di quel che ‘l ciel da se’ in se’ riceve

  esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,

  non rugiada, non brina piu` su` cade

  che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion ne’ rade,

  ne’ coruscar, ne’ figlia di Taumante,

  che di la` cangia sovente contrade;

secco vapor non surge piu` avante

  ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,

  dov’ha ‘l vicario di Pietro le piante.

Trema forse piu` giu` poco o assai;

  ma per vento che ‘n terra si nasconda,

  non so come, qua su` non tremo` mai.

Tremaci quando alcuna anima monda

  sentesi, si` che surga o che si mova

  per salir su`; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,

  che, tutto libero a mutar convento,

  l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento

  che divina giustizia, contra voglia,

  come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia

  cinquecent’anni e piu`, pur mo sentii

  libera volonta` di miglior soglia:

pero` sentisti il tremoto e li pii

  spiriti per lo monte render lode

  a quel Segnor, che tosto su` li ‘nvii>>.

Cosi` ne disse; e pero` ch’el si gode

  tanto del ber quant’e` grande la sete.

  non saprei dir quant’el mi fece prode.

E ‘l savio duca: <<Omai veggio la rete

  che qui v’impiglia e come si scalappia,

  perche’ ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,

  e perche’ tanti secoli giaciuto

  qui se’, ne le parole tue mi cappia>>.

<<Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto

  del sommo rege, vendico` le fora

  ond’usci` ‘l sangue per Giuda venduto,

col nome che piu` dura e piu` onora

  era io di la`>>, rispuose quello spirto,

  <<famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,

  che, tolosano, a se’ mi trasse Roma,

  dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di la` mi noma:

  cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

  ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

  che mi scaldar, de la divina fiamma

  onde sono allumati piu` di mille;

de l’Eneida dico, la qual mamma

  fummi e fummi nutrice poetando:

  sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di la` quando

  visse Virgilio, assentirei un sole

  piu` che non deggio al mio uscir di bando>>.

Volser Virgilio a me queste parole

  con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;

  ma non puo` tutto la virtu` che vuole;

che’ riso e pianto son tanto seguaci

  a la passion di che ciascun si spicca,

  che men seguon voler ne’ piu` veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;

  per che l’ombra si tacque, e riguardommi

  ne li occhi ove ‘l sembiante piu` si ficca;

e <<Se tanto labore in bene assommi>>,

  disse, <<perche’ la tua faccia testeso

  un lampeggiar di riso dimostrommi?>>.

Or son io d’una parte e d’altra preso:

  l’una mi fa tacer, l’altra scongiura

  ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e <<Non aver paura>>,

  mi dice, <<di parlar; ma parla e digli

  quel ch’e’ dimanda con cotanta cura>>.

Ond’io: <<Forse che tu ti maravigli,

  antico spirto, del rider ch’io fei;

  ma piu` d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,

  e` quel Virgilio dal qual tu togliesti

  forza a cantar de li uomini e d’i dei.

Se cagion altra al mio rider credesti,

  lasciala per non vera, ed esser credi

  quelle parole che di lui dicesti>>.

Gia` s’inchinava ad abbracciar li piedi

  al mio dottor, ma el li disse: <<Frate,

  non far, che’ tu se’ ombra e ombra vedi>>.

Ed ei surgendo: <<Or puoi la quantitate

  comprender de l’amor ch’a te mi scalda,

  quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda>>.

Purgatorio: Canto XXII

Gia` era l’angel dietro a noi rimaso,

  l’angel che n’avea volti al sesto giro,

  avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro

  detto n’avea beati, e le sue voci

  con ‘sitiunt’, sanz’altro, cio` forniro.

E io piu` lieve che per l’altre foci

  m’andava, si` che sanz’alcun labore

  seguiva in su` li spiriti veloci;

quando Virgilio incomincio`: <<Amore,

  acceso di virtu`, sempre altro accese,

  pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese

  nel limbo de lo ‘nferno Giovenale,

  che la tua affezion mi fe’ palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale

  piu` strinse mai di non vista persona,

  si` ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona

  se troppa sicurta` m’allarga il freno,

  e come amico omai meco ragiona:

come pote’ trovar dentro al tuo seno

  loco avarizia, tra cotanto senno

  di quanto per tua cura fosti pieno?>>.

Queste parole Stazio mover fenno

  un poco a riso pria; poscia rispuose:

  <<Ogne tuo dir d’amor m’e` caro cenno.

Veramente piu` volte appaion cose

  che danno a dubitar falsa matera

  per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera

  esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,

  forse per quella cerchia dov’io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita

  troppo da me, e questa dismisura

  migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,

  quand’io intesi la` dove tu chiame,

  crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame

  de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,

  voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali

  potean le mani a spendere, e pente’mi

  cosi` di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi

  per ignoranza, che di questa pecca

  toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca

  per dritta opposizione alcun peccato,

  con esso insieme qui suo verde secca;

pero`, s’io son tra quella gente stato

  che piange l’avarizia, per purgarmi,

  per lo contrario suo m’e` incontrato>>.

<<Or quando tu cantasti le crude armi

  de la doppia trestizia di Giocasta>>,

  disse ‘l cantor de’ buccolici carmi,

<<per quello che Clio` teco li` tasta,

  non par che ti facesse ancor fedele

  la fede, sanza qual ben far non basta.

Se cosi` e`, qual sole o quai candele

  ti stenebraron si`, che tu drizzasti

  poscia di retro al pescator le vele?>>.

Ed elli a lui: <<Tu prima m’inviasti

  verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

  e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

  che porta il lume dietro e se’ non giova,

  ma dopo se’ fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova;

  torna giustizia e primo tempo umano,

  e progenie scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:

  ma perche’ veggi mei cio` ch’io disegno,

  a colorare stendero` la mano:

Gia` era ‘l mondo tutto quanto pregno

  de la vera credenza, seminata

  per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata

  si consonava a’ nuovi predicanti;

  ond’io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,

  che, quando Domizian li perseguette,

  sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di la` per me si stette,

  io li sovvenni, e i lor dritti costumi

  fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi

  di Tebe poetando, ebb’io battesmo;

  ma per paura chiuso cristian fu’mi,

lungamente mostrando paganesmo;

  e questa tepidezza il quarto cerchio

  cerchiar mi fe’ piu` che ‘l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio

  che m’ascondeva quanto bene io dico,

  mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’e` Terrenzio nostro antico,

  Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

  dimmi se son dannati, e in qual vico>>.

<<Costoro e Persio e io e altri assai>>,

  rispuose il duca mio, <<siam con quel Greco

  che le Muse lattar piu` ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco:

  spesse fiate ragioniam del monte

  che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’e` nosco e Antifonte,

  Simonide, Agatone e altri piue

  Greci che gia` di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue

  Antigone, Deifile e Argia,

  e Ismene si` trista come fue.

Vedeisi quella che mostro` Langia;

  evvi la figlia di Tiresia, e Teti

  e con le suore sue Deidamia>>.

Tacevansi ambedue gia` li poeti,

  di novo attenti a riguardar dintorno,

  liberi da saliri e da pareti;

e gia` le quattro ancelle eran del giorno

  rimase a dietro, e la quinta era al temo,

  drizzando pur in su` l’ardente corno,

quando il mio duca: <<Io credo ch’a lo stremo

  le destre spalle volger ne convegna,

  girando il monte come far solemo>>.

Cosi` l’usanza fu li` nostra insegna,

  e prendemmo la via con men sospetto

  per l’assentir di quell’anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto

  di retro, e ascoltava i lor sermoni,

  ch’a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

  un alber che trovammo in mezza strada,

  con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada

  di ramo in ramo, cosi` quello in giuso,

  cred’io, perche’ persona su` non vada.

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso,

  cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

  e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro;

  e una voce per entro le fronde

  grido`: <<Di questo cibo avrete caro>>.

Poi disse: <<Piu` pensava Maria onde

  fosser le nozze orrevoli e intere,

  ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,

  contente furon d’acqua; e Daniello

  dispregio` cibo e acquisto` savere.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,

  fe’ savorose con fame le ghiande,

  e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande

  che nodriro il Batista nel diserto;

  per ch’elli e` glorioso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’e` aperto>>.

Purgatorio: Canto XXIII

Mentre che li occhi per la fronda verde

  ficcava io si` come far suole

  chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo piu` che padre mi dicea: <<Figliuole,

  vienne oramai, che’ ‘l tempo che n’e` imposto

  piu` utilmente compartir si vuole>>.

Io volsi ‘l viso, e ‘l passo non men tosto,

  appresso i savi, che parlavan sie,

  che l’andar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar s’udie

  ‘Labia mea, Domine’ per modo

  tal, che diletto e doglia parturie.

<<O dolce padre, che e` quel ch’i’ odo?>>,

  comincia’ io; ed elli: <<Ombre che vanno

  forse di lor dover solvendo il nodo>>.

Si` come i peregrin pensosi fanno,

  giugnendo per cammin gente non nota,

  che si volgono ad essa e non restanno,

cosi` di retro a noi, piu` tosto mota,

  venendo e trapassando ci ammirava

  d’anime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

  palida ne la faccia, e tanto scema,

  che da l’ossa la pelle s’informava.

Non credo che cosi` a buccia strema

  Erisittone fosse fatto secco,

  per digiunar, quando piu` n’ebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco

  la gente che perde’ Ierusalemme,

  quando Maria nel figlio die` di becco!’

Parean l’occhiaie anella sanza gemme:

  chi nel viso de li uomini legge ‘omo’

  ben avria quivi conosciuta l’emme.

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo

  si` governasse, generando brama,

  e quel d’un’acqua, non sappiendo como?

Gia` era in ammirar che si` li affama,

  per la cagione ancor non manifesta

  di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa

  volse a me li occhi un’ombra e guardo` fiso;

  poi grido` forte: <<Qual grazia m’e` questa?>>.

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;

  ma ne la voce sua mi fu palese

  cio` che l’aspetto in se’ avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese

  mia conoscenza a la cangiata labbia,

  e ravvisai la faccia di Forese.

<<Deh, non contendere a l’asciutta scabbia

  che mi scolora>>, pregava, <<la pelle,

  ne’ a difetto di carne ch’io abbia;

ma dimmi il ver di te, di’ chi son quelle

  due anime che la` ti fanno scorta;

  non rimaner che tu non mi favelle!>>.

<<La faccia tua, ch’io lagrimai gia` morta,

  mi da` di pianger mo non minor doglia>>,

  rispuos’io lui, <<veggendola si` torta.

Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia;

  non mi far dir mentr’io mi maraviglio,

  che’ mal puo` dir chi e` pien d’altra voglia>>.

Ed elli a me: <<De l’etterno consiglio

  cade vertu` ne l’acqua e ne la pianta

  rimasa dietro ond’io si` m’assottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta

  per seguitar la gola oltra misura,

  in fame e ‘n sete qui si rifa` santa.

Di bere e di mangiar n’accende cura

  l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo

  che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo

  girando, si rinfresca nostra pena:

  io dico pena, e dovria dir sollazzo,

che’ quella voglia a li alberi ci mena

  che meno` Cristo lieto a dire ‘Eli`’,

  quando ne libero` con la sua vena>>.

E io a lui: <<Forese, da quel di`

  nel qual mutasti mondo a miglior vita,

  cinq’anni non son volti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita

  di peccar piu`, che sovvenisse l’ora

  del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,

come se’ tu qua su` venuto ancora?

  Io ti credea trovar la` giu` di sotto

  dove tempo per tempo si ristora>>.

Ond’elli a me: <<Si` tosto m’ha condotto

  a ber lo dolce assenzo d’i martiri

  la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri

  tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,

  e liberato m’ha de li altri giri.

Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta

  la vedovella mia, che molto amai,

  quanto in bene operare e` piu` soletta;

che’ la Barbagia di Sardigna assai

  ne le femmine sue piu` e` pudica

  che la Barbagia dov’io la lasciai.

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?

  Tempo futuro m’e` gia` nel cospetto,

  cui non sara` quest’ora molto antica,

nel qual sara` in pergamo interdetto

  a le sfacciate donne fiorentine

  l’andar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine,

  cui bisognasse, per farle ir coperte,

  o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe

  di quel che ‘l ciel veloce loro ammanna,

  gia` per urlare avrian le bocche aperte;

che’ se l’antiveder qui non m’inganna,

  prima fien triste che le guance impeli

  colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi!

  vedi che non pur io, ma questa gente

  tutta rimira la` dove ‘l sol veli>>.

Per ch’io a lui: <<Se tu riduci a mente

  qual fosti meco, e qual io teco fui,

  ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui

  che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda

  vi si mostro` la suora di colui>>,

e ‘l sol mostrai; <<costui per la profonda

  notte menato m’ha d’i veri morti

  con questa vera carne che ‘l seconda.

Indi m’han tratto su` li suoi conforti,

  salendo e rigirando la montagna

  che drizza voi che ‘l mondo fece torti.

Tanto dice di farmi sua compagna,

  che io saro` la` dove fia Beatrice;

  quivi convien che sanza lui rimagna.

Virgilio e` questi che cosi` mi dice>>,

  e addita’lo; <<e quest’altro e` quell’ombra

  per cui scosse dianzi ogne pendice

lo vostro regno, che da se’ lo sgombra>>.

Purgatorio: Canto XXIV

Ne’ ‘l dir l’andar, ne’ l’andar lui piu` lento

  facea, ma ragionando andavam forte,

  si` come nave pinta da buon vento;

e l’ombre, che parean cose rimorte,

  per le fosse de li occhi ammirazione

  traean di me, di mio vivere accorte.

E io, continuando al mio sermone,

  dissi: <<Ella sen va su` forse piu` tarda

  che non farebbe, per altrui cagione.

Ma dimmi, se tu sai, dov’e` Piccarda;

  dimmi s’io veggio da notar persona

  tra questa gente che si` mi riguarda>>.

<<La mia sorella, che tra bella e buona

  non so qual fosse piu`, triunfa lieta

  ne l’alto Olimpo gia` di sua corona>>.

Si` disse prima; e poi: <<Qui non si vieta

  di nominar ciascun, da ch’e` si` munta

  nostra sembianza via per la dieta.

Questi>>, e mostro` col dito, <<e` Bonagiunta,

  Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

  di la` da lui piu` che l’altre trapunta

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

  dal Torso fu, e purga per digiuno

  l’anguille di Bolsena e la vernaccia>>.

Molti altri mi nomo` ad uno ad uno;

  e del nomar parean tutti contenti,

  si` ch’io pero` non vidi un atto bruno.

Vidi per fame a voto usar li denti

  Ubaldin da la Pila e Bonifazio

  che pasturo` col rocco molte genti.

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio

  gia` di bere a Forli` con men secchezza,

  e si` fu tal, che non si senti` sazio.

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza

  piu` d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,

  che piu` parea di me aver contezza.

El mormorava; e non so che <<Gentucca>>

  sentiv’io la`, ov’el sentia la piaga

  de la giustizia che si` li pilucca.

<<O anima>>, diss’io, <<che par si` vaga

  di parlar meco, fa si` ch’io t’intenda,

  e te e me col tuo parlare appaga>>.

<<Femmina e` nata, e non porta ancor benda>>,

  comincio` el, <<che ti fara` piacere

  la mia citta`, come ch’om la riprenda.

Tu te n’andrai con questo antivedere:

  se nel mio mormorar prendesti errore,

  dichiareranti ancor le cose vere.

Ma di` s’i’ veggio qui colui che fore

  trasse le nove rime, cominciando

  ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’>>.

E io a lui: <<I’ mi son un che, quando

  Amor mi spira, noto, e a quel modo

  ch’e’ ditta dentro vo significando>>.

<<O frate, issa vegg’io>>, diss’elli, <<il nodo

  che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne

  di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

Io veggio ben come le vostre penne

  di retro al dittator sen vanno strette,

  che de le nostre certo non avvenne;

e qual piu` a gradire oltre si mette,

  non vede piu` da l’uno a l’altro stilo>>;

  e, quasi contentato, si tacette.

Come li augei che vernan lungo ‘l Nilo,

  alcuna volta in aere fanno schiera,

  poi volan piu` a fretta e vanno in filo,

cosi` tutta la gente che li` era,

  volgendo ‘l viso, raffretto` suo passo,

  e per magrezza e per voler leggera.

E come l’uom che di trottare e` lasso,

  lascia andar li compagni, e si` passeggia

  fin che si sfoghi l’affollar del casso,

si` lascio` trapassar la santa greggia

  Forese, e dietro meco sen veniva,

  dicendo: <<Quando fia ch’io ti riveggia?>>.

<<Non so>>, rispuos’io lui, <<quant’io mi viva;

  ma gia` non fia il tornar mio tantosto,

  ch’io non sia col voler prima a la riva;

pero` che ‘l loco u’ fui a viver posto,

  di giorno in giorno piu` di ben si spolpa,

  e a trista ruina par disposto>>.

<<Or va>>, diss’el; <<che quei che piu` n’ha colpa,

  vegg’io a coda d’una bestia tratto

  inver’ la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va piu` ratto,

  crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,

  e lascia il corpo vilmente disfatto.

Non hanno molto a volger quelle ruote>>,

  e drizzo` li ochi al ciel, <<che ti fia chiaro

  cio` che ‘l mio dir piu` dichiarar non puote.

Tu ti rimani omai; che’ ‘l tempo e` caro

  in questo regno, si` ch’io perdo troppo

  venendo teco si` a paro a paro>>.

Qual esce alcuna volta di gualoppo

  lo cavalier di schiera che cavalchi,

  e va per farsi onor del primo intoppo,

tal si parti` da noi con maggior valchi;

  e io rimasi in via con esso i due

  che fuor del mondo si` gran marescalchi.

E quando innanzi a noi intrato fue,

  che li occhi miei si fero a lui seguaci,

  come la mente a le parole sue,

parvermi i rami gravidi e vivaci

  d’un altro pomo, e non molto lontani

  per esser pur allora volto in laci.

Vidi gente sott’esso alzar le mani

  e gridar non so che verso le fronde,

  quasi bramosi fantolini e vani,

che pregano, e ‘l pregato non risponde,

  ma, per fare esser ben la voglia acuta,

  tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si parti` si` come ricreduta;

  e noi venimmo al grande arbore adesso,

  che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

<<Trapassate oltre sanza farvi presso:

  legno e` piu` su` che fu morso da Eva,

  e questa pianta si levo` da esso>>.

Si` tra le frasche non so chi diceva;

  per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,

  oltre andavam dal lato che si leva.

<<Ricordivi>>, dicea, <<d’i maladetti

  nei nuvoli formati, che, satolli,

  Teseo combatter co’ doppi petti;

e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,

  per che no i volle Gedeon compagni,

  quando inver’ Madian discese i colli>>.

Si` accostati a l’un d’i due vivagni

  passammo, udendo colpe de la gola

  seguite gia` da miseri guadagni.

Poi, rallargati per la strada sola,

  ben mille passi e piu` ci portar oltre,

  contemplando ciascun sanza parola.

<<Che andate pensando si` voi sol tre?>>.

  subita voce disse; ond’io mi scossi

  come fan bestie spaventate e poltre.

Drizzai la testa per veder chi fossi;

  e gia` mai non si videro in fornace

  vetri o metalli si` lucenti e rossi,

com’io vidi un che dicea: <<S’a voi piace

  montare in su`, qui si convien dar volta;

  quinci si va chi vuole andar per pace>>.

L’aspetto suo m’avea la vista tolta;

  per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,

  com’om che va secondo ch’elli ascolta.

E quale, annunziatrice de li albori,

  l’aura di maggio movesi e olezza,

  tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;

tal mi senti’ un vento dar per mezza

  la fronte, e ben senti’ mover la piuma,

  che fe’ sentir d’ambrosia l’orezza.

E senti’ dir: <<Beati cui alluma

  tanto di grazia, che l’amor del gusto

  nel petto lor troppo disir non fuma,

esuriendo sempre quanto e` giusto!>>.

Purgatorio: Canto XXV

Ora era onde ‘l salir non volea storpio;

  che’ ‘l sole avea il cerchio di merigge

  lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

per che, come fa l’uom che non s’affigge

  ma vassi a la via sua, che che li appaia,

  se di bisogno stimolo il trafigge,

cosi` intrammo noi per la callaia,

  uno innanzi altro prendendo la scala

  che per artezza i salitor dispaia.

E quale il cicognin che leva l’ala

  per voglia di volare, e non s’attenta

  d’abbandonar lo nido, e giu` la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta

  di dimandar, venendo infino a l’atto

  che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

Non lascio`, per l’andar che fosse ratto,

  lo dolce padre mio, ma disse: <<Scocca

  l’arco del dir, che ‘nfino al ferro hai tratto>>.

Allor sicuramente apri’ la bocca

  e cominciai: <<Come si puo` far magro

  la` dove l’uopo di nodrir non tocca?>>.

<<Se t’ammentassi come Meleagro

  si consumo` al consumar d’un stizzo,

  non fora>>, disse, <<a te questo si` agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo,

  guizza dentro a lo specchio vostra image,

  cio` che par duro ti parrebbe vizzo.

Ma perche’ dentro a tuo voler t’adage,

  ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

  che sia or sanator de le tue piage>>.

<<Se la veduta etterna li dislego>>,

  rispuose Stazio, <<la` dove tu sie,

  discolpi me non potert’io far nego>>.

Poi comincio`: <<Se le parole mie,

  figlio, la mente tua guarda e riceve,

  lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve

  da l’assetate vene, e si rimane

  quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane

  virtute informativa, come quello

  ch’a farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov’e` piu` bello

  tacer che dire; e quindi poscia geme

  sovr’altrui sangue in natural vasello.

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,

  l’un disposto a patire, e l’altro a fare

  per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare

  coagulando prima, e poi avviva

  cio` che per sua matera fe’ constare.

Anima fatta la virtute attiva

  qual d’una pianta, in tanto differente,

  che questa e` in via e quella e` gia` a riva,

tanto ovra poi, che gia` si move e sente,

  come spungo marino; e indi imprende

  ad organar le posse ond’e` semente.

Or si spiega, figliuolo, or si distende

  la virtu` ch’e` dal cor del generante,

  dove natura a tutte membra intende.

Ma come d’animal divegna fante,

  non vedi tu ancor: quest’e` tal punto,

  che piu` savio di te fe’ gia` errante,

si` che per sua dottrina fe’ disgiunto

  da l’anima il possibile intelletto,

  perche’ da lui non vide organo assunto.

Apri a la verita` che viene il petto;

  e sappi che, si` tosto come al feto

  l’articular del cerebro e` perfetto,

lo motor primo a lui si volge lieto

  sovra tant’arte di natura, e spira

  spirito novo, di vertu` repleto,

che cio` che trova attivo quivi, tira

  in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,

  che vive e sente e se’ in se’ rigira.

E perche’ meno ammiri la parola,

  guarda il calor del sole che si fa vino,

  giunto a l’omor che de la vite cola.

Quando Lachesis non ha piu` del lino,

  solvesi da la carne, e in virtute

  ne porta seco e l’umano e ‘l divino:

l’altre potenze tutte quante mute;

  memoria, intelligenza e volontade

  in atto molto piu` che prima agute.

Sanza restarsi per se’ stessa cade

  mirabilmente a l’una de le rive;

  quivi conosce prima le sue strade.

Tosto che loco li` la circunscrive,

  la virtu` formativa raggia intorno

  cosi` e quanto ne le membra vive.

E come l’aere, quand’e` ben piorno,

  per l’altrui raggio che ‘n se’ si reflette,

  di diversi color diventa addorno;

cosi` l’aere vicin quivi si mette

  in quella forma ch’e` in lui suggella

  virtualmente l’alma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella

  che segue il foco la` ‘vunque si muta,

  segue lo spirto sua forma novella.

Pero` che quindi ha poscia sua paruta,

  e` chiamata ombra; e quindi organa poi

  ciascun sentire infino a la veduta.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

  quindi facciam le lagrime e ‘ sospiri

  che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affiggono i disiri

  e li altri affetti, l’ombra si figura;

  e quest’e` la cagion di che tu miri>>.

E gia` venuto a l’ultima tortura

  s’era per noi, e volto a la man destra,

  ed eravamo attenti ad altra cura.

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

  e la cornice spira fiato in suso

  che la reflette e via da lei sequestra;

ond’ir ne convenia dal lato schiuso

  ad uno ad uno; e io temea ‘l foco

  quinci, e quindi temeva cader giuso.

Lo duca mio dicea: <<Per questo loco

  si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

  pero` ch’errar potrebbesi per poco>>.

‘Summae Deus clementiae’ nel seno

  al grande ardore allora udi’ cantando,

  che di volger mi fe’ caler non meno;

e vidi spirti per la fiamma andando;

  per ch’io guardava a loro e a’ miei passi

  compartendo la vista a quando a quando.

Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,

  gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;

  indi ricominciavan l’inno bassi.

Finitolo, anco gridavano: <<Al bosco

  si tenne Diana, ed Elice caccionne

  che di Venere avea sentito il tosco>>.

Indi al cantar tornavano; indi donne

  gridavano e mariti che fuor casti

  come virtute e matrimonio imponne.

E questo modo credo che lor basti

  per tutto il tempo che ‘l foco li abbruscia:

  con tal cura conviene e con tai pasti

che la piaga da sezzo si ricuscia.

Purgatorio: Canto XXVI

Mentre che si` per l’orlo, uno innanzi altro,

  ce n’andavamo, e spesso il buon maestro

  diceami: <<Guarda: giovi ch’io ti scaltro>>;

feriami il sole in su l’omero destro,

  che gia`, raggiando, tutto l’occidente

  mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra piu` rovente

  parer la fiamma; e pur a tanto indizio

  vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio

  loro a parlar di me; e cominciarsi

  a dir: <<Colui non par corpo fittizio>>;

poi verso me, quanto potean farsi,

  certi si fero, sempre con riguardo

  di non uscir dove non fosser arsi.

<<O tu che vai, non per esser piu` tardo,

  ma forse reverente, a li altri dopo,

  rispondi a me che ‘n sete e ‘n foco ardo.

Ne’ solo a me la tua risposta e` uopo;

  che’ tutti questi n’hanno maggior sete

  che d’acqua fredda Indo o Etiopo.

Dinne com’e` che fai di te parete

  al sol, pur come tu non fossi ancora

  di morte intrato dentro da la rete>>.

Si` mi parlava un d’essi; e io mi fora

  gia` manifesto, s’io non fossi atteso

  ad altra novita` ch’apparve allora;

che’ per lo mezzo del cammino acceso

  venne gente col viso incontro a questa,

  la qual mi fece a rimirar sospeso.

Li` veggio d’ogne parte farsi presta

  ciascun’ombra e basciarsi una con una

  sanza restar, contente a brieve festa;

cosi` per entro loro schiera bruna

  s’ammusa l’una con l’altra formica,

  forse a spiar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,

  prima che ‘l primo passo li` trascorra,

  sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: <<Soddoma e Gomorra>>;

  e l’altra: <<Ne la vacca entra Pasife,

  perche’ ‘l torello a sua lussuria corra>>.

Poi, come grue ch’a le montagne Rife

  volasser parte, e parte inver’ l’arene,

  queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;

  e tornan, lagrimando, a’ primi canti

  e al gridar che piu` lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,

  essi medesmi che m’avean pregato,

  attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,

  incominciai: <<O anime sicure

  d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe ne’ mature

  le membra mie di la`, ma son qui meco

  col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci su` vo per non esser piu` cieco;

  donna e` di sopra che m’acquista grazia,

  per che ‘l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia

  tosto divegna, si` che ‘l ciel v’alberghi

  ch’e` pien d’amore e piu` ampio si spazia,

ditemi, accio` ch’ancor carte ne verghi,

  chi siete voi, e chi e` quella turba

  che se ne va di retro a’ vostri terghi>>.

Non altrimenti stupido si turba

  lo montanaro, e rimirando ammuta,

  quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;

  ma poi che furon di stupore scarche,

  lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

<<Beato te, che de le nostre marche>>,

  ricomincio` colei che pria m’inchiese,

  <<per morir meglio, esperienza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese

  di cio` per che gia` Cesar, triunfando,

  “Regina” contra se’ chiamar s’intese:

pero` si parton ‘Soddoma’ gridando,

  rimproverando a se’, com’hai udito,

  e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;

  ma perche’ non servammo umana legge,

  seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

  quando partinci, il nome di colei

  che s’imbestio` ne le ‘mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

  se forse a nome vuo’ saper chi semo,

  tempo non e` di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

  son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo

  per ben dolermi prima ch’a lo stremo>>.

Quali ne la tristizia di Ligurgo

  si fer due figli a riveder la madre,

  tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar se’ stesso il padre

  mio e de li altri miei miglior che mai

  rime d’amore usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

  lunga fiata rimirando lui,

  ne’, per lo foco, in la` piu` m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

  tutto m’offersi pronto al suo servigio

  con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: <<Tu lasci tal vestigio,

  per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,

  che Lete’ nol puo` torre ne’ far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

  dimmi che e` cagion per che dimostri

  nel dire e nel guardar d’avermi caro>>.

E io a lui: <<Li dolci detti vostri,

  che, quanto durera` l’uso moderno,

  faranno cari ancora i loro incostri>>.

<<O frate>>, disse, <<questi ch’io ti cerno

  col dito>>, e addito` un spirto innanzi,

  <<fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi

  soverchio` tutti; e lascia dir li stolti

  che quel di Lemosi` credon ch’avanzi.

A voce piu` ch’al ver drizzan li volti,

  e cosi` ferman sua oppinione

  prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Cosi` fer molti antichi di Guittone,

  di grido in grido pur lui dando pregio,

  fin che l’ha vinto il ver con piu` persone.

Or se tu hai si` ampio privilegio,

  che licito ti sia l’andare al chiostro

  nel quale e` Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,

  quanto bisogna a noi di questo mondo,

  dove poter peccar non e` piu` nostro>>.

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

  che presso avea, disparve per lo foco,

  come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

  e dissi ch’al suo nome il mio disire

  apparecchiava grazioso loco.

El comincio` liberamente a dire:

  <<Tan m’abellis vostre cortes deman,

  qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

  consiros vei la passada folor,

  e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

  que vos guida al som de l’escalina,

  sovenha vos a temps de ma dolor!>>.

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Purgatorio: Canto XXVII

Si` come quando i primi raggi vibra

  la` dove il suo fattor lo sangue sparse,

  cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

e l’onde in Gange da nona riarse,

  si` stava il sole; onde ‘l giorno sen giva,

  come l’angel di Dio lieto ci apparse.

Fuor de la fiamma stava in su la riva,

  e cantava ‘Beati mundo corde!’.

  in voce assai piu` che la nostra viva.

Poscia <<Piu` non si va, se pria non morde,

  anime sante, il foco: intrate in esso,

  e al cantar di la` non siate sorde>>,

ci disse come noi li fummo presso;

  per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi,

  qual e` colui che ne la fossa e` messo.

In su le man commesse mi protesi,

  guardando il foco e imaginando forte

  umani corpi gia` veduti accesi.

Volsersi verso me le buone scorte;

  e Virgilio mi disse: <<Figliuol mio,

  qui puo` esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io

  sovresso Gerion ti guidai salvo,

  che faro` ora presso piu` a Dio?

Credi per certo che se dentro a l’alvo

  di questa fiamma stessi ben mille anni,

  non ti potrebbe far d’un capel calvo.

E se tu forse credi ch’io t’inganni,

  fatti ver lei, e fatti far credenza

  con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza;

  volgiti in qua e vieni: entra sicuro!>>.

  E io pur fermo e contra coscienza.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

  turbato un poco disse: <<Or vedi, figlio:

  tra Beatrice e te e` questo muro>>.

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

  Piramo in su la morte, e riguardolla,

  allor che ‘l gelso divento` vermiglio;

cosi`, la mia durezza fatta solla,

  mi volsi al savio duca, udendo il nome

  che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond’ei crollo` la fronte e disse: <<Come!

  volenci star di qua?>>; indi sorrise

  come al fanciul si fa ch’e` vinto al pome.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

  pregando Stazio che venisse retro,

  che pria per lunga strada ci divise.

Si` com’fui dentro, in un bogliente vetro

  gittato mi sarei per rinfrescarmi,

  tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro.

Lo dolce padre mio, per confortarmi,

  pur di Beatrice ragionando andava,

  dicendo: <<Li occhi suoi gia` veder parmi>>.

Guidavaci una voce che cantava

  di la`; e noi, attenti pur a lei,

  venimmo fuor la` ove si montava.

‘Venite, benedicti Patris mei’,

  sono` dentro a un lume che li` era,

  tal che mi vinse e guardar nol potei.

<<Lo sol sen va>>, soggiunse, <<e vien la sera;

  non v’arrestate, ma studiate il passo,

  mentre che l’occidente non si annera>>.

Dritta salia la via per entro ‘l sasso

  verso tal parte ch’io toglieva i raggi

  dinanzi a me del sol ch’era gia` basso.

E di pochi scaglion levammo i saggi,

  che ‘l sol corcar, per l’ombra che si spense,

  sentimmo dietro e io e li miei saggi.

E pria che ‘n tutte le sue parti immense

  fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,

  e notte avesse tutte sue dispense,

ciascun di noi d’un grado fece letto;

  che’ la natura del monte ci affranse

  la possa del salir piu` e ‘l diletto.

Quali si stanno ruminando manse

  le capre, state rapide e proterve

  sovra le cime avante che sien pranse,

tacite a l’ombra, mentre che ‘l sol ferve,

  guardate dal pastor, che ‘n su la verga

  poggiato s’e` e lor di posa serve;

e quale il mandrian che fori alberga,

  lungo il pecuglio suo queto pernotta,

  guardando perche’ fiera non lo sperga;

tali eravamo tutti e tre allotta,

  io come capra, ed ei come pastori,

  fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

Poco parer potea li` del di fori;

  ma, per quel poco, vedea io le stelle

  di lor solere e piu` chiare e maggiori.

Si` ruminando e si` mirando in quelle,

  mi prese il sonno; il sonno che sovente,

  anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle.

Ne l’ora, credo, che de l’oriente,

  prima raggio` nel monte Citerea,

  che di foco d’amor par sempre ardente,

giovane e bella in sogno mi parea

  donna vedere andar per una landa

  cogliendo fiori; e cantando dicea:

<<Sappia qualunque il mio nome dimanda

  ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno

  le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;

  ma mia suora Rachel mai non si smaga

  dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

Ell’e` d’i suoi belli occhi veder vaga

  com’io de l’addornarmi con le mani;

  lei lo vedere, e me l’ovrare appaga>>.

E gia` per li splendori antelucani,

  che tanto a’ pellegrin surgon piu` grati,

  quanto, tornando, albergan men lontani,

le tenebre fuggian da tutti lati,

  e ‘l sonno mio con esse; ond’io leva’mi,

  veggendo i gran maestri gia` levati.

<<Quel dolce pome che per tanti rami

  cercando va la cura de’ mortali,

  oggi porra` in pace le tue fami>>.

Virgilio inverso me queste cotali

  parole uso`; e mai non furo strenne

  che fosser di piacere a queste iguali.

Tanto voler sopra voler mi venne

  de l’esser su`, ch’ad ogne passo poi

  al volo mi sentia crescer le penne.

Come la scala tutta sotto noi

  fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,

  in me ficco` Virgilio li occhi suoi,

e disse: <<Il temporal foco e l’etterno

  veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

  dov’io per me piu` oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

  lo tuo piacere omai prendi per duce;

  fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce;

  vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli

  che qui la terra sol da se’ produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli

  che, lagrimando, a te venir mi fenno,

  seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir piu` ne’ mio cenno;

  libero, dritto e sano e` tuo arbitrio,

  e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio>>.

Purgatorio: Canto XXVIII

Vago gia` di cercar dentro e dintorno

  la divina foresta spessa e viva,

  ch’a li occhi temperava il novo giorno,

sanza piu` aspettar, lasciai la riva,

  prendendo la campagna lento lento

  su per lo suol che d’ogne parte auliva.

Un’aura dolce, sanza mutamento

  avere in se’, mi feria per la fronte

  non di piu` colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte

  tutte quante piegavano a la parte

  u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

non pero` dal loro esser dritto sparte

  tanto, che li augelletti per le cime

  lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime,

  cantando, ricevieno intra le foglie,

  che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie

  per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,

  quand’Eolo scilocco fuor discioglie.

Gia` m’avean trasportato i lenti passi

  dentro a la selva antica tanto, ch’io

  non potea rivedere ond’io mi ‘ntrassi;

ed ecco piu` andar mi tolse un rio,

  che ‘nver’ sinistra con sue picciole onde

  piegava l’erba che ‘n sua ripa uscio.

Tutte l’acque che son di qua piu` monde,

  parrieno avere in se’ mistura alcuna,

  verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna

  sotto l’ombra perpetua, che mai

  raggiar non lascia sole ivi ne’ luna.

Coi pie` ristretti e con li occhi passai

  di la` dal fiumicello, per mirare

  la gran variazion d’i freschi mai;

e la` m’apparve, si` com’elli appare

  subitamente cosa che disvia

  per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia

  e cantando e scegliendo fior da fiore

  ond’era pinta tutta la sua via.

<<Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore

  ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti

  che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti>>,

  diss’io a lei, <<verso questa rivera,

  tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era

  Proserpina nel tempo che perdette

  la madre lei, ed ella primavera>>.

Come si volge, con le piante strette

  a terra e intra se’, donna che balli,

  e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli

  fioretti verso me, non altrimenti

  che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti,

  si` appressando se’, che ‘l dolce suono

  veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tosto che fu la` dove l’erbe sono

  bagnate gia` da l’onde del bel fiume,

  di levar li occhi suoi mi fece dono.

Non credo che splendesse tanto lume

  sotto le ciglia a Venere, trafitta

  dal figlio fuor di tutto suo costume.

Ella ridea da l’altra riva dritta,

  trattando piu` color con le sue mani,

  che l’alta terra sanza seme gitta.

Tre passi ci facea il fiume lontani;

  ma Elesponto, la` ‘ve passo` Serse,

  ancora freno a tutti orgogli umani,

piu` odio da Leandro non sofferse

  per mareggiare intra Sesto e Abido,

  che quel da me perch’allor non s’aperse.

<<Voi siete nuovi, e forse perch’io rido>>,

  comincio` ella, <<in questo luogo eletto

  a l’umana natura per suo nido,

maravigliando tienvi alcun sospetto;

  ma luce rende il salmo Delectasti,

  che puote disnebbiar vostro intelletto.

E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,

  di` s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta

  ad ogne tua question tanto che basti>>.

<<L’acqua>>, diss’io, <<e ‘l suon de la foresta

  impugnan dentro a me novella fede

  di cosa ch’io udi’ contraria a questa>>.

Ond’ella: <<Io dicero` come procede

  per sua cagion cio` ch’ammirar ti face,

  e purghero` la nebbia che ti fiede.

Lo sommo Ben, che solo esso a se’ piace,

  fe’ l’uom buono e a bene, e questo loco

  diede per arr’a lui d’etterna pace.

Per sua difalta qui dimoro` poco;

  per sua difalta in pianto e in affanno

  cambio` onesto riso e dolce gioco.

Perche’ ‘l turbar che sotto da se’ fanno

  l’essalazion de l’acqua e de la terra,

  che quanto posson dietro al calor vanno,

a l’uomo non facesse alcuna guerra,

  questo monte salio verso ‘l ciel tanto,

  e libero n’e` d’indi ove si serra.

Or perche’ in circuito tutto quanto

  l’aere si volge con la prima volta,

  se non li e` rotto il cerchio d’alcun canto,

in questa altezza ch’e` tutta disciolta

  ne l’aere vivo, tal moto percuote,

  e fa sonar la selva perch’e` folta;

e la percossa pianta tanto puote,

  che de la sua virtute l’aura impregna,

  e quella poi, girando, intorno scuote;

e l’altra terra, secondo ch’e` degna

  per se’ e per suo ciel, concepe e figlia

  di diverse virtu` diverse legna.

Non parrebbe di la` poi maraviglia,

  udito questo, quando alcuna pianta

  sanza seme palese vi s’appiglia.

E saper dei che la campagna santa

  dove tu se’, d’ogne semenza e` piena,

  e frutto ha in se’ che di la` non si schianta.

L’acqua che vedi non surge di vena

  che ristori vapor che gel converta,

  come fiume ch’acquista e perde lena;

ma esce di fontana salda e certa,

  che tanto dal voler di Dio riprende,

  quant’ella versa da due parti aperta.

Da questa parte con virtu` discende

  che toglie altrui memoria del peccato;

  da l’altra d’ogne ben fatto la rende.

Quinci Lete`; cosi` da l’altro lato

  Eunoe` si chiama, e non adopra

  se quinci e quindi pria non e` gustato:

a tutti altri sapori esto e` di sopra.

  E avvegna ch’assai possa esser sazia

  la sete tua perch’io piu` non ti scuopra,

darotti un corollario ancor per grazia;

  ne’ credo che ‘l mio dir ti sia men caro,

  se oltre promession teco si spazia.

Quelli ch’anticamente poetaro

  l’eta` de l’oro e suo stato felice,

  forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;

  qui primavera sempre e ogne frutto;

  nettare e` questo di che ciascun dice>>.

Io mi rivolsi ‘n dietro allora tutto

  a’ miei poeti, e vidi che con riso

  udito avean l’ultimo costrutto;

poi a la bella donna torna’ il viso.

Purgatorio: Canto XXIX

Cantando come donna innamorata,

  continuo` col fin di sue parole:

  ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.

E come ninfe che si givan sole

  per le salvatiche ombre, disiando

  qual di veder, qual di fuggir lo sole,

allor si mosse contra ‘l fiume, andando

  su per la riva; e io pari di lei,

  picciol passo con picciol seguitando.

Non eran cento tra ‘ suoi passi e ‘ miei,

  quando le ripe igualmente dier volta,

  per modo ch’a levante mi rendei.

Ne’ ancor fu cosi` nostra via molta,

  quando la donna tutta a me si torse,

  dicendo: <<Frate mio, guarda e ascolta>>.

Ed ecco un lustro subito trascorse

  da tutte parti per la gran foresta,

  tal che di balenar mi mise in forse.

Ma perche’ ‘l balenar, come vien, resta,

  e quel, durando, piu` e piu` splendeva,

  nel mio pensier dicea: ‘Che cosa e` questa?’.

E una melodia dolce correva

  per l’aere luminoso; onde buon zelo

  mi fe’ riprender l’ardimento d’Eva,

che la` dove ubidia la terra e ‘l cielo,

  femmina, sola e pur teste’ formata,

  non sofferse di star sotto alcun velo;

sotto ‘l qual se divota fosse stata,

  avrei quelle ineffabili delizie

  sentite prima e piu` lunga fiata.

Mentr’io m’andava tra tante primizie

  de l’etterno piacer tutto sospeso,

  e disioso ancora a piu` letizie,

dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,

  ci si fe’ l’aere sotto i verdi rami;

  e ‘l dolce suon per canti era gia` inteso.

O sacrosante Vergini, se fami,

  freddi o vigilie mai per voi soffersi,

  cagion mi sprona ch’io merce’ vi chiami.

Or convien che Elicona per me versi,

  e Uranie m’aiuti col suo coro

  forti cose a pensar mettere in versi.

Poco piu` oltre, sette alberi d’oro

  falsava nel parere il lungo tratto

  del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

ma quand’i’ fui si` presso di lor fatto,

  che l’obietto comun, che ‘l senso inganna,

  non perdea per distanza alcun suo atto,

la virtu` ch’a ragion discorso ammanna,

  si` com’elli eran candelabri apprese,

  e ne le voci del cantare ‘Osanna’.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese

  piu` chiaro assai che luna per sereno

  di mezza notte nel suo mezzo mese.

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno

  al buon Virgilio, ed esso mi rispuose

  con vista carca di stupor non meno.

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose

  che si movieno incontr’a noi si` tardi,

  che foran vinte da novelle spose.

La donna mi sgrido`: <<Perche’ pur ardi

  si` ne l’affetto de le vive luci,

  e cio` che vien di retro a lor non guardi?>>.

Genti vid’io allor, come a lor duci,

  venire appresso, vestite di bianco;

  e tal candor di qua gia` mai non fuci.

L’acqua imprendea dal sinistro fianco,

  e rendea me la mia sinistra costa,

  s’io riguardava in lei, come specchio anco.

Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,

  che solo il fiume mi facea distante,

  per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante,

  lasciando dietro a se’ l’aere dipinto,

  e di tratti pennelli avean sembiante;

si` che li` sopra rimanea distinto

  di sette liste, tutte in quei colori

  onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

Questi ostendali in dietro eran maggiori

  che la mia vista; e, quanto a mio avviso,

  diece passi distavan quei di fori.

Sotto cosi` bel ciel com’io diviso,

  ventiquattro seniori, a due a due,

  coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: <<Benedicta tue

  ne le figlie d’Adamo, e benedette

  sieno in etterno le bellezze tue!>>.

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette

  a rimpetto di me da l’altra sponda

  libere fuor da quelle genti elette,

si` come luce luce in ciel seconda,

  vennero appresso lor quattro animali,

  coronati ciascun di verde fronda.

Ognuno era pennuto di sei ali;

  le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,

  se fosser vivi, sarebber cotali.

A descriver lor forme piu` non spargo

  rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,

  tanto ch’a questa non posso esser largo;

ma leggi Ezechiel, che li dipigne

  come li vide da la fredda parte

  venir con vento e con nube e con igne;

e quali i troverai ne le sue carte,

  tali eran quivi, salvo ch’a le penne

  Giovanni e` meco e da lui si diparte.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne

  un carro, in su due rote, triunfale,

  ch’al collo d’un grifon tirato venne.

Esso tendeva in su` l’una e l’altra ale

  tra la mezzana e le tre e tre liste,

  si` ch’a nulla, fendendo, facea male.

Tanto salivan che non eran viste;

  le membra d’oro avea quant’era uccello,

  e bianche l’altre, di vermiglio miste.

Non che Roma di carro cosi` bello

  rallegrasse Affricano, o vero Augusto,

  ma quel del Sol saria pover con ello;

quel del Sol che, sviando, fu combusto

  per l’orazion de la Terra devota,

  quando fu Giove arcanamente giusto.

Tre donne in giro da la destra rota

  venian danzando; l’una tanto rossa

  ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’era come se le carni e l’ossa

  fossero state di smeraldo fatte;

  la terza parea neve teste’ mossa;

e or parean da la bianca tratte,

  or da la rossa; e dal canto di questa

  l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

Da la sinistra quattro facean festa,

  in porpore vestite, dietro al modo

  d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

Appresso tutto il pertrattato nodo

  vidi due vecchi in abito dispari,

  ma pari in atto e onesto e sodo.

L’un si mostrava alcun de’ famigliari

  di quel sommo Ipocrate che natura

  a li animali fe’ ch’ell’ha piu` cari;

mostrava l’altro la contraria cura

  con una spada lucida e aguta,

  tal che di qua dal rio mi fe’ paura.

Poi vidi quattro in umile paruta;

  e di retro da tutti un vecchio solo

  venir, dormendo, con la faccia arguta.

E questi sette col primaio stuolo

  erano abituati, ma di gigli

  dintorno al capo non facean brolo,

anzi di rose e d’altri fior vermigli;

  giurato avria poco lontano aspetto

  che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

E quando il carro a me fu a rimpetto,

  un tuon s’udi`, e quelle genti degne

  parvero aver l’andar piu` interdetto,

fermandosi ivi con le prime insegne.

Purgatorio: Canto XXX

Quando il settentrion del primo cielo,

  che ne’ occaso mai seppe ne’ orto

  ne’ d’altra nebbia che di colpa velo,

e che faceva li` ciascun accorto

  di suo dover, come ‘l piu` basso face

  qual temon gira per venire a porto,

fermo s’affisse: la gente verace,

  venuta prima tra ‘l grifone ed esso,

  al carro volse se’ come a sua pace;

e un di loro, quasi da ciel messo,

  ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando

  grido` tre volte, e tutti li altri appresso.

Quali i beati al novissimo bando

  surgeran presti ognun di sua caverna,

  la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna

  si levar cento, ad vocem tanti senis,

  ministri e messaggier di vita etterna.

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,

  e fior gittando e di sopra e dintorno,

  ‘Manibus, oh, date lilia plenis!’.

Io vidi gia` nel cominciar del giorno

  la parte oriental tutta rosata,

  e l’altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata,

  si` che per temperanza di vapori

  l’occhio la sostenea lunga fiata:

cosi` dentro una nuvola di fiori

  che da le mani angeliche saliva

  e ricadeva in giu` dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva

  donna m’apparve, sotto verde manto

  vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che gia` cotanto

  tempo era stato ch’a la sua presenza

  non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver piu` conoscenza,

  per occulta virtu` che da lei mosse,

  d’antico amor senti` la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse

  l’alta virtu` che gia` m’avea trafitto

  prima ch’io fuor di puerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto

  col quale il fantolin corre a la mamma

  quando ha paura o quando elli e` afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma

  di sangue m’e` rimaso che non tremi:

  conosco i segni de l’antica fiamma’.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

  di se’, Virgilio dolcissimo patre,

  Virgilio a cui per mia salute die’mi;

ne’ quantunque perdeo l’antica matre,

  valse a le guance nette di rugiada,

  che, lagrimando, non tornasser atre.

<<Dante, perche’ Virgilio se ne vada,

  non pianger anco, non pianger ancora;

  che’ pianger ti conven per altra spada>>.

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

  viene a veder la gente che ministra

  per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra,

  quando mi volsi al suon del nome mio,

  che di necessita` qui si registra,

vidi la donna che pria m’appario

  velata sotto l’angelica festa,

  drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

Tutto che ‘l vel che le scendea di testa,

  cerchiato de le fronde di Minerva,

  non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l’atto ancor proterva

  continuo` come colui che dice

  e ‘l piu` caldo parlar dietro reserva:

<<Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

  Come degnasti d’accedere al monte?

  non sapei tu che qui e` l’uom felice?>>.

Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte;

  ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

  tanta vergogna mi gravo` la fronte.

Cosi` la madre al figlio par superba,

  com’ella parve a me; perche’ d’amaro

  sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro

  di subito ‘In te, Domine, speravi’;

  ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

Si` come neve tra le vive travi

  per lo dosso d’Italia si congela,

  soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in se’ stessa trapela,

  pur che la terra che perde ombra spiri,

  si` che par foco fonder la candela;

cosi` fui sanza lagrime e sospiri

  anzi ‘l cantar di quei che notan sempre

  dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che ‘ntesi ne le dolci tempre

  lor compatire a me, par che se detto

  avesser: ‘Donna, perche’ si` lo stempre?’,

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,

  spirito e acqua fessi, e con angoscia

  de la bocca e de li occhi usci` del petto.

Ella, pur ferma in su la detta coscia

  del carro stando, a le sustanze pie

  volse le sue parole cosi` poscia:

<<Voi vigilate ne l’etterno die,

  si` che notte ne’ sonno a voi non fura

  passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta e` con piu` cura

  che m’intenda colui che di la` piagne,

  perche’ sia colpa e duol d’una misura.

Non pur per ovra de le rote magne,

  che drizzan ciascun seme ad alcun fine

  secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,

  che si` alti vapori hanno a lor piova,

  che nostre viste la` non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova

  virtualmente, ch’ogne abito destro

  fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro

  si fa ‘l terren col mal seme e non colto,

  quant’elli ha piu` di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:

  mostrando li occhi giovanetti a lui,

  meco il menava in dritta parte volto.

Si` tosto come in su la soglia fui

  di mia seconda etade e mutai vita,

  questi si tolse a me, e diessi altrui.

Quando di carne a spirto era salita

  e bellezza e virtu` cresciuta m’era,

  fu’ io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,

  imagini di ben seguendo false,

  che nulla promession rendono intera.

Ne’ l’impetrare ispirazion mi valse,

  con le quali e in sogno e altrimenti

  lo rivocai; si` poco a lui ne calse!

Tanto giu` cadde, che tutti argomenti

  a la salute sua eran gia` corti,

  fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l’uscio d’i morti

  e a colui che l’ha qua su` condotto,

  li prieghi miei, piangendo, furon porti.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,

  se Lete’ si passasse e tal vivanda

  fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda>>.

Purgatorio: Canto XXXI

<<O tu che se’ di la` dal fiume sacro>>,

  volgendo suo parlare a me per punta,

  che pur per taglio m’era paruto acro,

ricomincio`, seguendo sanza cunta,

  <<di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa

  tua confession conviene esser congiunta>>.

Era la mia virtu` tanto confusa,

  che la voce si mosse, e pria si spense

  che da li organi suoi fosse dischiusa.

Poco sofferse; poi disse: <<Che pense?

  Rispondi a me; che’ le memorie triste

  in te non sono ancor da l’acqua offense>>.

Confusione e paura insieme miste

  mi pinsero un tal <<si`>> fuor de la bocca,

  al quale intender fuor mestier le viste.

Come balestro frange, quando scocca

  da troppa tesa la sua corda e l’arco,

  e con men foga l’asta il segno tocca,

si` scoppia’ io sottesso grave carco,

  fuori sgorgando lagrime e sospiri,

  e la voce allento` per lo suo varco.

Ond’ella a me: <<Per entro i mie’ disiri,

  che ti menavano ad amar lo bene

  di la` dal qual non e` a che s’aspiri,

quai fossi attraversati o quai catene

  trovasti, per che del passare innanzi

  dovessiti cosi` spogliar la spene?

E quali agevolezze o quali avanzi

  ne la fronte de li altri si mostraro,

  per che dovessi lor passeggiare anzi?>>.

Dopo la tratta d’un sospiro amaro,

  a pena ebbi la voce che rispuose,

  e le labbra a fatica la formaro.

Piangendo dissi: <<Le presenti cose

  col falso lor piacer volser miei passi,

  tosto che ‘l vostro viso si nascose>>.

Ed ella: <<Se tacessi o se negassi

  cio` che confessi, non fora men nota

  la colpa tua: da tal giudice sassi!

Ma quando scoppia de la propria gota

  l’accusa del peccato, in nostra corte

  rivolge se’ contra ‘l taglio la rota.

Tuttavia, perche’ mo vergogna porte

  del tuo errore, e perche’ altra volta,

  udendo le serene, sie piu` forte,

pon giu` il seme del piangere e ascolta:

  si` udirai come in contraria parte

  mover dovieti mia carne sepolta.

Mai non t’appresento` natura o arte

  piacer, quanto le belle membra in ch’io

  rinchiusa fui, e che so’ ‘n terra sparte;

e se ‘l sommo piacer si` ti fallio

  per la mia morte, qual cosa mortale

  dovea poi trarre te nel suo disio?

Ben ti dovevi, per lo primo strale

  de le cose fallaci, levar suso

  di retro a me che non era piu` tale.

Non ti dovea gravar le penne in giuso,

  ad aspettar piu` colpo, o pargoletta

  o altra vanita` con si` breve uso.

Novo augelletto due o tre aspetta;

  ma dinanzi da li occhi d’i pennuti

  rete si spiega indarno o si saetta>>.

Quali fanciulli, vergognando, muti

  con li occhi a terra stannosi, ascoltando

  e se’ riconoscendo e ripentuti,

tal mi stav’io; ed ella disse: <<Quando

  per udir se’ dolente, alza la barba,

  e prenderai piu` doglia riguardando>>.

Con men di resistenza si dibarba

  robusto cerro, o vero al nostral vento

  o vero a quel de la terra di Iarba,

ch’io non levai al suo comando il mento;

  e quando per la barba il viso chiese,

  ben conobbi il velen de l’argomento.

E come la mia faccia si distese,

  posarsi quelle prime creature

  da loro aspersion l’occhio comprese;

e le mie luci, ancor poco sicure,

  vider Beatrice volta in su la fiera

  ch’e` sola una persona in due nature.

Sotto ‘l suo velo e oltre la rivera

  vincer pariemi piu` se’ stessa antica,

  vincer che l’altre qui, quand’ella c’era.

Di penter si` mi punse ivi l’ortica

  che di tutte altre cose qual mi torse

  piu` nel suo amor, piu` mi si fe’ nemica.

Tanta riconoscenza il cor mi morse,

  ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,

  salsi colei che la cagion mi porse.

Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi,

  la donna ch’io avea trovata sola

  sopra me vidi, e dicea: <<Tiemmi, tiemmi!>>.

Tratto m’avea nel fiume infin la gola,

  e tirandosi me dietro sen giva

  sovresso l’acqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva,

  ‘Asperges me’ si` dolcemente udissi,

  che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi;

  abbracciommi la testa e mi sommerse

  ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse

  dentro a la danza de le quattro belle;

  e ciascuna del braccio mi coperse.

<<Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:

  pria che Beatrice discendesse al mondo,

  fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

  lume ch’e` dentro aguzzeranno i tuoi

  le tre di la`, che miran piu` profondo>>.

Cosi` cantando cominciaro; e poi

  al petto del grifon seco menarmi,

  ove Beatrice stava volta a noi.

Disser: <<Fa che le viste non risparmi;

  posto t’avem dinanzi a li smeraldi

  ond’Amor gia` ti trasse le sue armi>>.

Mille disiri piu` che fiamma caldi

  strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,

  che pur sopra ‘l grifone stavan saldi.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti

  la doppia fiera dentro vi raggiava,

  or con altri, or con altri reggimenti.

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,

  quando vedea la cosa in se’ star queta,

  e ne l’idolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta

  l’anima mia gustava di quel cibo

  che, saziando di se’, di se’ asseta,

se’ dimostrando di piu` alto tribo

  ne li atti, l’altre tre si fero avanti,

  danzando al loro angelico caribo.

<<Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi>>,

  era la sua canzone, <<al tuo fedele

  che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele

  a lui la bocca tua, si` che discerna

  la seconda bellezza che tu cele>>.

O isplendor di viva luce etterna,

  chi palido si fece sotto l’ombra

  si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

che non paresse aver la mente ingombra,

  tentando a render te qual tu paresti

  la` dove armonizzando il ciel t’adombra,

quando ne l’aere aperto ti solvesti?

Purgatorio: Canto XXXII

Tant’eran li occhi miei fissi e attenti

  a disbramarsi la decenne sete,

  che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Ed essi quinci e quindi avien parete

  di non caler – cosi` lo santo riso

  a se’ traeli con l’antica rete! -;

quando per forza mi fu volto il viso

  ver’ la sinistra mia da quelle dee,

  perch’io udi’ da loro un <<Troppo fiso!>>;

e la disposizion ch’a veder ee

  ne li occhi pur teste’ dal sol percossi,

  sanza la vista alquanto esser mi fee.

Ma poi ch’al poco il viso riformossi

  (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto

  sensibile onde a forza mi rimossi),

vidi ‘n sul braccio destro esser rivolto

  lo glorioso essercito, e tornarsi

  col sole e con le sette fiamme al volto.

Come sotto li scudi per salvarsi

  volgesi schiera, e se’ gira col segno,

  prima che possa tutta in se’ mutarsi;

quella milizia del celeste regno

  che procedeva, tutta trapassonne

  pria che piegasse il carro il primo legno.

Indi a le rote si tornar le donne,

  e ‘l grifon mosse il benedetto carco

  si`, che pero` nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco

  e Stazio e io seguitavam la rota

  che fe’ l’orbita sua con minore arco.

Si` passeggiando l’alta selva vota,

  colpa di quella ch’al serpente crese,

  temprava i passi un’angelica nota.

Forse in tre voli tanto spazio prese

  disfrenata saetta, quanto eramo

  rimossi, quando Beatrice scese.

Io senti’ mormorare a tutti <<Adamo>>;

  poi cerchiaro una pianta dispogliata

  di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata

  piu` quanto piu` e` su`, fora da l’Indi

  ne’ boschi lor per altezza ammirata.

<<Beato se’, grifon, che non discindi

  col becco d’esto legno dolce al gusto,

  poscia che mal si torce il ventre quindi>>.

Cosi` dintorno a l’albero robusto

  gridaron li altri; e l’animal binato:

  <<Si` si conserva il seme d’ogne giusto>>.

E volto al temo ch’elli avea tirato,

  trasselo al pie` de la vedova frasca,

  e quel di lei a lei lascio` legato.

Come le nostre piante, quando casca

  giu` la gran luce mischiata con quella

  che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella

  di suo color ciascuna, pria che ‘l sole

  giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e piu` che di viole

  colore aprendo, s’innovo` la pianta,

  che prima avea le ramora si` sole.

Io non lo ‘ntesi, ne’ qui non si canta

  l’inno che quella gente allor cantaro,

  ne’ la nota soffersi tutta quanta.

S’io potessi ritrar come assonnaro

  li occhi spietati udendo di Siringa,

  li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro;

come pintor che con essempro pinga,

  disegnerei com’io m’addormentai;

  ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

Pero` trascorro a quando mi svegliai,

  e dico ch’un splendor mi squarcio` ‘l velo

  del sonno e un chiamar: <<Surgi: che fai?>>.

Quali a veder de’ fioretti del melo

  che del suo pome li angeli fa ghiotti

  e perpetue nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

  e vinti, ritornaro a la parola

  da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola

  cosi` di Moise` come d’Elia,

  e al maestro suo cangiata stola;

tal torna’ io, e vidi quella pia

  sovra me starsi che conducitrice

  fu de’ miei passi lungo ‘l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: <<Ov’e` Beatrice?>>.

  Ond’ella: <<Vedi lei sotto la fronda

  nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda:

  li altri dopo ‘l grifon sen vanno suso

  con piu` dolce canzone e piu` profonda>>.

E se piu` fu lo suo parlar diffuso,

  non so, pero` che gia` ne li occhi m’era

  quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera,

  come guardia lasciata li` del plaustro

  che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facean di se’ claustro

  le sette ninfe, con quei lumi in mano

  che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

<<Qui sarai tu poco tempo silvano;

  e sarai meco sanza fine cive

  di quella Roma onde Cristo e` romano.

Pero`, in pro del mondo che mal vive,

  al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

  ritornato di la`, fa che tu scrive>>.

Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi

  d’i suoi comandamenti era divoto,

  la mente e li occhi ov’ella volle diedi.

Non scese mai con si` veloce moto

  foco di spessa nube, quando piove

  da quel confine che piu` va remoto,

com’io vidi calar l’uccel di Giove

  per l’alber giu`, rompendo de la scorza,

  non che d’i fiori e de le foglie nove;

e feri` ‘l carro di tutta sua forza;

  ond’el piego` come nave in fortuna,

  vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna

  del triunfal veiculo una volpe

  che d’ogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe,

  la donna mia la volse in tanta futa

  quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

Poscia per indi ond’era pria venuta,

  l’aguglia vidi scender giu` ne l’arca

  del carro e lasciar lei di se’ pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca,

  tal voce usci` del cielo e cotal disse:

  <<O navicella mia, com’mal se’ carca!>>.

Poi parve a me che la terra s’aprisse

  tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

  che per lo carro su` la coda fisse;

e come vespa che ritragge l’ago,

  a se’ traendo la coda maligna,

  trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna

  vivace terra, da la piuma, offerta

  forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta

  e l’una e l’altra rota e ‘l temo, in tanto

  che piu` tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato cosi` ‘l dificio santo

  mise fuor teste per le parti sue,

  tre sovra ‘l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue,

  ma le quattro un sol corno avean per fronte:

  simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte,

  seder sovresso una puttana sciolta

  m’apparve con le ciglia intorno pronte;

e come perche’ non li fosse tolta,

  vidi di costa a lei dritto un gigante;

  e baciavansi insieme alcuna volta.

Ma perche’ l’occhio cupido e vagante

  a me rivolse, quel feroce drudo

  la flagello` dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,

  disciolse il mostro, e trassel per la selva,

  tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.

Purgatorio: Canto XXXIII

‘Deus, venerunt gentes’, alternando

  or tre or quattro dolce salmodia,

  le donne incominciaro, e lagrimando;

e Beatrice sospirosa e pia,

  quelle ascoltava si` fatta, che poco

  piu` a la croce si cambio` Maria.

Ma poi che l’altre vergini dier loco

  a lei di dir, levata dritta in pe`,

  rispuose, colorata come foco:

‘Modicum, et non videbitis me;

  et iterum, sorelle mie dilette,

  modicum, et vos videbitis me’.

Poi le si mise innanzi tutte e sette,

  e dopo se’, solo accennando, mosse

  me e la donna e ‘l savio che ristette.

Cosi` sen giva; e non credo che fosse

  lo decimo suo passo in terra posto,

  quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto <<Vien piu` tosto>>,

  mi disse, <<tanto che, s’io parlo teco,

  ad ascoltarmi tu sie ben disposto>>.

Si` com’io fui, com’io dovea, seco,

  dissemi: <<Frate, perche’ non t’attenti

  a domandarmi omai venendo meco?>>.

Come a color che troppo reverenti

  dinanzi a suo maggior parlando sono,

  che non traggon la voce viva ai denti.

avvenne a me, che sanza intero suono

  incominciai: <<Madonna, mia bisogna

  voi conoscete, e cio` ch’ad essa e` buono>>.

Ed ella a me: <<Da tema e da vergogna

  voglio che tu omai ti disviluppe,

  si` che non parli piu` com’om che sogna.

Sappi che ‘l vaso che ‘l serpente ruppe

  fu e non e`; ma chi n’ha colpa, creda

  che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sara` tutto tempo sanza reda

  l’aguglia che lascio` le penne al carro,

  per che divenne mostro e poscia preda;

ch’io veggio certamente, e pero` il narro,

  a darne tempo gia` stelle propinque,

  secure d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque,

  messo di Dio, ancidera` la fuia

  con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia,

  qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

  perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade,

  che solveranno questo enigma forte

  sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e si` come da me son porte,

  cosi` queste parole segna a’ vivi

  del viver ch’e` un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi,

  di non celar qual hai vista la pianta

  ch’e` or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta,

  con bestemmia di fatto offende a Dio,

  che solo a l’uso suo la creo` santa.

Per morder quella, in pena e in disio

  cinquemilia anni e piu` l’anima prima

  bramo` colui che ‘l morso in se’ punio.

Dorme lo ‘ngegno tuo, se non estima

  per singular cagione esser eccelsa

  lei tanto e si` travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d’Elsa

  li pensier vani intorno a la tua mente,

  e ‘l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente

  la giustizia di Dio, ne l’interdetto,

  conosceresti a l’arbor moralmente.

Ma perch’io veggio te ne lo ‘ntelletto

  fatto di pietra e, impetrato, tinto,

  si` che t’abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

  che ‘l te ne porti dentro a te per quello

  che si reca il bordon di palma cinto>>.

E io: <<Si` come cera da suggello,

  che la figura impressa non trasmuta,

  segnato e` or da voi lo mio cervello.

Ma perche’ tanto sovra mia veduta

  vostra parola disiata vola,

  che piu` la perde quanto piu` s’aiuta?>>.

<<Perche’ conoschi>>, disse, <<quella scuola

  c’hai seguitata, e veggi sua dottrina

  come puo` seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina

  distar cotanto, quanto si discorda

  da terra il ciel che piu` alto festina>>.

Ond’io rispuosi lei: <<Non mi ricorda

  ch’i’ straniasse me gia` mai da voi,

  ne’ honne coscienza che rimorda>>.

<<E se tu ricordar non te ne puoi>>,

  sorridendo rispuose, <<or ti rammenta

  come bevesti di Lete` ancoi;

e se dal fummo foco s’argomenta,

  cotesta oblivion chiaro conchiude

  colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude

  le mie parole, quanto converrassi

  quelle scovrire a la tua vista rude>>.

E piu` corusco e con piu` lenti passi

  teneva il sole il cerchio di merigge,

  che qua e la`, come li aspetti, fassi

quando s’affisser, si` come s’affigge

  chi va dinanzi a gente per iscorta

  se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,

  qual sotto foglie verdi e rami nigri

  sovra suoi freddi rivi l’Alpe porta.

Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri

  veder mi parve uscir d’una fontana,

  e, quasi amici, dipartirsi pigri.

<<O luce, o gloria de la gente umana,

  che acqua e` questa che qui si dispiega

  da un principio e se’ da se’ lontana?>>.

Per cotal priego detto mi fu: <<Priega

  Matelda che ‘l ti dica>>. E qui rispuose,

  come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: <<Questo e altre cose

  dette li son per me; e son sicura

  che l’acqua di Lete` non gliel nascose>>.

E Beatrice: <<Forse maggior cura,

  che spesse volte la memoria priva,

  fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eunoe` che la` diriva:

  menalo ad esso, e come tu se’ usa,

  la tramortita sua virtu` ravviva>>.

Come anima gentil, che non fa scusa,

  ma fa sua voglia de la voglia altrui

  tosto che e` per segno fuor dischiusa;

cosi`, poi che da essa preso fui,

  la bella donna mossesi, e a Stazio

  donnescamente disse: <<Vien con lui>>.

S’io avessi, lettor, piu` lungo spazio

  da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

  lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perche’ piene son tutte le carte

  ordite a questa cantica seconda,

  non mi lascia piu` ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda

  rifatto si` come piante novelle

  rinnovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.

La Divina Commedia
di Dante Alighieri
(e-text courtesy Progetto Manuzio)

PARADISO

Paradiso: Canto I

La gloria di colui che tutto move

  per l’universo penetra, e risplende

  in una parte piu` e meno altrove.

Nel ciel che piu` de la sua luce prende

  fu’ io, e vidi cose che ridire

  ne’ sa ne’ puo` chi di la` su` discende;

perche’ appressando se’ al suo disire,

  nostro intelletto si profonda tanto,

  che dietro la memoria non puo` ire.

Veramente quant’io del regno santo

  ne la mia mente potei far tesoro,

  sara` ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

  fammi del tuo valor si` fatto vaso,

  come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso

  assai mi fu; ma or con amendue

  m’e` uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue

  si` come quando Marsia traesti

  de la vagina de le membra sue.

O divina virtu`, se mi ti presti

  tanto che l’ombra del beato regno

  segnata nel mio capo io manifesti,

vedra’mi al pie` del tuo diletto legno

  venire, e coronarmi de le foglie

  che la materia e tu mi farai degno.

Si` rade volte, padre, se ne coglie

  per triunfare o cesare o poeta,

  colpa e vergogna de l’umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

  delfica deita` dovria la fronda

  peneia, quando alcun di se’ asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:

  forse di retro a me con miglior voci

  si preghera` perche’ Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci

  la lucerna del mondo; ma da quella

  che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella

  esce congiunta, e la mondana cera

  piu` a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di la` mane e di qua sera

  tal foce, e quasi tutto era la` bianco

  quello emisperio, e l’altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco

  vidi rivolta e riguardar nel sole:

  aquila si` non li s’affisse unquanco.

E si` come secondo raggio suole

  uscir del primo e risalire in suso,

  pur come pelegrin che tornar vuole,

cosi` de l’atto suo, per li occhi infuso

  ne l’imagine mia, il mio si fece,

  e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

Molto e` licito la`, che qui non lece

  a le nostre virtu`, merce’ del loco

  fatto per proprio de l’umana spece.

Io nol soffersi molto, ne’ si` poco,

  ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,

  com’ferro che bogliente esce del foco;

e di subito parve giorno a giorno

  essere aggiunto, come quei che puote

  avesse il ciel d’un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l’etterne rote

  fissa con li occhi stava; e io in lei

  le luci fissi, di la` su` rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

  qual si fe’ Glauco nel gustar de l’erba

  che ‘l fe’ consorto in mar de li altri dei.

Trasumanar significar per verba

  non si poria; pero` l’essemplo basti

  a cui esperienza grazia serba.

S’i’ era sol di me quel che creasti

  novellamente, amor che ‘l ciel governi,

  tu ‘l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni

  desiderato, a se’ mi fece atteso

  con l’armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso

  de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

  lago non fece alcun tanto disteso.

La novita` del suono e ‘l grande lume

  di lor cagion m’accesero un disio

  mai non sentito di cotanto acume.

Ond’ella, che vedea me si` com’io,

  a quietarmi l’animo commosso,

  pria ch’io a dimandar, la bocca aprio,

e comincio`: <<Tu stesso ti fai grosso

  col falso imaginar, si` che non vedi

  cio` che vedresti se l’avessi scosso.

Tu non se’ in terra, si` come tu credi;

  ma folgore, fuggendo il proprio sito,

  non corse come tu ch’ad esso riedi>>.

S’io fui del primo dubbio disvestito

  per le sorrise parolette brevi,

  dentro ad un nuovo piu` fu’ inretito,

e dissi: <<Gia` contento requievi

  di grande ammirazion; ma ora ammiro

  com’io trascenda questi corpi levi>>.

Ond’ella, appresso d’un pio sospiro,

  li occhi drizzo` ver’ me con quel sembiante

  che madre fa sovra figlio deliro,

e comincio`: <<Le cose tutte quante

  hanno ordine tra loro, e questo e` forma

  che l’universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma

  de l’etterno valore, il qual e` fine

  al quale e` fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline

  tutte nature, per diverse sorti,

  piu` al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti

  per lo gran mar de l’essere, e ciascuna

  con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;

  questi ne’ cor mortali e` permotore;

  questi la terra in se’ stringe e aduna;

ne’ pur le creature che son fore

  d’intelligenza quest’arco saetta

  ma quelle c’hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,

  del suo lume fa ‘l ciel sempre quieto

  nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;

e ora li`, come a sito decreto,

  cen porta la virtu` di quella corda

  che cio` che scocca drizza in segno lieto.

Vero e` che, come forma non s’accorda

  molte fiate a l’intenzion de l’arte,

  perch’a risponder la materia e` sorda,

cosi` da questo corso si diparte

  talor la creatura, c’ha podere

  di piegar, cosi` pinta, in altra parte;

e si` come veder si puo` cadere

  foco di nube, si` l’impeto primo

  l’atterra torto da falso piacere.

Non dei piu` ammirar, se bene stimo,

  lo tuo salir, se non come d’un rivo

  se d’alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo

  d’impedimento, giu` ti fossi assiso,

  com’a terra quiete in foco vivo>>.

Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Paradiso: Canto II

O voi che siete in piccioletta barca,

  desiderosi d’ascoltar, seguiti

  dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti:

  non vi mettete in pelago, che’ forse,

  perdendo me, rimarreste smarriti.

L’acqua ch’io prendo gia` mai non si corse;

  Minerva spira, e conducemi Appollo,

  e nove Muse mi dimostran l’Orse.

Voialtri pochi che drizzaste il collo

  per tempo al pan de li angeli, del quale

  vivesi qui ma non sen vien satollo,

metter potete ben per l’alto sale

  vostro navigio, servando mio solco

  dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Que’ gloriosi che passaro al Colco

  non s’ammiraron come voi farete,

  quando Iason vider fatto bifolco.

La concreata e perpetua sete

  del deiforme regno cen portava

  veloci quasi come ‘l ciel vedete.

Beatrice in suso, e io in lei guardava;

  e forse in tanto in quanto un quadrel posa

  e vola e da la noce si dischiava,

giunto mi vidi ove mirabil cosa

  mi torse il viso a se’; e pero` quella

  cui non potea mia cura essere ascosa,

volta ver’ me, si` lieta come bella,

  <<Drizza la mente in Dio grata>>, mi disse,

  <<che n’ha congiunti con la prima stella>>.

Parev’a me che nube ne coprisse

  lucida, spessa, solida e pulita,

  quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro se’ l’etterna margarita

  ne ricevette, com’acqua recepe

  raggio di luce permanendo unita.

S’io era corpo, e qui non si concepe

  com’una dimensione altra patio,

  ch’esser convien se corpo in corpo repe,

accender ne dovria piu` il disio

  di veder quella essenza in che si vede

  come nostra natura e Dio s’unio.

Li` si vedra` cio` che tenem per fede,

  non dimostrato, ma fia per se’ noto

  a guisa del ver primo che l’uom crede.

Io rispuosi: <<Madonna, si` devoto

  com’esser posso piu`, ringrazio lui

  lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.

Ma ditemi: che son li segni bui

  di questo corpo, che la` giuso in terra

  fan di Cain favoleggiare altrui?>>.

Ella sorrise alquanto, e poi <<S’elli erra

  l’oppinion>>, mi disse, <<d’i mortali

  dove chiave di senso non diserra,

certo non ti dovrien punger li strali

  d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi

  vedi che la ragione ha corte l’ali.

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi>>.

  E io: <<Cio` che n’appar qua su` diverso

  credo che fanno i corpi rari e densi>>.

Ed ella: <<Certo assai vedrai sommerso

  nel falso il creder tuo, se bene ascolti

  l’argomentar ch’io li faro` avverso.

La spera ottava vi dimostra molti

  lumi, li quali e nel quale e nel quanto

  notar si posson di diversi volti.

Se raro e denso cio` facesser tanto,

  una sola virtu` sarebbe in tutti,

  piu` e men distributa e altrettanto.

Virtu` diverse esser convegnon frutti

  di principi formali, e quei, for ch’uno,

  seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ancor, se raro fosse di quel bruno

  cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte

  fora di sua materia si` digiuno

esto pianeto, o, si` come comparte

  lo grasso e ‘l magro un corpo, cosi` questo

  nel suo volume cangerebbe carte.

Se ‘l primo fosse, fora manifesto

  ne l’eclissi del sol per trasparere

  lo lume come in altro raro ingesto.

Questo non e`: pero` e` da vedere

  de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,

  falsificato fia lo tuo parere.

S’elli e` che questo raro non trapassi,

  esser conviene un termine da onde

  lo suo contrario piu` passar non lassi;

e indi l’altrui raggio si rifonde

  cosi` come color torna per vetro

  lo qual di retro a se’ piombo nasconde.

Or dirai tu ch’el si dimostra tetro

  ivi lo raggio piu` che in altre parti,

  per esser li` refratto piu` a retro.

Da questa instanza puo` deliberarti

  esperienza, se gia` mai la provi,

  ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’arti.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi

  da te d’un modo, e l’altro, piu` rimosso,

  tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso

  ti stea un lume che i tre specchi accenda

  e torni a te da tutti ripercosso.

Ben che nel quanto tanto non si stenda

  la vista piu` lontana, li` vedrai

  come convien ch’igualmente risplenda.

Or, come ai colpi de li caldi rai

  de la neve riman nudo il suggetto

  e dal colore e dal freddo primai,

cosi` rimaso te ne l’intelletto

  voglio informar di luce si` vivace,

  che ti tremolera` nel suo aspetto.

Dentro dal ciel de la divina pace

  si gira un corpo ne la cui virtute

  l’esser di tutto suo contento giace.

Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,

  quell’esser parte per diverse essenze,

  da lui distratte e da lui contenute.

Li altri giron per varie differenze

  le distinzion che dentro da se’ hanno

  dispongono a lor fini e lor semenze.

Questi organi del mondo cosi` vanno,

  come tu vedi omai, di grado in grado,

  che di su` prendono e di sotto fanno.

Riguarda bene omai si` com’io vado

  per questo loco al vero che disiri,

  si` che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtu` d’i santi giri,

  come dal fabbro l’arte del martello,

  da’ beati motor convien che spiri;

e ‘l ciel cui tanti lumi fanno bello,

  de la mente profonda che lui volve

  prende l’image e fassene suggello.

E come l’alma dentro a vostra polve

  per differenti membra e conformate

  a diverse potenze si risolve,

cosi` l’intelligenza sua bontate

  multiplicata per le stelle spiega,

  girando se’ sovra sua unitate.

Virtu` diversa fa diversa lega

  col prezioso corpo ch’ella avviva,

  nel qual, si` come vita in voi, si lega.

Per la natura lieta onde deriva,

  la virtu` mista per lo corpo luce

  come letizia per pupilla viva.

Da essa vien cio` che da luce a luce

  par differente, non da denso e raro;

  essa e` formal principio che produce,

conforme a sua bonta`, lo turbo e ‘l chiaro>>.

Paradiso: Canto III

Quel sol che pria d’amor mi scaldo` ‘l petto,

  di bella verita` m’avea scoverto,

  provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo

  me stesso, tanto quanto si convenne

  leva’ il capo a proferer piu` erto;

ma visione apparve che ritenne

  a se’ me tanto stretto, per vedersi,

  che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi,

  o ver per acque nitide e tranquille,

  non si` profonde che i fondi sien persi,

tornan d’i nostri visi le postille

  debili si`, che perla in bianca fronte

  non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid’io piu` facce a parlar pronte;

  per ch’io dentro a l’error contrario corsi

  a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte.

Subito si` com’io di lor m’accorsi,

  quelle stimando specchiati sembianti,

  per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti

  dritti nel lume de la dolce guida,

  che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

<<Non ti maravigliar perch’io sorrida>>,

  mi disse, <<appresso il tuo pueril coto,

  poi sopra ‘l vero ancor lo pie` non fida,

ma te rivolve, come suole, a voto:

  vere sustanze son cio` che tu vedi,

  qui rilegate per manco di voto.

Pero` parla con esse e odi e credi;

  che’ la verace luce che li appaga

  da se’ non lascia lor torcer li piedi>>.

E io a l’ombra che parea piu` vaga

  di ragionar, drizza’mi, e cominciai,

  quasi com’uom cui troppa voglia smaga:

<<O ben creato spirito, che a’ rai

  di vita etterna la dolcezza senti

  che, non gustata, non s’intende mai,

grazioso mi fia se mi contenti

  del nome tuo e de la vostra sorte>>.

  Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:

<<La nostra carita` non serra porte

  a giusta voglia, se non come quella

  che vuol simile a se’ tutta sua corte.

I’ fui nel mondo vergine sorella;

  e se la mente tua ben se’ riguarda,

  non mi ti celera` l’esser piu` bella,

ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,

  che, posta qui con questi altri beati,

  beata sono in la spera piu` tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati

  son nel piacer de lo Spirito Santo,

  letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giu` cotanto,

  pero` n’e` data, perche’ fuor negletti

  li nostri voti, e voti in alcun canto>>.

Ond’io a lei: <<Ne’ mirabili aspetti

  vostri risplende non so che divino

  che vi trasmuta da’ primi concetti:

pero` non fui a rimembrar festino;

  ma or m’aiuta cio` che tu mi dici,

  si` che raffigurar m’e` piu` latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,

  disiderate voi piu` alto loco

  per piu` vedere e per piu` farvi amici?>>.

Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;

  da indi mi rispuose tanto lieta,

  ch’arder parea d’amor nel primo foco:

<<Frate, la nostra volonta` quieta

  virtu` di carita`, che fa volerne

  sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

Se disiassimo esser piu` superne,

  foran discordi li nostri disiri

  dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,

  s’essere in carita` e` qui necesse,

  e se la sua natura ben rimiri.

Anzi e` formale ad esto beato esse

  tenersi dentro a la divina voglia,

  per ch’una fansi nostre voglie stesse;

si` che, come noi sem di soglia in soglia

  per questo regno, a tutto il regno piace

  com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia.

E ‘n la sua volontade e` nostra pace:

  ell’e` quel mare al qual tutto si move

  cio` ch’ella cria o che natura face>>.

Chiaro mi fu allor come ogne dove

  in cielo e` paradiso, etsi la grazia

  del sommo ben d’un modo non vi piove.

Ma si` com’elli avvien, s’un cibo sazia

  e d’un altro rimane ancor la gola,

  che quel si chere e di quel si ringrazia,

cosi` fec’io con atto e con parola,

  per apprender da lei qual fu la tela

  onde non trasse infino a co la spuola.

<<Perfetta vita e alto merto inciela

  donna piu` su`>>, mi disse, <<a la cui norma

  nel vostro mondo giu` si veste e vela,

perche’ fino al morir si vegghi e dorma

  con quello sposo ch’ogne voto accetta

  che caritate a suo piacer conforma.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

  fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi

  e promisi la via de la sua setta.

Uomini poi, a mal piu` ch’a bene usi,

  fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

  Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

E quest’altro splendor che ti si mostra

  da la mia destra parte e che s’accende

  di tutto il lume de la spera nostra,

cio` ch’io dico di me, di se’ intende;

  sorella fu, e cosi` le fu tolta

  di capo l’ombra de le sacre bende.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

  contra suo grado e contra buona usanza,

  non fu dal vel del cor gia` mai disciolta.

Quest’e` la luce de la gran Costanza

  che del secondo vento di Soave

  genero` ‘l terzo e l’ultima possanza>>.

Cosi` parlommi, e poi comincio` ‘Ave,

  Maria’ cantando, e cantando vanio

  come per acqua cupa cosa grave.

La vista mia, che tanto lei seguio

  quanto possibil fu, poi che la perse,

  volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse;

  ma quella folgoro` nel mio sguardo

  si` che da prima il viso non sofferse;

e cio` mi fece a dimandar piu` tardo.

Paradiso: Canto IV

Intra due cibi, distanti e moventi

  d’un modo, prima si morria di fame,

  che liber’omo l’un recasse ai denti;

si` si starebbe un agno intra due brame

  di fieri lupi, igualmente temendo;

  si` si starebbe un cane intra due dame:

per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,

  da li miei dubbi d’un modo sospinto,

  poi ch’era necessario, ne’ commendo.

Io mi tacea, ma ‘l mio disir dipinto

  m’era nel viso, e ‘l dimandar con ello,

  piu` caldo assai che per parlar distinto.

Fe’ si` Beatrice qual fe’ Daniello,

  Nabuccodonosor levando d’ira,

  che l’avea fatto ingiustamente fello;

e disse: <<Io veggio ben come ti tira

  uno e altro disio, si` che tua cura

  se’ stessa lega si` che fuor non spira.

Tu argomenti: “Se ‘l buon voler dura,

  la violenza altrui per qual ragione

  di meritar mi scema la misura?”.

Ancor di dubitar ti da` cagione

  parer tornarsi l’anime a le stelle,

  secondo la sentenza di Platone.

Queste son le question che nel tuo velle

  pontano igualmente; e pero` pria

  trattero` quella che piu` ha di felle.

D’i Serafin colui che piu` s’india,

  Moise`, Samuel, e quel Giovanni

  che prender vuoli, io dico, non Maria,

non hanno in altro cielo i loro scanni

  che questi spirti che mo t’appariro,

  ne’ hanno a l’esser lor piu` o meno anni;

ma tutti fanno bello il primo giro,

  e differentemente han dolce vita

  per sentir piu` e men l’etterno spiro.

Qui si mostraro, non perche’ sortita

  sia questa spera lor, ma per far segno

  de la celestial c’ha men salita.

Cosi` parlar conviensi al vostro ingegno,

  pero` che solo da sensato apprende

  cio` che fa poscia d’intelletto degno.

Per questo la Scrittura condescende

  a vostra facultate, e piedi e mano

  attribuisce a Dio, e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano

  Gabriel e Michel vi rappresenta,

  e l’altro che Tobia rifece sano.

Quel che Timeo de l’anime argomenta

  non e` simile a cio` che qui si vede,

  pero` che, come dice, par che senta.

Dice che l’alma a la sua stella riede,

  credendo quella quindi esser decisa

  quando natura per forma la diede;

e forse sua sentenza e` d’altra guisa

  che la voce non suona, ed esser puote

  con intenzion da non esser derisa.

S’elli intende tornare a queste ruote

  l’onor de la influenza e ‘l biasmo, forse

  in alcun vero suo arco percuote.

Questo principio, male inteso, torse

  gia` tutto il mondo quasi, si` che Giove,

  Mercurio e Marte a nominar trascorse.

L’altra dubitazion che ti commove

  ha men velen, pero` che sua malizia

  non ti poria menar da me altrove.

Parere ingiusta la nostra giustizia

  ne li occhi d’i mortali, e` argomento

  di fede e non d’eretica nequizia.

Ma perche’ puote vostro accorgimento

  ben penetrare a questa veritate,

  come disiri, ti faro` contento.

Se violenza e` quando quel che pate

  niente conferisce a quel che sforza,

  non fuor quest’alme per essa scusate;

che’ volonta`, se non vuol, non s’ammorza,

  ma fa come natura face in foco,

  se mille volte violenza il torza.

Per che, s’ella si piega assai o poco,

  segue la forza; e cosi` queste fero

  possendo rifuggir nel santo loco.

Se fosse stato lor volere intero,

  come tenne Lorenzo in su la grada,

  e fece Muzio a la sua man severo,

cosi` l’avria ripinte per la strada

  ond’eran tratte, come fuoro sciolte;

  ma cosi` salda voglia e` troppo rada.

E per queste parole, se ricolte

  l’hai come dei, e` l’argomento casso

  che t’avria fatto noia ancor piu` volte.

Ma or ti s’attraversa un altro passo

  dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

  non usciresti: pria saresti lasso.

Io t’ho per certo ne la mente messo

  ch’alma beata non poria mentire,

  pero` ch’e` sempre al primo vero appresso;

e poi potesti da Piccarda udire

  che l’affezion del vel Costanza tenne;

  si` ch’ella par qui meco contradire.

Molte fiate gia`, frate, addivenne

  che, per fuggir periglio, contra grato

  si fe’ di quel che far non si convenne;

come Almeone, che, di cio` pregato

  dal padre suo, la propria madre spense,

  per non perder pieta`, si fe’ spietato.

A questo punto voglio che tu pense

  che la forza al voler si mischia, e fanno

  si` che scusar non si posson l’offense.

Voglia assoluta non consente al danno;

  ma consentevi in tanto in quanto teme,

  se si ritrae, cadere in piu` affanno.

Pero`, quando Piccarda quello spreme,

  de la voglia assoluta intende, e io

  de l’altra; si` che ver diciamo insieme>>.

Cotal fu l’ondeggiar del santo rio

  ch’usci` del fonte ond’ogne ver deriva;

  tal puose in pace uno e altro disio.

<<O amanza del primo amante, o diva>>,

  diss’io appresso, <<il cui parlar m’inonda

  e scalda si`, che piu` e piu` m’avviva,

non e` l’affezion mia tanto profonda,

  che basti a render voi grazia per grazia;

  ma quei che vede e puote a cio` risponda.

Io veggio ben che gia` mai non si sazia

  nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra

  di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Posasi in esso, come fera in lustra,

  tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:

  se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Nasce per quello, a guisa di rampollo,

  a pie` del vero il dubbio; ed e` natura

  ch’al sommo pinge noi di collo in collo.

Questo m’invita, questo m’assicura

  con reverenza, donna, a dimandarvi

  d’un’altra verita` che m’e` oscura.

Io vo’ saper se l’uom puo` sodisfarvi

  ai voti manchi si` con altri beni,

  ch’a la vostra statera non sien parvi>>.

Beatrice mi guardo` con li occhi pieni

  di faville d’amor cosi` divini,

  che, vinta, mia virtute die` le reni,

e quasi mi perdei con li occhi chini.

Paradiso: Canto V

<<S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore

  di la` dal modo che ‘n terra si vede,

  si` che del viso tuo vinco il valore,

non ti maravigliar; che’ cio` procede

  da perfetto veder, che, come apprende,

  cosi` nel bene appreso move il piede.

Io veggio ben si` come gia` resplende

  ne l’intelletto tuo l’etterna luce,

  che, vista, sola e sempre amore accende;

e s’altra cosa vostro amor seduce,

  non e` se non di quella alcun vestigio,

  mal conosciuto, che quivi traluce.

Tu vuo’ saper se con altro servigio,

  per manco voto, si puo` render tanto

  che l’anima sicuri di letigio>>.

Si` comincio` Beatrice questo canto;

  e si` com’uom che suo parlar non spezza,

  continuo` cosi` ‘l processo santo:

<<Lo maggior don che Dio per sua larghezza

  fesse creando, e a la sua bontate

  piu` conformato, e quel ch’e’ piu` apprezza,

fu de la volonta` la libertate;

  di che le creature intelligenti,

  e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Or ti parra`, se tu quinci argomenti,

  l’alto valor del voto, s’e` si` fatto

  che Dio consenta quando tu consenti;

che’, nel fermar tra Dio e l’uomo il patto,

  vittima fassi di questo tesoro,

  tal quale io dico; e fassi col suo atto.

Dunque che render puossi per ristoro?

  Se credi bene usar quel c’hai offerto,

  di maltolletto vuo’ far buon lavoro.

Tu se’ omai del maggior punto certo;

  ma perche’ Santa Chiesa in cio` dispensa,

  che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,

convienti ancor sedere un poco a mensa,

  pero` che ‘l cibo rigido c’hai preso,

  richiede ancora aiuto a tua dispensa.

Apri la mente a quel ch’io ti paleso

  e fermalvi entro; che’ non fa scienza,

  sanza lo ritenere, avere inteso.

Due cose si convegnono a l’essenza

  di questo sacrificio: l’una e` quella

  di che si fa; l’altr’e` la convenenza.

Quest’ultima gia` mai non si cancella

  se non servata; e intorno di lei

  si` preciso di sopra si favella:

pero` necessitato fu a li Ebrei

  pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta

  si` permutasse, come saver dei.

L’altra, che per materia t’e` aperta,

  puote ben esser tal, che non si falla

  se con altra materia si converta.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla

  per suo arbitrio alcun, sanza la volta

  e de la chiave bianca e de la gialla;

e ogne permutanza credi stolta,

  se la cosa dimessa in la sorpresa

  come ‘l quattro nel sei non e` raccolta.

Pero` qualunque cosa tanto pesa

  per suo valor che tragga ogne bilancia,

  sodisfar non si puo` con altra spesa.

Non prendan li mortali il voto a ciancia;

  siate fedeli, e a cio` far non bieci,

  come Iepte` a la sua prima mancia;

cui piu` si convenia dicer ‘Mal feci’,

  che, servando, far peggio; e cosi` stolto

  ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,

onde pianse Efigenia il suo bel volto,

  e fe’ pianger di se’ i folli e i savi

  ch’udir parlar di cosi` fatto colto.

Siate, Cristiani, a muovervi piu` gravi:

  non siate come penna ad ogne vento,

  e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.

Avete il novo e ‘l vecchio Testamento,

  e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida;

  questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

  uomini siate, e non pecore matte,

  si` che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com’agnel che lascia il latte

  de la sua madre, e semplice e lascivo

  seco medesmo a suo piacer combatte!>>.

Cosi` Beatrice a me com’io scrivo;

  poi si rivolse tutta disiante

  a quella parte ove ‘l mondo e` piu` vivo.

Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante

  puoser silenzio al mio cupido ingegno,

  che gia` nuove questioni avea davante;

e si` come saetta che nel segno

  percuote pria che sia la corda queta,

  cosi` corremmo nel secondo regno.

Quivi la donna mia vid’io si` lieta,

  come nel lume di quel ciel si mise,

  che piu` lucente se ne fe’ ‘l pianeta.

E se la stella si cambio` e rise,

  qual mi fec’io che pur da mia natura

  trasmutabile son per tutte guise!

Come ‘n peschiera ch’e` tranquilla e pura

  traggonsi i pesci a cio` che vien di fori

  per modo che lo stimin lor pastura,

si` vid’io ben piu` di mille splendori

  trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:

  <<Ecco chi crescera` li nostri amori>>.

E si` come ciascuno a noi venia,

  vedeasi l’ombra piena di letizia

  nel folgor chiaro che di lei uscia.

Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia

  non procedesse, come tu avresti

  di piu` savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi

  m’era in disio d’udir lor condizioni,

  si` come a li occhi mi fur manifesti.

<<O bene nato a cui veder li troni

  del triunfo etternal concede grazia

  prima che la milizia s’abbandoni,

del lume che per tutto il ciel si spazia

  noi semo accesi; e pero`, se disii

  di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia>>.

Cosi` da un di quelli spirti pii

  detto mi fu; e da Beatrice: <<Di`, di`

  sicuramente, e credi come a dii>>.

<<Io veggio ben si` come tu t’annidi

  nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,

  perch’e’ corusca si` come tu ridi;

ma non so chi tu se’, ne’ perche’ aggi,

  anima degna, il grado de la spera

  che si vela a’ mortai con altrui raggi>>.

Questo diss’io diritto alla lumera

  che pria m’avea parlato; ond’ella fessi

  lucente piu` assai di quel ch’ell’era.

Si` come il sol che si cela elli stessi

  per troppa luce, come ‘l caldo ha rose

  le temperanze d’i vapori spessi,

per piu` letizia si` mi si nascose

  dentro al suo raggio la figura santa;

  e cosi` chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che ‘l seguente canto canta.

Paradiso: Canto VI

<<Poscia che Costantin l’aquila volse

  contr’al corso del ciel, ch’ella seguio

  dietro a l’antico che Lavina tolse,

cento e cent’anni e piu` l’uccel di Dio

  ne lo stremo d’Europa si ritenne,

  vicino a’ monti de’ quai prima uscio;

e sotto l’ombra de le sacre penne

  governo` ‘l mondo li` di mano in mano,

  e, si` cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustiniano,

  che, per voler del primo amor ch’i’ sento,

  d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,

  una natura in Cristo esser, non piue,

  credea, e di tal fede era contento;

ma ‘l benedetto Agapito, che fue

  sommo pastore, a la fede sincera

  mi dirizzo` con le parole sue.

Io li credetti; e cio` che ‘n sua fede era,

  vegg’io or chiaro si`, come tu vedi

  ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

  a Dio per grazia piacque di spirarmi

  l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,

  cui la destra del ciel fu si` congiunta,

  che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta

  la mia risposta; ma sua condizione

  mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perche’ tu veggi con quanta ragione

  si move contr’al sacrosanto segno

  e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone.

Vedi quanta virtu` l’ha fatto degno

  di reverenza; e comincio` da l’ora

  che Pallante mori` per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora

  per trecento anni e oltre, infino al fine

  che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fe’ dal mal de le Sabine

  al dolor di Lucrezia in sette regi,

  vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fe’ portato da li egregi

  Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

  incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

  negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi

  ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterro` l’orgoglio de li Arabi

  che di retro ad Annibale passaro

  l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott’esso giovanetti triunfaro

  Scipione e Pompeo; e a quel colle

  sotto ‘l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto ‘l ciel volle

  redur lo mondo a suo modo sereno,

  Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fe’ da Varo infino a Reno,

  Isara vide ed Era e vide Senna

  e ogne valle onde Rodano e` pieno.

Quel che fe’ poi ch’elli usci` di Ravenna

  e salto` Rubicon, fu di tal volo,

  che nol seguiteria lingua ne’ penna.

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,

  poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse

  si` ch’al Nil caldo si senti` del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

  rivide e la` dov’Ettore si cuba;

  e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;

  onde si volse nel vostro occidente,

  ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fe’ col baiulo seguente,

  Bruto con Cassio ne l’inferno latra,

  e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,

  che, fuggendoli innanzi, dal colubro

  la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;

  con costui puose il mondo in tanta pace,

  che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma cio` che ‘l segno che parlar mi face

  fatto avea prima e poi era fatturo

  per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,

  se in mano al terzo Cesare si mira

  con occhio chiaro e con affetto puro;

che’ la viva giustizia che mi spira,

  li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,

  gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t’ammira in cio` ch’io ti replico:

  poscia con Tito a far vendetta corse

  de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse

  la Santa Chiesa, sotto le sue ali

  Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali

  ch’io accusai di sopra e di lor falli,

  che son cagion di tutti vostri mali.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli

  oppone, e l’altro appropria quello a parte,

  si` ch’e` forte a veder chi piu` si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

  sott’altro segno; che’ mal segue quello

  sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello

  coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

  ch’a piu` alto leon trasser lo vello.

Molte fiate gia` pianser li figli

  per la colpa del padre, e non si creda

  che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda

  di buoni spirti che son stati attivi

  perche’ onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,

  si` disviando, pur convien che i raggi

  del vero amore in su` poggin men vivi.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi

  col merto e` parte di nostra letizia,

  perche’ non li vedem minor ne’ maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia

  in noi l’affetto si`, che non si puote

  torcer gia` mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;

  cosi` diversi scanni in nostra vita

  rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita

  luce la luce di Romeo, di cui

  fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui

  non hanno riso; e pero` mal cammina

  qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

  Ramondo Beringhiere, e cio` li fece

  Romeo, persona umile e peregrina.

E poi il mosser le parole biece

  a dimandar ragione a questo giusto,

  che li assegno` sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto;

  e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

  mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e piu` lo loderebbe>>.

Paradiso: Canto VII

<<Osanna, sanctus Deus sabaoth,

  superillustrans claritate tua

  felices ignes horum malacoth!>>.

Cosi`, volgendosi a la nota sua,

  fu viso a me cantare essa sustanza,

  sopra la qual doppio lume s’addua:

ed essa e l’altre mossero a sua danza,

  e quasi velocissime faville,

  mi si velar di subita distanza.

Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’

  fra me, ‘dille’, dicea, ‘a la mia donna

  che mi diseta con le dolci stille’.

Ma quella reverenza che s’indonna

  di tutto me, pur per Be e per ice,

  mi richinava come l’uom ch’assonna.

Poco sofferse me cotal Beatrice

  e comincio`, raggiandomi d’un riso

  tal, che nel foco faria l’uom felice:

<<Secondo mio infallibile avviso,

  come giusta vendetta giustamente

  punita fosse, t’ha in pensier miso;

ma io ti solvero` tosto la mente;

  e tu ascolta, che’ le mie parole

  di gran sentenza ti faran presente.

Per non soffrire a la virtu` che vole

  freno a suo prode, quell’uom che non nacque,

  dannando se’, danno` tutta sua prole;

onde l’umana specie inferma giacque

  giu` per secoli molti in grande errore,

  fin ch’al Verbo di Dio discender piacque

u’ la natura, che dal suo fattore

  s’era allungata, uni` a se’ in persona

  con l’atto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:

  questa natura al suo fattore unita,

  qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per se’ stessa pur fu ella sbandita

  di paradiso, pero` che si torse

  da via di verita` e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse

  s’a la natura assunta si misura,

  nulla gia` mai si` giustamente morse;

e cosi` nulla fu di tanta ingiura,

  guardando a la persona che sofferse,

  in che era contratta tal natura.

Pero` d’un atto uscir cose diverse:

  ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;

  per lei tremo` la terra e ‘l ciel s’aperse.

Non ti dee oramai parer piu` forte,

  quando si dice che giusta vendetta

  poscia vengiata fu da giusta corte.

Ma io veggi’ or la tua mente ristretta

  di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

  del qual con gran disio solver s’aspetta.

Tu dici: “Ben discerno cio` ch’i’ odo;

  ma perche’ Dio volesse, m’e` occulto,

  a nostra redenzion pur questo modo”.

Questo decreto, frate, sta sepulto

  a li occhi di ciascuno il cui ingegno

  ne la fiamma d’amor non e` adulto.

Veramente, pero` ch’a questo segno

  molto si mira e poco si discerne,

  diro` perche’ tal modo fu piu` degno.

La divina bonta`, che da se’ sperne

  ogne livore, ardendo in se’, sfavilla

  si` che dispiega le bellezze etterne.

Cio` che da lei sanza mezzo distilla

  non ha poi fine, perche’ non si move

  la sua imprenta quand’ella sigilla.

Cio` che da essa sanza mezzo piove

  libero e` tutto, perche’ non soggiace

  a la virtute de le cose nove.

Piu` l’e` conforme, e pero` piu` le piace;

  che’ l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,

  ne la piu` somigliante e` piu` vivace.

Di tutte queste dote s’avvantaggia

  l’umana creatura; e s’una manca,

  di sua nobilita` convien che caggia.

Solo il peccato e` quel che la disfranca

  e falla dissimile al sommo bene,

  per che del lume suo poco s’imbianca;

e in sua dignita` mai non rivene,

  se non riempie, dove colpa vota,

  contra mal dilettar con giuste pene.

Vostra natura, quando pecco` tota

  nel seme suo, da queste dignitadi,

  come di paradiso, fu remota;

ne’ ricovrar potiensi, se tu badi

  ben sottilmente, per alcuna via,

  sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia

  dimesso avesse, o che l’uom per se’ isso

  avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo l’occhio per entro l’abisso

  de l’etterno consiglio, quanto puoi

  al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea l’uomo ne’ termini suoi

  mai sodisfar, per non potere ir giuso

  con umiltate obediendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso;

  e questa e` la cagion per che l’uom fue

  da poter sodisfar per se’ dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue

  riparar l’omo a sua intera vita,

  dico con l’una, o ver con amendue.

Ma perche’ l’ovra tanto e` piu` gradita

  da l’operante, quanto piu` appresenta

  de la bonta` del core ond’ell’e` uscita,

la divina bonta` che ‘l mondo imprenta,

  di proceder per tutte le sue vie,

  a rilevarvi suso, fu contenta.

Ne’ tra l’ultima notte e ‘l primo die

  si` alto o si` magnifico processo,

  o per l’una o per l’altra, fu o fie:

che’ piu` largo fu Dio a dar se’ stesso

  per far l’uom sufficiente a rilevarsi,

  che s’elli avesse sol da se’ dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi

  a la giustizia, se ‘l Figliuol di Dio

  non fosse umiliato ad incarnarsi.

Or per empierti bene ogni disio,

  ritorno a dichiararti in alcun loco,

  perche’ tu veggi li` cosi` com’io.

Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,

  l’aere e la terra e tutte lor misture

  venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature;

  per che, se cio` ch’e` detto e` stato vero,

  esser dovrien da corruzion sicure”.

Li angeli, frate, e ‘l paese sincero

  nel qual tu se’, dir si posson creati,

  si` come sono, in loro essere intero;

ma li elementi che tu hai nomati

  e quelle cose che di lor si fanno

  da creata virtu` sono informati.

Creata fu la materia ch’elli hanno;

  creata fu la virtu` informante

  in queste stelle che ‘ntorno a lor vanno.

L’anima d’ogne bruto e de le piante

  di complession potenziata tira

  lo raggio e ‘l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira

  la somma beninanza, e la innamora

  di se’ si` che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora

  vostra resurrezion, se tu ripensi

  come l’umana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi>>.

Paradiso: Canto VIII

Solea creder lo mondo in suo periclo

  che la bella Ciprigna il folle amore

  raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore

  di sacrificio e di votivo grido

  le genti antiche ne l’antico errore;

ma Dione onoravano e Cupido,

  quella per madre sua, questo per figlio,

  e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;

e da costei ond’io principio piglio

  pigliavano il vocabol de la stella

  che ‘l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non m’accorsi del salire in ella;

  ma d’esservi entro mi fe’ assai fede

  la donna mia ch’i’ vidi far piu` bella.

E come in fiamma favilla si vede,

  e come in voce voce si discerne,

  quand’una e` ferma e altra va e riede,

vid’io in essa luce altre lucerne

  muoversi in giro piu` e men correnti,

  al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti,

  o visibili o no, tanto festini,

  che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini

  veduti a noi venir, lasciando il giro

  pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che piu` innanzi appariro

  sonava ‘Osanna’ si`, che unque poi

  di riudir non fui sanza disiro.

Indi si fece l’un piu` presso a noi

  e solo incomincio`: <<Tutti sem presti

  al tuo piacer, perche’ di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti

  d’un giro e d’un girare e d’una sete,

  ai quali tu del mondo gia` dicesti:

‘Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’;

  e sem si` pien d’amor, che, per piacerti,

  non fia men dolce un poco di quiete>>.

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

  a la mia donna reverenti, ed essa

  fatti li avea di se’ contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa

  tanto s’avea, e <<Deh, chi siete?>> fue

  la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid’io lei far piue

  per allegrezza nova che s’accrebbe,

  quando parlai, a l’allegrezze sue!

Cosi` fatta, mi disse: <<Il mondo m’ebbe

  giu` poco tempo; e se piu` fosse stato,

  molto sara` di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato

  che mi raggia dintorno e mi nasconde

  quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m’amasti, e avesti ben onde;

  che s’io fossi giu` stato, io ti mostrava

  di mio amor piu` oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava

  di Rodano poi ch’e` misto con Sorga,

  per suo segnore a tempo m’aspettava,

e quel corno d’Ausonia che s’imborga

  di Bari e di Gaeta e di Catona

  da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami gia` in fronte la corona

  di quella terra che ‘l Danubio riga

  poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga

  tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo

  che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

  attesi avrebbe li suoi regi ancora,

  nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

  li popoli suggetti, non avesse

  mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.

E se mio frate questo antivedesse,

  l’avara poverta` di Catalogna

  gia` fuggeria, perche’ non li offendesse;

che’ veramente proveder bisogna

  per lui, o per altrui, si` ch’a sua barca

  carcata piu` d’incarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca

  discese, avria mestier di tal milizia

  che non curasse di mettere in arca>>.

<<Pero` ch’i’ credo che l’alta letizia

  che ‘l tuo parlar m’infonde, segnor mio,

  la` ‘ve ogne ben si termina e s’inizia,

per te si veggia come la vegg’io,

  grata m’e` piu`; e anco quest’ho caro

  perche’ ‘l discerni rimirando in Dio.

Fatto m’hai lieto, e cosi` mi fa chiaro,

  poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso

  com’esser puo`, di dolce seme, amaro>>.

Questo io a lui; ed elli a me: <<S’io posso

  mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

  terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi

  volge e contenta, fa esser virtute

  sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute

  sono in la mente ch’e` da se’ perfetta,

  ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest’arco saetta

  disposto cade a proveduto fine,

  si` come cosa in suo segno diretta.

Se cio` non fosse, il ciel che tu cammine

  producerebbe si` li suoi effetti,

  che non sarebbero arti, ma ruine;

e cio` esser non puo`, se li ‘ntelletti

  che muovon queste stelle non son manchi,

  e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo’ tu che questo ver piu` ti s’imbianchi?>>.

  E io: <<Non gia`; che’ impossibil veggio

  che la natura, in quel ch’e` uopo, stanchi>>.

Ond’elli ancora: <<Or di’: sarebbe il peggio

  per l’omo in terra, se non fosse cive?>>.

  <<Si`>>, rispuos’io; <<e qui ragion non cheggio>>.

<<E puot’elli esser, se giu` non si vive

  diversamente per diversi offici?

  Non, se ‘l maestro vostro ben vi scrive>>.

Si` venne deducendo infino a quici;

  poscia conchiuse: <<Dunque esser diverse

  convien di vostri effetti le radici:

per ch’un nasce Solone e altro Serse,

  altro Melchisedech e altro quello

  che, volando per l’aere, il figlio perse.

La circular natura, ch’e` suggello

  a la cera mortal, fa ben sua arte,

  ma non distingue l’un da l’altro ostello.

Quinci addivien ch’Esau` si diparte

  per seme da Iacob; e vien Quirino

  da si` vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino

  simil farebbe sempre a’ generanti,

  se non vincesse il proveder divino.

Or quel che t’era dietro t’e` davanti:

  ma perche’ sappi che di te mi giova,

  un corollario voglio che t’ammanti.

Sempre natura, se fortuna trova

  discorde a se’, com’ogne altra semente

  fuor di sua region, fa mala prova.

E se ‘l mondo la` giu` ponesse mente

  al fondamento che natura pone,

  seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religione

  tal che fia nato a cignersi la spada,

  e fate re di tal ch’e` da sermone;

onde la traccia vostra e` fuor di strada>>.

Paradiso: Canto IX

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,

  m’ebbe chiarito, mi narro` li ‘nganni

  che ricever dovea la sua semenza;

ma disse: <<Taci e lascia muover li anni>>;

  si` ch’io non posso dir se non che pianto

  giusto verra` di retro ai vostri danni.

E gia` la vita di quel lume santo

  rivolta s’era al Sol che la riempie

  come quel ben ch’a ogne cosa e` tanto.

Ahi anime ingannate e fatture empie,

  che da si` fatto ben torcete i cuori,

  drizzando in vanita` le vostre tempie!

Ed ecco un altro di quelli splendori

  ver’ me si fece, e ‘l suo voler piacermi

  significava nel chiarir di fori.

Li occhi di Beatrice, ch’eran fermi

  sovra me, come pria, di caro assenso

  al mio disio certificato fermi.

<<Deh, metti al mio voler tosto compenso,

  beato spirto>>, dissi, <<e fammi prova

  ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!>>.

Onde la luce che m’era ancor nova,

  del suo profondo, ond’ella pria cantava,

  seguette come a cui di ben far giova:

<<In quella parte de la terra prava

  italica che siede tra Rialto

  e le fontane di Brenta e di Piava,

si leva un colle, e non surge molt’alto,

  la` onde scese gia` una facella

  che fece a la contrada un grande assalto.

D’una radice nacqui e io ed ella:

  Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

  perche’ mi vinse il lume d’esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo

  la cagion di mia sorte, e non mi noia;

  che parria forse forte al vostro vulgo.

Di questa luculenta e cara gioia

  del nostro cielo che piu` m’e` propinqua,

  grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s’incinqua:

  vedi se far si dee l’omo eccellente,

  si` ch’altra vita la prima relinqua.

E cio` non pensa la turba presente

  che Tagliamento e Adice richiude,

  ne’ per esser battuta ancor si pente;

ma tosto fia che Padova al palude

  cangera` l’acqua che Vincenza bagna,

  per essere al dover le genti crude;

e dove Sile e Cagnan s’accompagna,

  tal signoreggia e va con la testa alta,

  che gia` per lui carpir si fa la ragna.

Piangera` Feltro ancora la difalta

  de l’empio suo pastor, che sara` sconcia

  si`, che per simil non s’entro` in malta.

Troppo sarebbe larga la bigoncia

  che ricevesse il sangue ferrarese,

  e stanco chi ‘l pesasse a oncia a oncia,

che donera` questo prete cortese

  per mostrarsi di parte; e cotai doni

  conformi fieno al viver del paese.

Su` sono specchi, voi dicete Troni,

  onde refulge a noi Dio giudicante;

  si` che questi parlar ne paion buoni>>.

Qui si tacette; e fecemi sembiante

  che fosse ad altro volta, per la rota

  in che si mise com’era davante.

L’altra letizia, che m’era gia` nota

  per cara cosa, mi si fece in vista

  qual fin balasso in che lo sol percuota.

Per letiziar la` su` fulgor s’acquista,

  si` come riso qui; ma giu` s’abbuia

  l’ombra di fuor, come la mente e` trista.

<<Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia>>,

  diss’io, <<beato spirto, si` che nulla

  voglia di se’ a te puot’esser fuia.

Dunque la voce tua, che ‘l ciel trastulla

  sempre col canto di quei fuochi pii

  che di sei ali facen la coculla,

perche’ non satisface a’ miei disii?

  Gia` non attendere’ io tua dimanda,

  s’io m’intuassi, come tu t’inmii>>.

<<La maggior valle in che l’acqua si spanda>>,

  incominciaro allor le sue parole,

  <<fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

tra ‘ discordanti liti contra ‘l sole

  tanto sen va, che fa meridiano

  la` dove l’orizzonte pria far suole.

Di quella valle fu’ io litorano

  tra Ebro e Macra, che per cammin corto

  parte lo Genovese dal Toscano.

Ad un occaso quasi e ad un orto

  Buggea siede e la terra ond’io fui,

  che fe’ del sangue suo gia` caldo il porto.

Folco mi disse quella gente a cui

  fu noto il nome mio; e questo cielo

  di me s’imprenta, com’io fe’ di lui;

che’ piu` non arse la figlia di Belo,

  noiando e a Sicheo e a Creusa,

  di me, infin che si convenne al pelo;

ne’ quella Rodopea che delusa

  fu da Demofoonte, ne’ Alcide

  quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

Non pero` qui si pente, ma si ride,

  non de la colpa, ch’a mente non torna,

  ma del valor ch’ordino` e provide.

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna

  cotanto affetto, e discernesi ‘l bene

  per che ‘l mondo di su` quel di giu` torna.

Ma perche’ tutte le tue voglie piene

  ten porti che son nate in questa spera,

  proceder ancor oltre mi convene.

Tu vuo’ saper chi e` in questa lumera

  che qui appresso me cosi` scintilla,

  come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che la` entro si tranquilla

  Raab; e a nostr’ordine congiunta,

  di lei nel sommo grado si sigilla.

Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta

  che ‘l vostro mondo face, pria ch’altr’alma

  del triunfo di Cristo fu assunta.

Ben si convenne lei lasciar per palma

  in alcun cielo de l’alta vittoria

  che s’acquisto` con l’una e l’altra palma,

perch’ella favoro` la prima gloria

  di Iosue` in su la Terra Santa,

  che poco tocca al papa la memoria.

La tua citta`, che di colui e` pianta

  che pria volse le spalle al suo fattore

  e di cui e` la ‘nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore

  c’ha disviate le pecore e li agni,

  pero` che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l’Evangelio e i dottor magni

  son derelitti, e solo ai Decretali

  si studia, si` che pare a’ lor vivagni.

A questo intende il papa e ‘ cardinali;

  non vanno i lor pensieri a Nazarette,

  la` dove Gabriello aperse l’ali.

Ma Vaticano e l’altre parti elette

  di Roma che son state cimitero

  a la milizia che Pietro seguette,

tosto libere fien de l’avoltero>>.

Paradiso: Canto X

Guardando nel suo Figlio con l’Amore

  che l’uno e l’altro etternalmente spira,

  lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira

  con tant’ordine fe’, ch’esser non puote

  sanza gustar di lui chi cio` rimira.

Leva dunque, lettore, a l’alte rote

  meco la vista, dritto a quella parte

  dove l’un moto e l’altro si percuote;

e li` comincia a vagheggiar ne l’arte

  di quel maestro che dentro a se’ l’ama,

  tanto che mai da lei l’occhio non parte.

Vedi come da indi si dirama

  l’oblico cerchio che i pianeti porta,

  per sodisfare al mondo che li chiama.

Che se la strada lor non fosse torta,

  molta virtu` nel ciel sarebbe in vano,

  e quasi ogne potenza qua giu` morta;

e se dal dritto piu` o men lontano

  fosse ‘l partire, assai sarebbe manco

  e giu` e su` de l’ordine mondano.

Or ti riman, lettor, sovra ‘l tuo banco,

  dietro pensando a cio` che si preliba,

  s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;

  che’ a se’ torce tutta la mia cura

  quella materia ond’io son fatto scriba.

Lo ministro maggior de la natura,

  che del valor del ciel lo mondo imprenta

  e col suo lume il tempo ne misura,

con quella parte che su` si rammenta

  congiunto, si girava per le spire

  in che piu` tosto ognora s’appresenta;

e io era con lui; ma del salire

  non m’accors’io, se non com’uom s’accorge,

  anzi ‘l primo pensier, del suo venire.

E’ Beatrice quella che si` scorge

  di bene in meglio, si` subitamente

  che l’atto suo per tempo non si sporge.

Quant’esser convenia da se’ lucente

  quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi,

  non per color, ma per lume parvente!

Perch’io lo ‘ngegno e l’arte e l’uso chiami,

  si` nol direi che mai s’imaginasse;

  ma creder puossi e di veder si brami.

E se le fantasie nostre son basse

  a tanta altezza, non e` maraviglia;

  che’ sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse.

Tal era quivi la quarta famiglia

  de l’alto Padre, che sempre la sazia,

  mostrando come spira e come figlia.

E Beatrice comincio`: <<Ringrazia,

  ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo

  sensibil t’ha levato per sua grazia>>.

Cor di mortal non fu mai si` digesto

  a divozione e a rendersi a Dio

  con tutto ‘l suo gradir cotanto presto,

come a quelle parole mi fec’io;

  e si` tutto ‘l mio amore in lui si mise,

  che Beatrice eclisso` ne l’oblio.

Non le dispiacque; ma si` se ne rise,

  che lo splendor de li occhi suoi ridenti

  mia mente unita in piu` cose divise.

Io vidi piu` folgor vivi e vincenti

  far di noi centro e di se’ far corona,

  piu` dolci in voce che in vista lucenti:

cosi` cinger la figlia di Latona

  vedem talvolta, quando l’aere e` pregno,

  si` che ritenga il fil che fa la zona.

Ne la corte del cielo, ond’io rivegno,

  si trovan molte gioie care e belle

  tanto che non si posson trar del regno;

e ‘l canto di quei lumi era di quelle;

  chi non s’impenna si` che la` su` voli,

  dal muto aspetti quindi le novelle.

Poi, si` cantando, quelli ardenti soli

  si fuor girati intorno a noi tre volte,

  come stelle vicine a’ fermi poli,

donne mi parver, non da ballo sciolte,

  ma che s’arrestin tacite, ascoltando

  fin che le nove note hanno ricolte.

E dentro a l’un senti’ cominciar: <<Quando

  lo raggio de la grazia, onde s’accende

  verace amore e che poi cresce amando,

multiplicato in te tanto resplende,

  che ti conduce su per quella scala

  u’ sanza risalir nessun discende;

qual ti negasse il vin de la sua fiala

  per la tua sete, in liberta` non fora

  se non com’acqua ch’al mar non si cala.

Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora

  questa ghirlanda che ‘ntorno vagheggia

  la bella donna ch’al ciel t’avvalora.

Io fui de li agni de la santa greggia

  che Domenico mena per cammino

  u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

Questi che m’e` a destra piu` vicino,

  frate e maestro fummi, ed esso Alberto

  e` di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

Se si` di tutti li altri esser vuo’ certo,

  di retro al mio parlar ten vien col viso

  girando su per lo beato serto.

Quell’altro fiammeggiare esce del riso

  di Grazian, che l’uno e l’altro foro

  aiuto` si` che piace in paradiso.

L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,

  quel Pietro fu che con la poverella

  offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

La quinta luce, ch’e` tra noi piu` bella,

  spira di tal amor, che tutto ‘l mondo

  la` giu` ne gola di saper novella:

entro v’e` l’alta mente u’ si` profondo

  saver fu messo, che, se ‘l vero e` vero

  a veder tanto non surse il secondo.

Appresso vedi il lume di quel cero

  che giu` in carne piu` a dentro vide

  l’angelica natura e ‘l ministero.

Ne l’altra piccioletta luce ride

  quello avvocato de’ tempi cristiani

  del cui latino Augustin si provide.

Or se tu l’occhio de la mente trani

  di luce in luce dietro a le mie lode,

  gia` de l’ottava con sete rimani.

Per vedere ogni ben dentro vi gode

  l’anima santa che ‘l mondo fallace

  fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace

  giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

  e da essilio venne a questa pace.

Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro

  d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,

  che a considerar fu piu` che viro.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

  e` ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri

  gravi a morir li parve venir tardo:

essa e` la luce etterna di Sigieri,

  che, leggendo nel Vico de li Strami,

  silogizzo` invidiosi veri>>.

Indi, come orologio che ne chiami

  ne l’ora che la sposa di Dio surge

  a mattinar lo sposo perche’ l’ami,

che l’una parte e l’altra tira e urge,

  tin tin sonando con si` dolce nota,

  che ‘l ben disposto spirto d’amor turge;

cosi` vid’io la gloriosa rota

  muoversi e render voce a voce in tempra

  e in dolcezza ch’esser non po` nota

se non cola` dove gioir s’insempra.

Paradiso: Canto XI

O insensata cura de’ mortali,

  quanto son difettivi silogismi

  quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Chi dietro a iura, e chi ad amforismi

  sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

  e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare, e chi civil negozio,

  chi nel diletto de la carne involto

  s’affaticava e chi si dava a l’ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto,

  con Beatrice m’era suso in cielo

  cotanto gloriosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo

  punto del cerchio in che avanti s’era,

  fermossi, come a candellier candelo.

E io senti’ dentro a quella lumera

  che pria m’avea parlato, sorridendo

  incominciar, faccendosi piu` mera:

<<Cosi` com’io del suo raggio resplendo,

  si`, riguardando ne la luce etterna,

  li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna

  in si` aperta e ‘n si` distesa lingua

  lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,

ove dinanzi dissi “U’ ben s’impingua”,

  e la` u’ dissi “Non nacque il secondo”;

  e qui e` uopo che ben si distingua.

La provedenza, che governa il mondo

  con quel consiglio nel quale ogne aspetto

  creato e` vinto pria che vada al fondo,

pero` che andasse ver’ lo suo diletto

  la sposa di colui ch’ad alte grida

  disposo` lei col sangue benedetto,

in se’ sicura e anche a lui piu` fida,

  due principi ordino` in suo favore,

  che quinci e quindi le fosser per guida.

L’un fu tutto serafico in ardore;

  l’altro per sapienza in terra fue

  di cherubica luce uno splendore.

De l’un diro`, pero` che d’amendue

  si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,

  perch’ad un fine fur l’opere sue.

Intra Tupino e l’acqua che discende

  del colle eletto dal beato Ubaldo,

  fertile costa d’alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo

  da Porta Sole; e di rietro le piange

  per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di questa costa, la` dov’ella frange

  piu` sua rattezza, nacque al mondo un sole,

  come fa questo tal volta di Gange.

Pero` chi d’esso loco fa parole,

  non dica Ascesi, che’ direbbe corto,

  ma Oriente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l’orto,

  ch’el comincio` a far sentir la terra

  de la sua gran virtute alcun conforto;

che’ per tal donna, giovinetto, in guerra

  del padre corse, a cui, come a la morte,

  la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte

  et coram patre le si fece unito;

  poscia di di` in di` l’amo` piu` forte.

Questa, privata del primo marito,

  millecent’anni e piu` dispetta e scura

  fino a costui si stette sanza invito;

ne’ valse udir che la trovo` sicura

  con Amiclate, al suon de la sua voce,

  colui ch’a tutto ‘l mondo fe’ paura;

ne’ valse esser costante ne’ feroce,

  si` che, dove Maria rimase giuso,

  ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch’io non proceda troppo chiuso,

  Francesco e Poverta` per questi amanti

  prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,

  amore e maraviglia e dolce sguardo

  facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che ‘l venerabile Bernardo

  si scalzo` prima, e dietro a tanta pace

  corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!

  Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro

  dietro a lo sposo, si` la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro

  con la sua donna e con quella famiglia

  che gia` legava l’umile capestro.

Ne’ li gravo` vilta` di cuor le ciglia

  per esser fi’ di Pietro Bernardone,

  ne’ per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione

  ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe

  primo sigillo a sua religione.

Poi che la gente poverella crebbe

  dietro a costui, la cui mirabil vita

  meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita

  fu per Onorio da l’Etterno Spiro

  la santa voglia d’esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro,

  ne la presenza del Soldan superba

  predico` Cristo e li altri che ‘l seguiro,

e per trovare a conversione acerba

  troppo la gente e per non stare indarno,

  redissi al frutto de l’italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

  da Cristo prese l’ultimo sigillo,

  che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo

  piacque di trarlo suso a la mercede

  ch’el merito` nel suo farsi pusillo,

a’ frati suoi, si` com’a giuste rede,

  raccomando` la donna sua piu` cara,

  e comando` che l’amassero a fede;

e del suo grembo l’anima preclara

  mover si volle, tornando al suo regno,

  e al suo corpo non volle altra bara.

Pensa oramai qual fu colui che degno

  collega fu a mantener la barca

  di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patriarca;

  per che qual segue lui, com’el comanda,

  discerner puoi che buone merce carca.

Ma ‘l suo pecuglio di nova vivanda

  e` fatto ghiotto, si` ch’esser non puote

  che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote

  e vagabunde piu` da esso vanno,

  piu` tornano a l’ovil di latte vote.

Ben son di quelle che temono ‘l danno

  e stringonsi al pastor; ma son si` poche,

  che le cappe fornisce poco panno.

Or, se le mie parole non son fioche,

  se la tua audienza e` stata attenta,

  se cio` ch’e` detto a la mente revoche,

in parte fia la tua voglia contenta,

  perche’ vedrai la pianta onde si scheggia,

  e vedra’ il corregger che argomenta

“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”>>.

Paradiso: Canto XII

Si` tosto come l’ultima parola

  la benedetta fiamma per dir tolse,

  a rotar comincio` la santa mola;

e nel suo giro tutta non si volse

  prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,

  e moto a moto e canto a canto colse;

canto che tanto vince nostre muse,

  nostre serene in quelle dolci tube,

  quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.

Come si volgon per tenera nube

  due archi paralelli e concolori,

  quando Iunone a sua ancella iube,

nascendo di quel d’entro quel di fori,

  a guisa del parlar di quella vaga

  ch’amor consunse come sol vapori;

e fanno qui la gente esser presaga,

  per lo patto che Dio con Noe` puose,

  del mondo che gia` mai piu` non s’allaga:

cosi` di quelle sempiterne rose

  volgiensi circa noi le due ghirlande,

  e si` l’estrema a l’intima rispuose.

Poi che ‘l tripudio e l’altra festa grande,

  si` del cantare e si` del fiammeggiarsi

  luce con luce gaudiose e blande,

insieme a punto e a voler quetarsi,

  pur come li occhi ch’al piacer che i move

  conviene insieme chiudere e levarsi;

del cor de l’una de le luci nove

  si mosse voce, che l’ago a la stella

  parer mi fece in volgermi al suo dove;

e comincio`: <<L’amor che mi fa bella

  mi tragge a ragionar de l’altro duca

  per cui del mio si` ben ci si favella.

Degno e` che, dov’e` l’un, l’altro s’induca:

  si` che, com’elli ad una militaro,

  cosi` la gloria loro insieme luca.

L’essercito di Cristo, che si` caro

  costo` a riarmar, dietro a la ‘nsegna

  si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo ‘mperador che sempre regna

  provide a la milizia, ch’era in forse,

  per sola grazia, non per esser degna;

e, come e` detto, a sua sposa soccorse

  con due campioni, al cui fare, al cui dire

  lo popol disviato si raccorse.

In quella parte ove surge ad aprire

  Zefiro dolce le novelle fronde

  di che si vede Europa rivestire,

non molto lungi al percuoter de l’onde

  dietro a le quali, per la lunga foga,

  lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga

  sotto la protezion del grande scudo

  in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l’amoroso drudo

  de la fede cristiana, il santo atleta

  benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta

  si` la sua mente di viva vertute,

  che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute

  al sacro fonte intra lui e la Fede,

  u’ si dotar di mutua salute,

la donna che per lui l’assenso diede,

  vide nel sonno il mirabile frutto

  ch’uscir dovea di lui e de le rede;

e perche’ fosse qual era in costrutto,

  quinci si mosse spirito a nomarlo

  del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo

  si` come de l’agricola che Cristo

  elesse a l’orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo:

  che ‘l primo amor che ‘n lui fu manifesto,

  fu al primo consiglio che die` Cristo.

Spesse fiate fu tacito e desto

  trovato in terra da la sua nutrice,

  come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.

Oh padre suo veramente Felice!

  oh madre sua veramente Giovanna,

  se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s’affanna

  di retro ad Ostiense e a Taddeo,

  ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo;

  tal che si mise a circuir la vigna

  che tosto imbianca, se ‘l vignaio e` reo.

E a la sedia che fu gia` benigna

  piu` a’ poveri giusti, non per lei,

  ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei,

  non la fortuna di prima vacante,

  non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimando`, ma contro al mondo errante

  licenza di combatter per lo seme

  del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme,

  con l’officio appostolico si mosse

  quasi torrente ch’alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse

  l’impeto suo, piu` vivamente quivi

  dove le resistenze eran piu` grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi

  onde l’orto catolico si riga,

  si` che i suoi arbuscelli stan piu` vivi.

Se tal fu l’una rota de la biga

  in che la Santa Chiesa si difese

  e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese

  l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma

  dinanzi al mio venir fu si` cortese.

Ma l’orbita che fe’ la parte somma

  di sua circunferenza, e` derelitta,

  si` ch’e` la muffa dov’era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta

  coi piedi a le sue orme, e` tanto volta,

  che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedra` de la ricolta

  de la mala coltura, quando il loglio

  si lagnera` che l’arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio

  nostro volume, ancor troveria carta

  u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;

ma non fia da Casal ne’ d’Acquasparta,

  la` onde vegnon tali a la scrittura,

  ch’uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura

  da Bagnoregio, che ne’ grandi offici

  sempre pospuosi la sinistra cura.

Illuminato e Augustin son quici,

  che fuor de’ primi scalzi poverelli

  che nel capestro a Dio si fero amici.

Ugo da San Vittore e` qui con elli,

  e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,

  lo qual giu` luce in dodici libelli;

Natan profeta e ‘l metropolitano

  Crisostomo e Anselmo e quel Donato

  ch’a la prim’arte degno` porre mano.

Rabano e` qui, e lucemi dallato

  il calavrese abate Giovacchino,

  di spirito profetico dotato.

Ad inveggiar cotanto paladino

  mi mosse l’infiammata cortesia

  di fra Tommaso e ‘l discreto latino;

e mosse meco questa compagnia>>.

Paradiso: Canto XIII

Imagini, chi bene intender cupe

  quel ch’i’ or vidi – e ritegna l’image,

  mentre ch’io dico, come ferma rupe -,

quindici stelle che ‘n diverse plage

  lo ciel avvivan di tanto sereno

  che soperchia de l’aere ogne compage;

imagini quel carro a cu’ il seno

  basta del nostro cielo e notte e giorno,

  si` ch’al volger del temo non vien meno;

imagini la bocca di quel corno

  che si comincia in punta de lo stelo

  a cui la prima rota va dintorno,

aver fatto di se’ due segni in cielo,

  qual fece la figliuola di Minoi

  allora che senti` di morte il gelo;

e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,

  e amendue girarsi per maniera

  che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;

e avra` quasi l’ombra de la vera

  costellazione e de la doppia danza

  che circulava il punto dov’io era:

poi ch’e` tanto di la` da nostra usanza,

  quanto di la` dal mover de la Chiana

  si move il ciel che tutti li altri avanza.

Li` si canto` non Bacco, non Peana,

  ma tre persone in divina natura,

  e in una persona essa e l’umana.

Compie’ ‘l cantare e ‘l volger sua misura;

  e attesersi a noi quei santi lumi,

  felicitando se’ di cura in cura.

Ruppe il silenzio ne’ concordi numi

  poscia la luce in che mirabil vita

  del poverel di Dio narrata fumi,

e disse: <<Quando l’una paglia e` trita,

  quando la sua semenza e` gia` riposta,

  a batter l’altra dolce amor m’invita.

Tu credi che nel petto onde la costa

  si trasse per formar la bella guancia

  il cui palato a tutto ‘l mondo costa,

e in quel che, forato da la lancia,

  e prima e poscia tanto sodisfece,

  che d’ogne colpa vince la bilancia,

quantunque a la natura umana lece

  aver di lume, tutto fosse infuso

  da quel valor che l’uno e l’altro fece;

e pero` miri a cio` ch’io dissi suso,

  quando narrai che non ebbe ‘l secondo

  lo ben che ne la quinta luce e` chiuso.

Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,

  e vedrai il tuo credere e ‘l mio dire

  nel vero farsi come centro in tondo.

Cio` che non more e cio` che puo` morire

  non e` se non splendor di quella idea

  che partorisce, amando, il nostro Sire;

che’ quella viva luce che si` mea

  dal suo lucente, che non si disuna

  da lui ne’ da l’amor ch’a lor s’intrea,

per sua bontate il suo raggiare aduna,

  quasi specchiato, in nove sussistenze,

  etternalmente rimanendosi una.

Quindi discende a l’ultime potenze

  giu` d’atto in atto, tanto divenendo,

  che piu` non fa che brevi contingenze;

e queste contingenze essere intendo

  le cose generate, che produce

  con seme e sanza seme il ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce

  non sta d’un modo; e pero` sotto ‘l segno

  ideale poi piu` e men traluce.

Ond’elli avvien ch’un medesimo legno,

  secondo specie, meglio e peggio frutta;

  e voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta

  e fosse il cielo in sua virtu` supprema,

  la luce del suggel parrebbe tutta;

ma la natura la da` sempre scema,

  similemente operando a l’artista

  ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.

Pero` se ‘l caldo amor la chiara vista

  de la prima virtu` dispone e segna,

  tutta la perfezion quivi s’acquista.

Cosi` fu fatta gia` la terra degna

  di tutta l’animal perfezione;

  cosi` fu fatta la Vergine pregna;

si` ch’io commendo tua oppinione,

  che l’umana natura mai non fue

  ne’ fia qual fu in quelle due persone.

Or s’i’ non procedesse avanti piue,

  ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’

  comincerebber le parole tue.

Ma perche’ paia ben cio` che non pare,

  pensa chi era, e la cagion che ‘l mosse,

  quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.

Non ho parlato si`, che tu non posse

  ben veder ch’el fu re, che chiese senno

  accio` che re sufficiente fosse;

non per sapere il numero in che enno

  li motor di qua su`, o se necesse

  con contingente mai necesse fenno;

non si est dare primum motum esse,

  o se del mezzo cerchio far si puote

  triangol si` ch’un retto non avesse.

Onde, se cio` ch’io dissi e questo note,

  regal prudenza e` quel vedere impari

  in che lo stral di mia intenzion percuote;

e se al “surse” drizzi li occhi chiari,

  vedrai aver solamente respetto

  ai regi, che son molti, e ‘ buon son rari.

Con questa distinzion prendi ‘l mio detto;

  e cosi` puote star con quel che credi

  del primo padre e del nostro Diletto.

E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,

  per farti mover lento com’uom lasso

  e al si` e al no che tu non vedi:

che’ quelli e` tra li stolti bene a basso,

  che sanza distinzione afferma e nega

  ne l’un cosi` come ne l’altro passo;

perch’elli ‘ncontra che piu` volte piega

  l’oppinion corrente in falsa parte,

  e poi l’affetto l’intelletto lega.

Vie piu` che ‘ndarno da riva si parte,

  perche’ non torna tal qual e’ si move,

  chi pesca per lo vero e non ha l’arte.

E di cio` sono al mondo aperte prove

  Parmenide, Melisso e Brisso e molti,

  li quali andaro e non sapean dove;

si` fe’ Sabellio e Arrio e quelli stolti

  che furon come spade a le Scritture

  in render torti li diritti volti.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure

  a giudicar, si` come quei che stima

  le biade in campo pria che sien mature;

ch’i’ ho veduto tutto ‘l verno prima

  lo prun mostrarsi rigido e feroce;

  poscia portar la rosa in su la cima;

e legno vidi gia` dritto e veloce

  correr lo mar per tutto suo cammino,

  perire al fine a l’intrar de la foce.

Non creda donna Berta e ser Martino,

  per vedere un furare, altro offerere,

  vederli dentro al consiglio divino;

che’ quel puo` surgere, e quel puo` cadere>>.

Paradiso: Canto XIV

Dal centro al cerchio, e si` dal cerchio al centro

  movesi l’acqua in un ritondo vaso,

  secondo ch’e` percosso fuori o dentro:

ne la mia mente fe’ subito caso

  questo ch’io dico, si` come si tacque

  la gloriosa vita di Tommaso,

per la similitudine che nacque

  del suo parlare e di quel di Beatrice,

  a cui si` cominciar, dopo lui, piacque:

<<A costui fa mestieri, e nol vi dice

  ne’ con la voce ne’ pensando ancora,

  d’un altro vero andare a la radice.

Diteli se la luce onde s’infiora

  vostra sustanza, rimarra` con voi

  etternalmente si` com’ell’e` ora;

e se rimane, dite come, poi

  che sarete visibili rifatti,

  esser pora` ch’al veder non vi noi>>.

Come, da piu` letizia pinti e tratti,

  a la fiata quei che vanno a rota

  levan la voce e rallegrano li atti,

cosi`, a l’orazion pronta e divota,

  li santi cerchi mostrar nova gioia

  nel torneare e ne la mira nota.

Qual si lamenta perche’ qui si moia

  per viver cola` su`, non vide quive

  lo refrigerio de l’etterna ploia.

Quell’uno e due e tre che sempre vive

  e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno,

  non circunscritto, e tutto circunscrive,

tre volte era cantato da ciascuno

  di quelli spirti con tal melodia,

  ch’ad ogne merto saria giusto muno.

E io udi’ ne la luce piu` dia

  del minor cerchio una voce modesta,

  forse qual fu da l’angelo a Maria,

risponder: <<Quanto fia lunga la festa

  di paradiso, tanto il nostro amore

  si raggera` dintorno cotal vesta.

La sua chiarezza seguita l’ardore;

  l’ardor la visione, e quella e` tanta,

  quant’ha di grazia sovra suo valore.

Come la carne gloriosa e santa

  fia rivestita, la nostra persona

  piu` grata fia per esser tutta quanta;

per che s’accrescera` cio` che ne dona

  di gratuito lume il sommo bene,

  lume ch’a lui veder ne condiziona;

onde la vision crescer convene,

  crescer l’ardor che di quella s’accende,

  crescer lo raggio che da esso vene.

Ma si` come carbon che fiamma rende,

  e per vivo candor quella soverchia,

  si` che la sua parvenza si difende;

cosi` questo folgor che gia` ne cerchia

  fia vinto in apparenza da la carne

  che tutto di` la terra ricoperchia;

ne’ potra` tanta luce affaticarne:

  che’ li organi del corpo saran forti

  a tutto cio` che potra` dilettarne>>.

Tanto mi parver subiti e accorti

  e l’uno e l’altro coro a dicer <<Amme!>>,

  che ben mostrar disio d’i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme,

  per li padri e per li altri che fuor cari

  anzi che fosser sempiterne fiamme.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari,

  nascere un lustro sopra quel che v’era,

  per guisa d’orizzonte che rischiari.

E si` come al salir di prima sera

  comincian per lo ciel nove parvenze,

  si` che la vista pare e non par vera,

parvemi li` novelle sussistenze

  cominciare a vedere, e fare un giro

  di fuor da l’altre due circunferenze.

Oh vero sfavillar del Santo Spiro!

  come si fece subito e candente

  a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

Ma Beatrice si` bella e ridente

  mi si mostro`, che tra quelle vedute

  si vuol lasciar che non seguir la mente.

Quindi ripreser li occhi miei virtute

  a rilevarsi; e vidimi translato

  sol con mia donna in piu` alta salute.

Ben m’accors’io ch’io era piu` levato,

  per l’affocato riso de la stella,

  che mi parea piu` roggio che l’usato.

Con tutto ‘l core e con quella favella

  ch’e` una in tutti, a Dio feci olocausto,

  qual conveniesi a la grazia novella.

E non er’anco del mio petto essausto

  l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi

  esso litare stato accetto e fausto;

che’ con tanto lucore e tanto robbi

  m’apparvero splendor dentro a due raggi,

  ch’io dissi: <<O Elios che si` li addobbi!>>.

Come distinta da minori e maggi

  lumi biancheggia tra ‘ poli del mondo

  Galassia si`, che fa dubbiar ben saggi;

si` costellati facean nel profondo

  Marte quei raggi il venerabil segno

  che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo ‘ngegno;

  che’ quella croce lampeggiava Cristo,

  si` ch’io non so trovare essempro degno;

ma chi prende sua croce e segue Cristo,

  ancor mi scusera` di quel ch’io lasso,

  vedendo in quell’albor balenar Cristo.

Di corno in corno e tra la cima e ‘l basso

  si movien lumi, scintillando forte

  nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

cosi` si veggion qui diritte e torte,

  veloci e tarde, rinovando vista,

  le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,

moversi per lo raggio onde si lista

  talvolta l’ombra che, per sua difesa,

  la gente con ingegno e arte acquista.

E come giga e arpa, in tempra tesa

  di molte corde, fa dolce tintinno

  a tal da cui la nota non e` intesa,

cosi` da’ lumi che li` m’apparinno

  s’accogliea per la croce una melode

  che mi rapiva, sanza intender l’inno.

Ben m’accors’io ch’elli era d’alte lode,

  pero` ch’a me venia <<Resurgi>> e <<Vinci>>

  come a colui che non intende e ode.

Io m’innamorava tanto quinci,

  che ‘nfino a li` non fu alcuna cosa

  che mi legasse con si` dolci vinci.

Forse la mia parola par troppo osa,

  posponendo il piacer de li occhi belli,

  ne’ quai mirando mio disio ha posa;

ma chi s’avvede che i vivi suggelli

  d’ogne bellezza piu` fanno piu` suso,

  e ch’io non m’era li` rivolto a quelli,

escusar puommi di quel ch’io m’accuso

  per escusarmi, e vedermi dir vero:

  che’ ‘l piacer santo non e` qui dischiuso,

perche’ si fa, montando, piu` sincero.

Paradiso: Canto XV

Benigna volontade in che si liqua

  sempre l’amor che drittamente spira,

  come cupidita` fa ne la iniqua,

silenzio puose a quella dolce lira,

  e fece quietar le sante corde

  che la destra del cielo allenta e tira.

Come saranno a’ giusti preghi sorde

  quelle sustanze che, per darmi voglia

  ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

Bene e` che sanza termine si doglia

  chi, per amor di cosa che non duri,

  etternalmente quello amor si spoglia.

Quale per li seren tranquilli e puri

  discorre ad ora ad or subito foco,

  movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco,

  se non che da la parte ond’e’ s’accende

  nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che ‘n destro si stende

  a pie` di quella croce corse un astro

  de la costellazion che li` resplende;

ne’ si parti` la gemma dal suo nastro,

  ma per la lista radial trascorse,

  che parve foco dietro ad alabastro.

Si` pia l’ombra d’Anchise si porse,

  se fede merta nostra maggior musa,

  quando in Eliso del figlio s’accorse.

<<O sanguis meus, o superinfusa

  gratia Dei, sicut tibi cui

  bis unquam celi ianua reclusa?>>.

Cosi` quel lume: ond’io m’attesi a lui;

  poscia rivolsi a la mia donna il viso,

  e quinci e quindi stupefatto fui;

che’ dentro a li occhi suoi ardeva un riso

  tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo

  de la mia gloria e del mio paradiso.

Indi, a udire e a veder giocondo,

  giunse lo spirto al suo principio cose,

  ch’io non lo ‘ntesi, si` parlo` profondo;

ne’ per elezion mi si nascose,

  ma per necessita`, che’ ‘l suo concetto

  al segno d’i mortal si soprapuose.

E quando l’arco de l’ardente affetto

  fu si` sfogato, che ‘l parlar discese

  inver’ lo segno del nostro intelletto,

la prima cosa che per me s’intese,

  <<Benedetto sia tu>>, fu, <<trino e uno,

  che nel mio seme se’ tanto cortese!>>.

E segui`: <<Grato e lontano digiuno,

  tratto leggendo del magno volume

  du’ non si muta mai bianco ne’ bruno,

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

  in ch’io ti parlo, merce` di colei

  ch’a l’alto volo ti vesti` le piume.

Tu credi che a me tuo pensier mei

  da quel ch’e` primo, cosi` come raia

  da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei;

e pero` ch’io mi sia e perch’io paia

  piu` gaudioso a te, non mi domandi,

  che alcun altro in questa turba gaia.

Tu credi ‘l vero; che’ i minori e ‘ grandi

  di questa vita miran ne lo speglio

  in che, prima che pensi, il pensier pandi;

ma perche’ ‘l sacro amore in che io veglio

  con perpetua vista e che m’asseta

  di dolce disiar, s’adempia meglio,

la voce tua sicura, balda e lieta

  suoni la volonta`, suoni ‘l disio,

  a che la mia risposta e` gia` decreta!>>.

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

  pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno

  che fece crescer l’ali al voler mio.

Poi cominciai cosi`: <<L’affetto e ‘l senno,

  come la prima equalita` v’apparse,

  d’un peso per ciascun di voi si fenno,

pero` che ‘l sol che v’allumo` e arse,

  col caldo e con la luce e` si` iguali,

  che tutte simiglianze sono scarse.

Ma voglia e argomento ne’ mortali,

  per la cagion ch’a voi e` manifesta,

  diversamente son pennuti in ali;

ond’io, che son mortal, mi sento in questa

  disagguaglianza, e pero` non ringrazio

  se non col core a la paterna festa.

Ben supplico io a te, vivo topazio

  che questa gioia preziosa ingemmi,

  perche’ mi facci del tuo nome sazio>>.

<<O fronda mia in che io compiacemmi

  pur aspettando, io fui la tua radice>>:

  cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: <<Quel da cui si dice

  tua cognazione e che cent’anni e piue

  girato ha ‘l monte in la prima cornice,

mio figlio fu e tuo bisavol fue:

  ben si convien che la lunga fatica

  tu li raccorci con l’opere tue.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

  ond’ella toglie ancora e terza e nona,

  si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

  non gonne contigiate, non cintura

  che fosse a veder piu` che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

  la figlia al padre, che ‘l tempo e la dote

  non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vote;

  non v’era giunto ancor Sardanapalo

  a mostrar cio` che ‘n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo

  dal vostro Uccellatoio, che, com’e` vinto

  nel montar su`, cosi` sara` nel calo.

Bellincion Berti vid’io andar cinto

  di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio

  la donna sua sanza ‘l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio

  esser contenti a la pelle scoperta,

  e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa

  de la sua sepultura, e ancor nulla

  era per Francia nel letto diserta.

L’una vegghiava a studio de la culla,

  e, consolando, usava l’idioma

  che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma,

  favoleggiava con la sua famiglia

  d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia

  una Cianghella, un Lapo Salterello,

  qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A cosi` riposato, a cosi` bello

  viver di cittadini, a cosi` fida

  cittadinanza, a cosi` dolce ostello,

Maria mi die`, chiamata in alte grida;

  e ne l’antico vostro Batisteo

  insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo;

  mia donna venne a me di val di Pado,

  e quindi il sopranome tuo si feo.

Poi seguitai lo ‘mperador Currado;

  ed el mi cinse de la sua milizia,

  tanto per bene ovrar li venni in grado.

Dietro li andai incontro a la nequizia

  di quella legge il cui popolo usurpa,

  per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

Quivi fu’ io da quella gente turpa

  disviluppato dal mondo fallace,

  lo cui amor molt’anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace>>.

Paradiso: Canto XVI

O poca nostra nobilta` di sangue,

  se gloriar di te la gente fai

  qua giu` dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sara` mai:

  che’ la` dove appetito non si torce,

  dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:

  si` che, se non s’appon di di` in die,

  lo tempo va dintorno con le force.

Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,

  in che la sua famiglia men persevra,

  ricominciaron le parole mie;

onde Beatrice, ch’era un poco scevra,

  ridendo, parve quella che tossio

  al primo fallo scritto di Ginevra.

Io cominciai: <<Voi siete il padre mio;

  voi mi date a parlar tutta baldezza;

  voi mi levate si`, ch’i’ son piu` ch’io.

Per tanti rivi s’empie d’allegrezza

  la mente mia, che di se’ fa letizia

  perche’ puo` sostener che non si spezza.

Ditemi dunque, cara mia primizia,

  quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni

  che si segnaro in vostra puerizia;

ditemi de l’ovil di San Giovanni

  quanto era allora, e chi eran le genti

  tra esso degne di piu` alti scanni>>.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti

  carbone in fiamma, cosi` vid’io quella

  luce risplendere a’ miei blandimenti;

e come a li occhi miei si fe’ piu` bella,

  cosi` con voce piu` dolce e soave,

  ma non con questa moderna favella,

dissemi: <<Da quel di` che fu detto ‘Ave’

  al parto in che mia madre, ch’e` or santa,

  s’allevio` di me ond’era grave,

al suo Leon cinquecento cinquanta

  e trenta fiate venne questo foco

  a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

Li antichi miei e io nacqui nel loco

  dove si truova pria l’ultimo sesto

  da quei che corre il vostro annual gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo:

  chi ei si fosser e onde venner quivi,

  piu` e` tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi

  da poter arme tra Marte e ‘l Batista,

  eran il quinto di quei ch’or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch’e` or mista

  di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

  pura vediesi ne l’ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine

  quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo

  e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo

  del villan d’Aguglion, di quel da Signa,

  che gia` per barattare ha l’occhio aguzzo!

Se la gente ch’al mondo piu` traligna

  non fosse stata a Cesare noverca,

  ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto e` fiorentino e cambia e merca,

  che si sarebbe volto a Simifonti,

  la` dove andava l’avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;

  sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,

  e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone

  principio fu del mal de la cittade,

  come del vostro il cibo che s’appone;

e cieco toro piu` avaccio cade

  che cieco agnello; e molte volte taglia

  piu` e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

  come sono ite, e come se ne vanno

  di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno

  non ti parra` nova cosa ne’ forte,

  poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte,

  si` come voi; ma celasi in alcuna

  che dura molto, e le vite son corte.

E come ‘l volger del ciel de la luna

  cuopre e discuopre i liti sanza posa,

  cosi` fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa

  cio` ch’io diro` de li alti Fiorentini

  onde e` la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,

  Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

  gia` nel calare, illustri cittadini;

e vidi cosi` grandi come antichi,

  con quel de la Sannella, quel de l’Arca,

  e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch’al presente e` carca

  di nova fellonia di tanto peso

  che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond’e` disceso

  il conte Guido e qualunque del nome

  de l’alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva gia` come

  regger si vuole, e avea Galigaio

  dorata in casa sua gia` l’elsa e ‘l pome.

Grand’era gia` la colonna del Vaio,

  Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

  e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

  era gia` grande, e gia` eran tratti

  a le curule Sizii e Arrigucci.

Oh quali io vidi quei che son disfatti

  per lor superbia! e le palle de l’oro

  fiorian Fiorenza in tutt’i suoi gran fatti.

Cosi` facieno i padri di coloro

  che, sempre che la vostra chiesa vaca,

  si fanno grassi stando a consistoro.

L’oltracotata schiatta che s’indraca

  dietro a chi fugge, e a chi mostra ‘l dente

  o ver la borsa, com’agnel si placa,

gia` venia su`, ma di picciola gente;

  si` che non piacque ad Ubertin Donato

  che poi il suocero il fe’ lor parente.

Gia` era ‘l Caponsacco nel mercato

  disceso giu` da Fiesole, e gia` era

  buon cittadino Giuda e Infangato.

Io diro` cosa incredibile e vera:

  nel picciol cerchio s’entrava per porta

  che si nomava da quei de la Pera.

Ciascun che de la bella insegna porta

  del gran barone il cui nome e ‘l cui pregio

  la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio;

  avvegna che con popol si rauni

  oggi colui che la fascia col fregio.

Gia` eran Gualterotti e Importuni;

  e ancor saria Borgo piu` quieto,

  se di novi vicin fosser digiuni.

La casa di che nacque il vostro fleto,

  per lo giusto disdegno che v’ha morti,

  e puose fine al vostro viver lieto,

era onorata, essa e suoi consorti:

  o Buondelmonte, quanto mal fuggisti

  le nozze sue per li altrui conforti!

Molti sarebber lieti, che son tristi,

  se Dio t’avesse conceduto ad Ema

  la prima volta ch’a citta` venisti.

Ma conveniesi a quella pietra scema

  che guarda ‘l ponte, che Fiorenza fesse

  vittima ne la sua pace postrema.

Con queste genti, e con altre con esse,

  vid’io Fiorenza in si` fatto riposo,

  che non avea cagione onde piangesse:

con queste genti vid’io glorioso

  e giusto il popol suo, tanto che ‘l giglio

  non era ad asta mai posto a ritroso,

ne’ per division fatto vermiglio>>.

Paradiso: Canto XVII

Qual venne a Climene’, per accertarsi

  di cio` ch’avea incontro a se’ udito,

  quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;

tal era io, e tal era sentito

  e da Beatrice e da la santa lampa

  che pria per me avea mutato sito.

Per che mia donna <<Manda fuor la vampa

  del tuo disio>>, mi disse, <<si` ch’ella esca

  segnata bene de la interna stampa;

non perche’ nostra conoscenza cresca

  per tuo parlare, ma perche’ t’ausi

  a dir la sete, si` che l’uom ti mesca>>.

<<O cara piota mia che si` t’insusi,

  che, come veggion le terrene menti

  non capere in triangol due ottusi,

cosi` vedi le cose contingenti

  anzi che sieno in se’, mirando il punto

  a cui tutti li tempi son presenti;

mentre ch’io era a Virgilio congiunto

  su per lo monte che l’anime cura

  e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fuor di mia vita futura

  parole gravi, avvegna ch’io mi senta

  ben tetragono ai colpi di ventura;

per che la voglia mia saria contenta

  d’intender qual fortuna mi s’appressa;

  che’ saetta previsa vien piu` lenta>>.

Cosi` diss’io a quella luce stessa

  che pria m’avea parlato; e come volle

  Beatrice, fu la mia voglia confessa.

Ne’ per ambage, in che la gente folle

  gia` s’inviscava pria che fosse anciso

  l’Agnel di Dio che le peccata tolle,

ma per chiare parole e con preciso

  latin rispuose quello amor paterno,

  chiuso e parvente del suo proprio riso:

<<La contingenza, che fuor del quaderno

  de la vostra matera non si stende,

  tutta e` dipinta nel cospetto etterno:

necessita` pero` quindi non prende

  se non come dal viso in che si specchia

  nave che per torrente giu` discende.

Da indi, si` come viene ad orecchia

  dolce armonia da organo, mi viene

  a vista il tempo che ti s’apparecchia.

Qual si partio Ipolito d’Atene

  per la spietata e perfida noverca,

  tal di Fiorenza partir ti convene.

Questo si vuole e questo gia` si cerca,

  e tosto verra` fatto a chi cio` pensa

  la` dove Cristo tutto di` si merca.

La colpa seguira` la parte offensa

  in grido, come suol; ma la vendetta

  fia testimonio al ver che la dispensa.

Tu lascerai ogne cosa diletta

  piu` caramente; e questo e` quello strale

  che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai si` come sa di sale

  lo pane altrui, e come e` duro calle

  lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

E quel che piu` ti gravera` le spalle,

  sara` la compagnia malvagia e scempia

  con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

  si fara` contr’a te; ma, poco appresso,

  ella, non tu, n’avra` rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

  fara` la prova; si` ch’a te fia bello

  averti fatta parte per te stesso.

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello

  sara` la cortesia del gran Lombardo

  che ‘n su la scala porta il santo uccello;

ch’in te avra` si` benigno riguardo,

  che del fare e del chieder, tra voi due,

  fia primo quel che tra li altri e` piu` tardo.

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue,

  nascendo, si` da questa stella forte,

  che notabili fier l’opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte

  per la novella eta`, che’ pur nove anni

  son queste rote intorno di lui torte;

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni,

  parran faville de la sua virtute

  in non curar d’argento ne’ d’affanni.

Le sue magnificenze conosciute

  saranno ancora, si` che ‘ suoi nemici

  non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

  per lui fia trasmutata molta gente,

  cambiando condizion ricchi e mendici;

e portera’ne scritto ne la mente

  di lui, e nol dirai>>; e disse cose

  incredibili a quei che fier presente.

Poi giunse: <<Figlio, queste son le chiose

  di quel che ti fu detto; ecco le ‘nsidie

  che dietro a pochi giri son nascose.

Non vo’ pero` ch’a’ tuoi vicini invidie,

  poscia che s’infutura la tua vita

  vie piu` la` che ‘l punir di lor perfidie>>.

Poi che, tacendo, si mostro` spedita

  l’anima santa di metter la trama

  in quella tela ch’io le porsi ordita,

io cominciai, come colui che brama,

  dubitando, consiglio da persona

  che vede e vuol dirittamente e ama:

<<Ben veggio, padre mio, si` come sprona

  lo tempo verso me, per colpo darmi

  tal, ch’e` piu` grave a chi piu` s’abbandona;

per che di provedenza e` buon ch’io m’armi,

  si` che, se loco m’e` tolto piu` caro,

  io non perdessi li altri per miei carmi.

Giu` per lo mondo sanza fine amaro,

  e per lo monte del cui bel cacume

  li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,

  ho io appreso quel che s’io ridico,

  a molti fia sapor di forte agrume;

e s’io al vero son timido amico,

  temo di perder viver tra coloro

  che questo tempo chiameranno antico>>.

La luce in che rideva il mio tesoro

  ch’io trovai li`, si fe’ prima corusca,

  quale a raggio di sole specchio d’oro;

indi rispuose: <<Coscienza fusca

  o de la propria o de l’altrui vergogna

  pur sentira` la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

  tutta tua vision fa manifesta;

  e lascia pur grattar dov’e` la rogna.

Che’ se la voce tua sara` molesta

  nel primo gusto, vital nodrimento

  lascera` poi, quando sara` digesta.

Questo tuo grido fara` come vento,

  che le piu` alte cime piu` percuote;

  e cio` non fa d’onor poco argomento.

Pero` ti son mostrate in queste rote,

  nel monte e ne la valle dolorosa

  pur l’anime che son di fama note,

che l’animo di quel ch’ode, non posa

  ne’ ferma fede per essempro ch’aia

  la sua radice incognita e ascosa,

ne’ per altro argomento che non paia>>.

Paradiso: Canto XVIII

Gia` si godeva solo del suo verbo

  quello specchio beato, e io gustava

  lo mio, temprando col dolce l’acerbo;

e quella donna ch’a Dio mi menava

  disse: <<Muta pensier; pensa ch’i’ sono

  presso a colui ch’ogne torto disgrava>>.

Io mi rivolsi a l’amoroso suono

  del mio conforto; e qual io allor vidi

  ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:

non perch’io pur del mio parlar diffidi,

  ma per la mente che non puo` redire

  sovra se’ tanto, s’altri non la guidi.

Tanto poss’io di quel punto ridire,

  che, rimirando lei, lo mio affetto

  libero fu da ogne altro disire,

fin che ‘l piacere etterno, che diretto

  raggiava in Beatrice, dal bel viso

  mi contentava col secondo aspetto.

Vincendo me col lume d’un sorriso,

  ella mi disse: <<Volgiti e ascolta;

  che’ non pur ne’ miei occhi e` paradiso>>.

Come si vede qui alcuna volta

  l’affetto ne la vista, s’elli e` tanto,

  che da lui sia tutta l’anima tolta,

cosi` nel fiammeggiar del folgor santo,

  a ch’io mi volsi, conobbi la voglia

  in lui di ragionarmi ancora alquanto.

El comincio`: <<In questa quinta soglia

  de l’albero che vive de la cima

  e frutta sempre e mai non perde foglia,

spiriti son beati, che giu`, prima

  che venissero al ciel, fuor di gran voce,

  si` ch’ogne musa ne sarebbe opima.

Pero` mira ne’ corni de la croce:

  quello ch’io nomero`, li` fara` l’atto

  che fa in nube il suo foco veloce>>.

Io vidi per la croce un lume tratto

  dal nomar Iosue`, com’el si feo;

  ne’ mi fu noto il dir prima che ‘l fatto.

E al nome de l’alto Macabeo

  vidi moversi un altro roteando,

  e letizia era ferza del paleo.

Cosi` per Carlo Magno e per Orlando

  due ne segui` lo mio attento sguardo,

  com’occhio segue suo falcon volando.

Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo

  e ‘l duca Gottifredi la mia vista

  per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

Indi, tra l’altre luci mota e mista,

  mostrommi l’alma che m’avea parlato

  qual era tra i cantor del cielo artista.

Io mi rivolsi dal mio destro lato

  per vedere in Beatrice il mio dovere,

  o per parlare o per atto, segnato;

e vidi le sue luci tanto mere,

  tanto gioconde, che la sua sembianza

  vinceva li altri e l’ultimo solere.

E come, per sentir piu` dilettanza

  bene operando, l’uom di giorno in giorno

  s’accorge che la sua virtute avanza,

si` m’accors’io che ‘l mio girare intorno

  col cielo insieme avea cresciuto l’arco,

  veggendo quel miracol piu` addorno.

E qual e` ‘l trasmutare in picciol varco

  di tempo in bianca donna, quando ‘l volto

  suo si discarchi di vergogna il carco,

tal fu ne li occhi miei, quando fui volto,

  per lo candor de la temprata stella

  sesta, che dentro a se’ m’avea ricolto.

Io vidi in quella giovial facella

  lo sfavillar de l’amor che li` era,

  segnare a li occhi miei nostra favella.

E come augelli surti di rivera,

  quasi congratulando a lor pasture,

  fanno di se’ or tonda or altra schiera,

si` dentro ai lumi sante creature

  volitando cantavano, e faciensi

  or D, or I, or L in sue figure.

Prima, cantando, a sua nota moviensi;

  poi, diventando l’un di questi segni,

  un poco s’arrestavano e taciensi.

O diva Pegasea che li ‘ngegni

  fai gloriosi e rendili longevi,

  ed essi teco le cittadi e ‘ regni,

illustrami di te, si` ch’io rilevi

  le lor figure com’io l’ho concette:

  paia tua possa in questi versi brevi!

Mostrarsi dunque in cinque volte sette

  vocali e consonanti; e io notai

  le parti si`, come mi parver dette.

‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai

  fur verbo e nome di tutto ‘l dipinto;

  ‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.

Poscia ne l’emme del vocabol quinto

  rimasero ordinate; si` che Giove

  pareva argento li` d’oro distinto.

E vidi scendere altre luci dove

  era il colmo de l’emme, e li` quetarsi

  cantando, credo, il ben ch’a se’ le move.

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi

  surgono innumerabili faville,

  onde li stolti sogliono agurarsi,

resurger parver quindi piu` di mille

  luci e salir, qual assai e qual poco,

  si` come ‘l sol che l’accende sortille;

e quietata ciascuna in suo loco,

  la testa e ‘l collo d’un’aguglia vidi

  rappresentare a quel distinto foco.

Quei che dipinge li`, non ha chi ‘l guidi;

  ma esso guida, e da lui si rammenta

  quella virtu` ch’e` forma per li nidi.

L’altra beatitudo, che contenta

  pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,

  con poco moto seguito` la ‘mprenta.

O dolce stella, quali e quante gemme

  mi dimostraro che nostra giustizia

  effetto sia del ciel che tu ingemme!

Per ch’io prego la mente in che s’inizia

  tuo moto e tua virtute, che rimiri

  ond’esce il fummo che ‘l tuo raggio vizia;

si` ch’un’altra fiata omai s’adiri

  del comperare e vender dentro al templo

  che si muro` di segni e di martiri.

O milizia del ciel cu’ io contemplo,

  adora per color che sono in terra

  tutti sviati dietro al malo essemplo!

Gia` si solea con le spade far guerra;

  ma or si fa togliendo or qui or quivi

  lo pan che ‘l pio Padre a nessun serra.

Ma tu che sol per cancellare scrivi,

  pensa che Pietro e Paulo, che moriro

  per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Ben puoi tu dire: <<I’ ho fermo ‘l disiro

  si` a colui che volle viver solo

  e che per salti fu tratto al martiro,

ch’io non conosco il pescator ne’ Polo>>.

Paradiso: Canto XIX

Parea dinanzi a me con l’ali aperte

  la bella image che nel dolce frui

  liete facevan l’anime conserte;

parea ciascuna rubinetto in cui

  raggio di sole ardesse si` acceso,

  che ne’ miei occhi rifrangesse lui.

E quel che mi convien ritrar testeso,

  non porto` voce mai, ne’ scrisse incostro,

  ne’ fu per fantasia gia` mai compreso;

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,

  e sonar ne la voce e <<io>> e <<mio>>,

  quand’era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.

E comincio`: <<Per esser giusto e pio

  son io qui essaltato a quella gloria

  che non si lascia vincere a disio;

e in terra lasciai la mia memoria

  si` fatta, che le genti li` malvage

  commendan lei, ma non seguon la storia>>.

Cosi` un sol calor di molte brage

  si fa sentir, come di molti amori

  usciva solo un suon di quella image.

Ond’io appresso: <<O perpetui fiori

  de l’etterna letizia, che pur uno

  parer mi fate tutti vostri odori,

solvetemi, spirando, il gran digiuno

  che lungamente m’ha tenuto in fame,

  non trovandoli in terra cibo alcuno.

Ben so io che, se ‘n cielo altro reame

  la divina giustizia fa suo specchio,

  che ‘l vostro non l’apprende con velame.

Sapete come attento io m’apparecchio

  ad ascoltar; sapete qual e` quello

  dubbio che m’e` digiun cotanto vecchio>>.

Quasi falcone ch’esce del cappello,

  move la testa e con l’ali si plaude,

  voglia mostrando e faccendosi bello,

vid’io farsi quel segno, che di laude

  de la divina grazia era contesto,

  con canti quai si sa chi la` su` gaude.

Poi comincio`: <<Colui che volse il sesto

  a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

  distinse tanto occulto e manifesto,

non pote’ suo valor si` fare impresso

  in tutto l’universo, che ‘l suo verbo

  non rimanesse in infinito eccesso.

E cio` fa certo che ‘l primo superbo,

  che fu la somma d’ogne creatura,

  per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch’ogne minor natura

  e` corto recettacolo a quel bene

  che non ha fine e se’ con se’ misura.

Dunque vostra veduta, che convene

  esser alcun de’ raggi de la mente

  di che tutte le cose son ripiene,

non po` da sua natura esser possente

  tanto, che suo principio discerna

  molto di la` da quel che l’e` parvente.

Pero` ne la giustizia sempiterna

  la vista che riceve il vostro mondo,

  com’occhio per lo mare, entro s’interna;

che, ben che da la proda veggia il fondo,

  in pelago nol vede; e nondimeno

  eli, ma cela lui l’esser profondo.

Lume non e`, se non vien dal sereno

  che non si turba mai; anzi e` tenebra

  od ombra de la carne o suo veleno.

Assai t’e` mo aperta la latebra

  che t’ascondeva la giustizia viva,

  di che facei question cotanto crebra;

che’ tu dicevi: “Un uom nasce a la riva

  de l’Indo, e quivi non e` chi ragioni

  di Cristo ne’ chi legga ne’ chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni

  sono, quanto ragione umana vede,

  sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:

  ov’e` questa giustizia che ‘l condanna?

  ov’e` la colpa sua, se ei non crede?”

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,

  per giudicar di lungi mille miglia

  con la veduta corta d’una spanna?

Certo a colui che meco s’assottiglia,

  se la Scrittura sovra voi non fosse,

  da dubitar sarebbe a maraviglia.

Oh terreni animali! oh menti grosse!

  La prima volonta`, ch’e` da se’ buona,

  da se’, ch’e` sommo ben, mai non si mosse.

Cotanto e` giusto quanto a lei consuona:

  nullo creato bene a se’ la tira,

  ma essa, radiando, lui cagiona>>.

Quale sovresso il nido si rigira

  poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,

  e come quel ch’e` pasto la rimira;

cotal si fece, e si` levai i cigli,

  la benedetta imagine, che l’ali

  movea sospinte da tanti consigli.

Roteando cantava, e dicea: <<Quali

  son le mie note a te, che non le ‘ntendi,

  tal e` il giudicio etterno a voi mortali>>.

Poi si quetaro quei lucenti incendi

  de lo Spirito Santo ancor nel segno

  che fe’ i Romani al mondo reverendi,

esso ricomincio`: <<A questo regno

  non sali` mai chi non credette ‘n Cristo,

  ne’ pria ne’ poi ch’el si chiavasse al legno.

Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,

  che saranno in giudicio assai men prope

  a lui, che tal che non conosce Cristo;

e tai Cristian dannera` l’Etiope,

  quando si partiranno i due collegi,

  l’uno in etterno ricco e l’altro inope.

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,

  come vedranno quel volume aperto

  nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Li` si vedra`, tra l’opere d’Alberto,

  quella che tosto movera` la penna,

  per che ‘l regno di Praga fia diserto.

Li` si vedra` il duol che sovra Senna

  induce, falseggiando la moneta,

  quel che morra` di colpo di cotenna.

Li` si vedra` la superbia ch’asseta,

  che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,

  si` che non puo` soffrir dentro a sua meta.

Vedrassi la lussuria e ‘l viver molle

  di quel di Spagna e di quel di Boemme,

  che mai valor non conobbe ne’ volle.

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme

  segnata con un i la sua bontate,

  quando ‘l contrario segnera` un emme.

Vedrassi l’avarizia e la viltate

  di quei che guarda l’isola del foco,

  ove Anchise fini` la lunga etate;

e a dare ad intender quanto e` poco,

  la sua scrittura fian lettere mozze,

  che noteranno molto in parvo loco.

E parranno a ciascun l’opere sozze

  del barba e del fratel, che tanto egregia

  nazione e due corone han fatte bozze.

E quel di Portogallo e di Norvegia

  li` si conosceranno, e quel di Rascia

  che male ha visto il conio di Vinegia.

Oh beata Ungheria, se non si lascia

  piu` malmenare! e beata Navarra,

  se s’armasse del monte che la fascia!

E creder de’ ciascun che gia`, per arra

  di questo, Niccosia e Famagosta

  per la lor bestia si lamenti e garra,

che dal fianco de l’altre non si scosta>>.

Paradiso: Canto XX

Quando colui che tutto ‘l mondo alluma

  de l’emisperio nostro si` discende,

  che ‘l giorno d’ogne parte si consuma,

lo ciel, che sol di lui prima s’accende,

  subitamente si rifa` parvente

  per molte luci, in che una risplende;

e questo atto del ciel mi venne a mente,

  come ‘l segno del mondo e de’ suoi duci

  nel benedetto rostro fu tacente;

pero` che tutte quelle vive luci,

  vie piu` lucendo, cominciaron canti

  da mia memoria labili e caduci.

O dolce amor che di riso t’ammanti,

  quanto parevi ardente in que’ flailli,

  ch’avieno spirto sol di pensier santi!

Poscia che i cari e lucidi lapilli

  ond’io vidi ingemmato il sesto lume

  puoser silenzio a li angelici squilli,

udir mi parve un mormorar di fiume

  che scende chiaro giu` di pietra in pietra,

  mostrando l’uberta` del suo cacume.

E come suono al collo de la cetra

  prende sua forma, e si` com’al pertugio

  de la sampogna vento che penetra,

cosi`, rimosso d’aspettare indugio,

  quel mormorar de l’aguglia salissi

  su per lo collo, come fosse bugio.

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

  per lo suo becco in forma di parole,

  quali aspettava il core ov’io le scrissi.

<<La parte in me che vede e pate il sole

  ne l’aguglie mortali>>, incominciommi,

  <<or fisamente riguardar si vole,

perche’ d’i fuochi ond’io figura fommi,

  quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,

  e’ di tutti lor gradi son li sommi.

Colui che luce in mezzo per pupilla,

  fu il cantor de lo Spirito Santo,

  che l’arca traslato` di villa in villa:

ora conosce il merto del suo canto,

  in quanto effetto fu del suo consiglio,

  per lo remunerar ch’e` altrettanto.

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,

  colui che piu` al becco mi s’accosta,

  la vedovella consolo` del figlio:

ora conosce quanto caro costa

  non seguir Cristo, per l’esperienza

  di questa dolce vita e de l’opposta.

E quel che segue in la circunferenza

  di che ragiono, per l’arco superno,

  morte indugio` per vera penitenza:

ora conosce che ‘l giudicio etterno

  non si trasmuta, quando degno preco

  fa crastino la` giu` de l’odierno.

L’altro che segue, con le leggi e meco,

  sotto buona intenzion che fe’ mal frutto,

  per cedere al pastor si fece greco:

ora conosce come il mal dedutto

  dal suo bene operar non li e` nocivo,

  avvegna che sia ‘l mondo indi distrutto.

E quel che vedi ne l’arco declivo,

  Guiglielmo fu, cui quella terra plora

  che piagne Carlo e Federigo vivo:

ora conosce come s’innamora

  lo ciel del giusto rege, e al sembiante

  del suo fulgore il fa vedere ancora.

Chi crederebbe giu` nel mondo errante,

  che Rifeo Troiano in questo tondo

  fosse la quinta de le luci sante?

Ora conosce assai di quel che ‘l mondo

  veder non puo` de la divina grazia,

  ben che sua vista non discerna il fondo>>.

Quale allodetta che ‘n aere si spazia

  prima cantando, e poi tace contenta

  de l’ultima dolcezza che la sazia,

tal mi sembio` l’imago de la ‘mprenta

  de l’etterno piacere, al cui disio

  ciascuna cosa qual ell’e` diventa.

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio

  li` quasi vetro a lo color ch’el veste,

  tempo aspettar tacendo non patio,

ma de la bocca, <<Che cose son queste?>>,

  mi pinse con la forza del suo peso:

  per ch’io di coruscar vidi gran feste.

Poi appresso, con l’occhio piu` acceso,

  lo benedetto segno mi rispuose

  per non tenermi in ammirar sospeso:

<<Io veggio che tu credi queste cose

  perch’io le dico, ma non vedi come;

  si` che, se son credute, sono ascose.

Fai come quei che la cosa per nome

  apprende ben, ma la sua quiditate

  veder non puo` se altri non la prome.

Regnum celorum violenza pate

  da caldo amore e da viva speranza,

  che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,

  ma vince lei perche’ vuole esser vinta,

  e, vinta, vince con sua beninanza.

La prima vita del ciglio e la quinta

  ti fa maravigliar, perche’ ne vedi

  la region de li angeli dipinta.

D’i corpi suoi non uscir, come credi,

  Gentili, ma Cristiani, in ferma fede

  quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.

Che’ l’una de lo ‘nferno, u’ non si riede

  gia` mai a buon voler, torno` a l’ossa;

  e cio` di viva spene fu mercede:

di viva spene, che mise la possa

  ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,

  si` che potesse sua voglia esser mossa.

L’anima gloriosa onde si parla,

  tornata ne la carne, in che fu poco,

  credette in lui che potea aiutarla;

e credendo s’accese in tanto foco

  di vero amor, ch’a la morte seconda

  fu degna di venire a questo gioco.

L’altra, per grazia che da si` profonda

  fontana stilla, che mai creatura

  non pinse l’occhio infino a la prima onda,

tutto suo amor la` giu` pose a drittura:

  per che, di grazia in grazia, Dio li aperse

  l’occhio a la nostra redenzion futura;

ond’ei credette in quella, e non sofferse

  da indi il puzzo piu` del paganesmo;

  e riprendiene le genti perverse.

Quelle tre donne li fur per battesmo

  che tu vedesti da la destra rota,

  dinanzi al battezzar piu` d’un millesmo.

O predestinazion, quanto remota

  e` la radice tua da quelli aspetti

  che la prima cagion non veggion tota!

E voi, mortali, tenetevi stretti

  a giudicar; che’ noi, che Dio vedemo,

  non conosciamo ancor tutti li eletti;

ed enne dolce cosi` fatto scemo,

  perche’ il ben nostro in questo ben s’affina,

  che quel che vole Iddio, e noi volemo>>.

Cosi` da quella imagine divina,

  per farmi chiara la mia corta vista,

  data mi fu soave medicina.

E come a buon cantor buon citarista

  fa seguitar lo guizzo de la corda,

  in che piu` di piacer lo canto acquista,

si`, mentre ch’e’ parlo`, si` mi ricorda

  ch’io vidi le due luci benedette,

  pur come batter d’occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette.

Paradiso: Canto XXI

Gia` eran li occhi miei rifissi al volto

  de la mia donna, e l’animo con essi,

  e da ogne altro intento s’era tolto.

E quella non ridea; ma <<S’io ridessi>>,

  mi comincio`, <<tu ti faresti quale

  fu Semele` quando di cener fessi;

che’ la bellezza mia, che per le scale

  de l’etterno palazzo piu` s’accende,

  com’hai veduto, quanto piu` si sale,

se non si temperasse, tanto splende,

  che ‘l tuo mortal podere, al suo fulgore,

  sarebbe fronda che trono scoscende.

Noi sem levati al settimo splendore,

  che sotto ‘l petto del Leone ardente

  raggia mo misto giu` del suo valore.

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,

  e fa di quelli specchi a la figura

  che ‘n questo specchio ti sara` parvente>>.

Qual savesse qual era la pastura

  del viso mio ne l’aspetto beato

  quand’io mi trasmutai ad altra cura,

conoscerebbe quanto m’era a grato

  ubidire a la mia celeste scorta,

  contrapesando l’un con l’altro lato.

Dentro al cristallo che ‘l vocabol porta,

  cerchiando il mondo, del suo caro duce

  sotto cui giacque ogne malizia morta,

di color d’oro in che raggio traluce

  vid’io uno scaleo eretto in suso

  tanto, che nol seguiva la mia luce.

Vidi anche per li gradi scender giuso

  tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume

  che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

E come, per lo natural costume,

  le pole insieme, al cominciar del giorno,

  si movono a scaldar le fredde piume;

poi altre vanno via sanza ritorno,

  altre rivolgon se’ onde son mosse,

  e altre roteando fan soggiorno;

tal modo parve me che quivi fosse

  in quello sfavillar che ‘nsieme venne,

  si` come in certo grado si percosse.

E quel che presso piu` ci si ritenne,

  si fe’ si` chiaro, ch’io dicea pensando:

  ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.

Ma quella ond’io aspetto il come e ‘l quando

  del dire e del tacer, si sta; ond’io,

  contra ‘l disio, fo ben ch’io non dimando’.

Per ch’ella, che vedea il tacer mio

  nel veder di colui che tutto vede,

  mi disse: <<Solvi il tuo caldo disio>>.

E io incominciai: <<La mia mercede

  non mi fa degno de la tua risposta;

  ma per colei che ‘l chieder mi concede,

vita beata che ti stai nascosta

  dentro a la tua letizia, fammi nota

  la cagion che si` presso mi t’ha posta;

e di’ perche’ si tace in questa rota

  la dolce sinfonia di paradiso,

  che giu` per l’altre suona si` divota>>.

<<Tu hai l’udir mortal si` come il viso>>,

  rispuose a me; <<onde qui non si canta

  per quel che Beatrice non ha riso.

Giu` per li gradi de la scala santa

  discesi tanto sol per farti festa

  col dire e con la luce che mi ammanta;

ne’ piu` amor mi fece esser piu` presta;

  che’ piu` e tanto amor quinci su` ferve,

  si` come il fiammeggiar ti manifesta.

Ma l’alta carita`, che ci fa serve

  pronte al consiglio che ‘l mondo governa,

  sorteggia qui si` come tu osserve>>.

<<Io veggio ben>>, diss’io, <<sacra lucerna,

  come libero amore in questa corte

  basta a seguir la provedenza etterna;

ma questo e` quel ch’a cerner mi par forte,

  perche’ predestinata fosti sola

  a questo officio tra le tue consorte>>.

Ne’ venni prima a l’ultima parola,

  che del suo mezzo fece il lume centro,

  girando se’ come veloce mola;

poi rispuose l’amor che v’era dentro:

  <<Luce divina sopra me s’appunta,

  penetrando per questa in ch’io m’inventro,

la cui virtu`, col mio veder congiunta,

  mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio

  la somma essenza de la quale e` munta.

Quinci vien l’allegrezza ond’io fiammeggio;

  per ch’a la vista mia, quant’ella e` chiara,

  la chiarita` de la fiamma pareggio.

Ma quell’alma nel ciel che piu` si schiara,

  quel serafin che ‘n Dio piu` l’occhio ha fisso,

  a la dimanda tua non satisfara,

pero` che si` s’innoltra ne lo abisso

  de l’etterno statuto quel che chiedi,

  che da ogne creata vista e` scisso.

E al mondo mortal, quando tu riedi,

  questo rapporta, si` che non presumma

  a tanto segno piu` mover li piedi.

La mente, che qui luce, in terra fumma;

  onde riguarda come puo` la` giue

  quel che non pote perche’ ‘l ciel l’assumma>>.

Si` mi prescrisser le parole sue,

  ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi

  a dimandarla umilmente chi fue.

<<Tra ‘ due liti d’Italia surgon sassi,

  e non molto distanti a la tua patria,

  tanto che ‘ troni assai suonan piu` bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,

  di sotto al quale e` consecrato un ermo,

  che suole esser disposto a sola latria>>.

Cosi` ricominciommi il terzo sermo;

  e poi, continuando, disse: <<Quivi

  al servigio di Dio mi fe’ si` fermo,

che pur con cibi di liquor d’ulivi

  lievemente passava caldi e geli,

  contento ne’ pensier contemplativi.

Render solea quel chiostro a questi cieli

  fertilemente; e ora e` fatto vano,

  si` che tosto convien che si riveli.

In quel loco fu’ io Pietro Damiano,

  e Pietro Peccator fu’ ne la casa

  di Nostra Donna in sul lito adriano.

Poca vita mortal m’era rimasa,

  quando fui chiesto e tratto a quel cappello,

  che pur di male in peggio si travasa.

Venne Cefas e venne il gran vasello

  de lo Spirito Santo, magri e scalzi,

  prendendo il cibo da qualunque ostello.

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi

  li moderni pastori e chi li meni,

  tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

Cuopron d’i manti loro i palafreni,

  si` che due bestie van sott’una pelle:

  oh pazienza che tanto sostieni!>>.

A questa voce vid’io piu` fiammelle

  di grado in grado scendere e girarsi,

  e ogne giro le facea piu` belle.

Dintorno a questa vennero e fermarsi,

  e fero un grido di si` alto suono,

  che non potrebbe qui assomigliarsi;

ne’ io lo ‘ntesi, si` mi vinse il tuono.

Paradiso: Canto XXII

Oppresso di stupore, a la mia guida

  mi volsi, come parvol che ricorre

  sempre cola` dove piu` si confida;

e quella, come madre che soccorre

  subito al figlio palido e anelo

  con la sua voce, che ‘l suol ben disporre,

mi disse: <<Non sai tu che tu se’ in cielo?

  e non sai tu che ‘l cielo e` tutto santo,

  e cio` che ci si fa vien da buon zelo?

Come t’avrebbe trasmutato il canto,

  e io ridendo, mo pensar lo puoi,

  poscia che ‘l grido t’ha mosso cotanto;

nel qual, se ‘nteso avessi i prieghi suoi,

  gia` ti sarebbe nota la vendetta

  che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua su` non taglia in fretta

  ne’ tardo, ma’ ch’al parer di colui

  che disiando o temendo l’aspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;

  ch’assai illustri spiriti vedrai,

  se com’io dico l’aspetto redui>>.

Come a lei piacque, li occhi ritornai,

  e vidi cento sperule che ‘nsieme

  piu` s’abbellivan con mutui rai.

Io stava come quei che ‘n se’ repreme

  la punta del disio, e non s’attenta

  di domandar, si` del troppo si teme;

e la maggiore e la piu` luculenta

  di quelle margherite innanzi fessi,

  per far di se’ la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udi’: <<Se tu vedessi

  com’io la carita` che tra noi arde,

  li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perche’ tu, aspettando, non tarde

  a l’alto fine, io ti faro` risposta

  pur al pensier, da che si` ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino e` ne la costa

  fu frequentato gia` in su la cima

  da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che su` vi portai prima

  lo nome di colui che ‘n terra addusse

  la verita` che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse,

  ch’io ritrassi le ville circunstanti

  da l’empio colto che ‘l mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti

  uomini fuoro, accesi di quel caldo

  che fa nascere i fiori e ‘ frutti santi.

Qui e` Maccario, qui e` Romoaldo,

  qui son li frati miei che dentro ai chiostri

  fermar li piedi e tennero il cor saldo>>.

E io a lui: <<L’affetto che dimostri

  meco parlando, e la buona sembianza

  ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

cosi` m’ha dilatata mia fidanza,

  come ‘l sol fa la rosa quando aperta

  tanto divien quant’ell’ha di possanza.

Pero` ti priego, e tu, padre, m’accerta

  s’io posso prender tanta grazia, ch’io

  ti veggia con imagine scoverta>>.

Ond’elli: <<Frate, il tuo alto disio

  s’adempiera` in su l’ultima spera,

  ove s’adempion tutti li altri e ‘l mio.

Ivi e` perfetta, matura e intera

  ciascuna disianza; in quella sola

  e` ogne parte la` ove sempr’era,

perche’ non e` in loco e non s’impola;

  e nostra scala infino ad essa varca,

  onde cosi` dal viso ti s’invola.

Infin la` su` la vide il patriarca

  Iacobbe porger la superna parte,

  quando li apparve d’angeli si` carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte

  da terra i piedi, e la regola mia

  rimasa e` per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia

  fatte sono spelonche, e le cocolle

  sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle

  contra ‘l piacer di Dio, quanto quel frutto

  che fa il cor de’ monaci si` folle;

che’ quantunque la Chiesa guarda, tutto

  e` de la gente che per Dio dimanda;

  non di parenti ne’ d’altro piu` brutto.

La carne d’i mortali e` tanto blanda,

  che giu` non basta buon cominciamento

  dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier comincio` sanz’oro e sanz’argento,

  e io con orazione e con digiuno,

  e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi ‘l principio di ciascuno,

  poscia riguardi la` dov’e` trascorso,

  tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan volto retrorso

  piu` fu, e ‘l mar fuggir, quando Dio volse,

  mirabile a veder che qui ‘l soccorso>>.

Cosi` mi disse, e indi si raccolse

  al suo collegio, e ‘l collegio si strinse;

  poi, come turbo, in su` tutto s’avvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse

  con un sol cenno su per quella scala,

  si` sua virtu` la mia natura vinse;

ne’ mai qua giu` dove si monta e cala

  naturalmente, fu si` ratto moto

  ch’agguagliar si potesse a la mia ala.

S’io torni mai, lettore, a quel divoto

  triunfo per lo quale io piango spesso

  le mie peccata e ‘l petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo

  nel foco il dito, in quant’io vidi ‘l segno

  che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O gloriose stelle, o lume pregno

  di gran virtu`, dal quale io riconosco

  tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s’ascondeva vosco

  quelli ch’e` padre d’ogne mortal vita,

  quand’io senti’ di prima l’aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita

  d’entrar ne l’alta rota che vi gira,

  la vostra region mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira

  l’anima mia, per acquistar virtute

  al passo forte che a se’ la tira.

<<Tu se’ si` presso a l’ultima salute>>,

  comincio` Beatrice, <<che tu dei

  aver le luci tue chiare e acute;

e pero`, prima che tu piu` t’inlei,

  rimira in giu`, e vedi quanto mondo

  sotto li piedi gia` esser ti fei;

si` che ‘l tuo cor, quantunque puo`, giocondo

  s’appresenti a la turba triunfante

  che lieta vien per questo etera tondo>>.

Col viso ritornai per tutte quante

  le sette spere, e vidi questo globo

  tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo

  che l’ha per meno; e chi ad altro pensa

  chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa

  sanza quell’ombra che mi fu cagione

  per che gia` la credetti rara e densa.

L’aspetto del tuo nato, Iperione,

  quivi sostenni, e vidi com’si move

  circa e vicino a lui Maia e Dione.

Quindi m’apparve il temperar di Giove

  tra ‘l padre e ‘l figlio: e quindi mi fu chiaro

  il variar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro

  quanto son grandi e quanto son veloci

  e come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

  volgendom’io con li etterni Gemelli,

  tutta m’apparve da’ colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Paradiso: Canto XXIII

Come l’augello, intra l’amate fronde,

  posato al nido de’ suoi dolci nati

  la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disiati

  e per trovar lo cibo onde li pasca,

  in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca,

  e con ardente affetto il sole aspetta,

  fiso guardando pur che l’alba nasca;

cosi` la donna mia stava eretta

  e attenta, rivolta inver’ la plaga

  sotto la quale il sol mostra men fretta:

si` che, veggendola io sospesa e vaga,

  fecimi qual e` quei che disiando

  altro vorria, e sperando s’appaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando,

  del mio attender, dico, e del vedere

  lo ciel venir piu` e piu` rischiarando;

e Beatrice disse: <<Ecco le schiere

  del triunfo di Cristo e tutto ‘l frutto

  ricolto del girar di queste spere!>>.

Pariemi che ‘l suo viso ardesse tutto,

  e li occhi avea di letizia si` pieni,

  che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne’ plenilunii sereni

  Trivia ride tra le ninfe etterne

  che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid’i’ sopra migliaia di lucerne

  un sol che tutte quante l’accendea,

  come fa ‘l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea

  la lucente sustanza tanto chiara

  nel viso mio, che non la sostenea.

Oh Beatrice, dolce guida e cara!

  Ella mi disse: <<Quel che ti sobranza

  e` virtu` da cui nulla si ripara.

Quivi e` la sapienza e la possanza

  ch’apri` le strade tra ‘l cielo e la terra,

  onde fu gia` si` lunga disianza>>.

Come foco di nube si diserra

  per dilatarsi si` che non vi cape,

  e fuor di sua natura in giu` s’atterra,

la mente mia cosi`, tra quelle dape

  fatta piu` grande, di se’ stessa uscio,

  e che si fesse rimembrar non sape.

<<Apri li occhi e riguarda qual son io;

  tu hai vedute cose, che possente

  se’ fatto a sostener lo riso mio>>.

Io era come quei che si risente

  di visione oblita e che s’ingegna

  indarno di ridurlasi a la mente,

quand’io udi’ questa proferta, degna

  di tanto grato, che mai non si stingue

  del libro che ‘l preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue

  che Polimnia con le suore fero

  del latte lor dolcissimo piu` pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero

  non si verria, cantando il santo riso

  e quanto il santo aspetto facea mero;

e cosi`, figurando il paradiso,

  convien saltar lo sacrato poema,

  come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema

  e l’omero mortal che se ne carca,

  nol biasmerebbe se sott’esso trema:

non e` pareggio da picciola barca

  quel che fendendo va l’ardita prora,

  ne’ da nocchier ch’a se’ medesmo parca.

<<Perche’ la faccia mia si` t’innamora,

  che tu non ti rivolgi al bel giardino

  che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

Quivi e` la rosa in che ‘l verbo divino

  carne si fece; quivi son li gigli

  al cui odor si prese il buon cammino>>.

Cosi` Beatrice; e io, che a’ suoi consigli

  tutto era pronto, ancora mi rendei

  a la battaglia de’ debili cigli.

Come a raggio di sol che puro mei

  per fratta nube, gia` prato di fiori

  vider, coverti d’ombra, li occhi miei;

vid’io cosi` piu` turbe di splendori,

  folgorate di su` da raggi ardenti,

  sanza veder principio di folgori.

O benigna vertu` che si` li ‘mprenti,

  su` t’essaltasti, per largirmi loco

  a li occhi li` che non t’eran possenti.

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco

  e mane e sera, tutto mi ristrinse

  l’animo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse

  il quale e il quanto de la viva stella

  che la` su` vince come qua giu` vinse,

per entro il cielo scese una facella,

  formata in cerchio a guisa di corona,

  e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia piu` dolce suona

  qua giu` e piu` a se’ l’anima tira,

  parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira

  onde si coronava il bel zaffiro

  del quale il ciel piu` chiaro s’inzaffira.

<<Io sono amore angelico, che giro

  l’alta letizia che spira del ventre

  che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre

  che seguirai tuo figlio, e farai dia

  piu` la spera suprema perche’ li` entre>>.

Cosi` la circulata melodia

  si sigillava, e tutti li altri lumi

  facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi

  del mondo, che piu` ferve e piu` s’avviva

  ne l’alito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi l’interna riva

  tanto distante, che la sua parvenza,

  la` dov’io era, ancor non appariva:

pero` non ebber li occhi miei potenza

  di seguitar la coronata fiamma

  che si levo` appresso sua semenza.

E come fantolin che ‘nver’ la mamma

  tende le braccia, poi che ‘l latte prese,

  per l’animo che ‘nfin di fuor s’infiamma;

ciascun di quei candori in su` si stese

  con la sua cima, si` che l’alto affetto

  ch’elli avieno a Maria mi fu palese.

Indi rimaser li` nel mio cospetto,

  ‘Regina celi’ cantando si` dolce,

  che mai da me non si parti` ‘l diletto.

Oh quanta e` l’uberta` che si soffolce

  in quelle arche ricchissime che fuoro

  a seminar qua giu` buone bobolce!

Quivi si vive e gode del tesoro

  che s’acquisto` piangendo ne lo essilio

  di Babillon, ove si lascio` l’oro.

Quivi triunfa, sotto l’alto Filio

  di Dio e di Maria, di sua vittoria,

  e con l’antico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.

Paradiso: Canto XXIV

<<O sodalizio eletto a la gran cena

  del benedetto Agnello, il qual vi ciba

  si`, che la vostra voglia e` sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba

  di quel che cade de la vostra mensa,

  prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a l’affezione immensa

  e roratelo alquanto: voi bevete

  sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa>>.

Cosi` Beatrice; e quelle anime liete

  si fero spere sopra fissi poli,

  fiammando, a volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d’oriuoli

  si giran si`, che ‘l primo a chi pon mente

  quieto pare, e l’ultimo che voli;

cosi` quelle carole, differente-

  mente danzando, de la sua ricchezza

  mi facieno stimar, veloci e lente.

Di quella ch’io notai di piu` carezza

  vid’io uscire un foco si` felice,

  che nullo vi lascio` di piu` chiarezza;

e tre fiate intorno di Beatrice

  si volse con un canto tanto divo,

  che la mia fantasia nol mi ridice.

Pero` salta la penna e non lo scrivo:

  che’ l’imagine nostra a cotai pieghe,

  non che ‘l parlare, e` troppo color vivo.

<<O santa suora mia che si` ne prieghe

  divota, per lo tuo ardente affetto

  da quella bella spera mi disleghe>>.

Poscia fermato, il foco benedetto

  a la mia donna dirizzo` lo spiro,

  che favello` cosi` com’i’ ho detto.

Ed ella: <<O luce etterna del gran viro

  a cui Nostro Segnor lascio` le chiavi,

  ch’ei porto` giu`, di questo gaudio miro,

tenta costui di punti lievi e gravi,

  come ti piace, intorno de la fede,

  per la qual tu su per lo mare andavi.

S’elli ama bene e bene spera e crede,

  non t’e` occulto, perche’ ‘l viso hai quivi

  dov’ogne cosa dipinta si vede;

ma perche’ questo regno ha fatto civi

  per la verace fede, a gloriarla,

  di lei parlare e` ben ch’a lui arrivi>>.

Si` come il baccialier s’arma e non parla

  fin che ‘l maestro la question propone,

  per approvarla, non per terminarla,

cosi` m’armava io d’ogne ragione

  mentre ch’ella dicea, per esser presto

  a tal querente e a tal professione.

<<Di’, buon Cristiano, fatti manifesto:

  fede che e`?>>. Ond’io levai la fronte

  in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte

  sembianze femmi perch’io spandessi

  l’acqua di fuor del mio interno fonte.

<<La Grazia che mi da` ch’io mi confessi>>,

  comincia’ io, <<da l’alto primipilo,

  faccia li miei concetti bene espressi>>.

E seguitai: <<Come ‘l verace stilo

  ne scrisse, padre, del tuo caro frate

  che mise teco Roma nel buon filo,

fede e` sustanza di cose sperate

  e argomento de le non parventi;

  e questa pare a me sua quiditate>>.

Allora udi’: <<Dirittamente senti,

  se bene intendi perche’ la ripuose

  tra le sustanze, e poi tra li argomenti>>.

E io appresso: <<Le profonde cose

  che mi largiscon qui la lor parvenza,

  a li occhi di la` giu` son si` ascose,

che l’esser loro v’e` in sola credenza,

  sopra la qual si fonda l’alta spene;

  e pero` di sustanza prende intenza.

E da questa credenza ci convene

  silogizzar, sanz’avere altra vista:

  pero` intenza d’argomento tene>>.

Allora udi’: <<Se quantunque s’acquista

  giu` per dottrina, fosse cosi` ‘nteso,

  non li` avria loco ingegno di sofista>>.

Cosi` spiro` di quello amore acceso;

  indi soggiunse: <<Assai bene e` trascorsa

  d’esta moneta gia` la lega e ‘l peso;

ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa>>.

  Ond’io: <<Si` ho, si` lucida e si` tonda,

  che nel suo conio nulla mi s’inforsa>>.

Appresso usci` de la luce profonda

  che li` splendeva: <<Questa cara gioia

  sopra la quale ogne virtu` si fonda,

onde ti venne?>>. E io: <<La larga ploia

  de lo Spirito Santo, ch’e` diffusa

  in su le vecchie e ‘n su le nuove cuoia,

e` silogismo che la m’ha conchiusa

  acutamente si`, che ‘nverso d’ella

  ogne dimostrazion mi pare ottusa>>.

Io udi’ poi: <<L’antica e la novella

  proposizion che cosi` ti conchiude,

  perche’ l’hai tu per divina favella?>>.

E io: <<La prova che ‘l ver mi dischiude,

  son l’opere seguite, a che natura

  non scalda ferro mai ne’ batte incude>>.

Risposto fummi: <<Di’, chi t’assicura

  che quell’opere fosser? Quel medesmo

  che vuol provarsi, non altri, il ti giura>>.

<<Se ‘l mondo si rivolse al cristianesmo>>,

  diss’io, <<sanza miracoli, quest’uno

  e` tal, che li altri non sono il centesmo:

che’ tu intrasti povero e digiuno

  in campo, a seminar la buona pianta

  che fu gia` vite e ora e` fatta pruno>>.

Finito questo, l’alta corte santa

  risono` per le spere un ‘Dio laudamo’

  ne la melode che la` su` si canta.

E quel baron che si` di ramo in ramo,

  essaminando, gia` tratto m’avea,

  che a l’ultime fronde appressavamo,

ricomincio`: <<La Grazia, che donnea

  con la tua mente, la bocca t’aperse

  infino a qui come aprir si dovea,

si` ch’io approvo cio` che fuori emerse;

  ma or conviene espremer quel che credi,

  e onde a la credenza tua s’offerse>>.

<<O santo padre, e spirito che vedi

  cio` che credesti si`, che tu vincesti

  ver’ lo sepulcro piu` giovani piedi>>,

comincia’ io, <<tu vuo’ ch’io manifesti

  la forma qui del pronto creder mio,

  e anche la cagion di lui chiedesti.

E io rispondo: Io credo in uno Dio

  solo ed etterno, che tutto ‘l ciel move,

  non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove

  fisice e metafisice, ma dalmi

  anche la verita` che quinci piove

per Moise`, per profeti e per salmi,

  per l’Evangelio e per voi che scriveste

  poi che l’ardente Spirto vi fe’ almi;

e credo in tre persone etterne, e queste

  credo una essenza si` una e si` trina,

  che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.

De la profonda condizion divina

  ch’io tocco mo, la mente mi sigilla

  piu` volte l’evangelica dottrina.

Quest’e` ‘l principio, quest’e` la favilla

  che si dilata in fiamma poi vivace,

  e come stella in cielo in me scintilla>>.

Come ‘l segnor ch’ascolta quel che i piace,

  da indi abbraccia il servo, gratulando

  per la novella, tosto ch’el si tace;

cosi`, benedicendomi cantando,

  tre volte cinse me, si` com’io tacqui,

  l’appostolico lume al cui comando

io avea detto: si` nel dir li piacqui!

Paradiso: Canto XXV

Se mai continga che ‘l poema sacro

  al quale ha posto mano e cielo e terra,

  si` che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudelta` che fuor mi serra

  del bello ovile ov’io dormi’ agnello,

  nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

  ritornero` poeta, e in sul fonte

  del mio battesmo prendero` ‘l cappello;

pero` che ne la fede, che fa conte

  l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi

  Pietro per lei si` mi giro` la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi

  di quella spera ond’usci` la primizia

  che lascio` Cristo d’i vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia,

  mi disse: <<Mira, mira: ecco il barone

  per cui la` giu` si vicita Galizia>>.

Si` come quando il colombo si pone

  presso al compagno, l’uno a l’altro pande,

  girando e mormorando, l’affezione;

cosi` vid’io l’un da l’altro grande

  principe glorioso essere accolto,

  laudando il cibo che la` su` li prande.

Ma poi che ‘l gratular si fu assolto,

  tacito coram me ciascun s’affisse,

  ignito si` che vincea ‘l mio volto.

Ridendo allora Beatrice disse:

  <<Inclita vita per cui la larghezza

  de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza:

  tu sai, che tante fiate la figuri,

  quante Iesu` ai tre fe’ piu` carezza>>.

<<Leva la testa e fa che t’assicuri:

  che cio` che vien qua su` del mortal mondo,

  convien ch’ai nostri raggi si maturi>>.

Questo conforto del foco secondo

  mi venne; ond’io levai li occhi a’ monti

  che li ‘ncurvaron pria col troppo pondo.

<<Poi che per grazia vuol che tu t’affronti

  lo nostro Imperadore, anzi la morte,

  ne l’aula piu` secreta co’ suoi conti,

si` che, veduto il ver di questa corte,

  la spene, che la` giu` bene innamora,

  in te e in altrui di cio` conforte,

di’ quel ch’ell’e`, di’ come se ne ‘nfiora

  la mente tua, e di` onde a te venne>>.

  Cosi` segui` ‘l secondo lume ancora.

E quella pia che guido` le penne

  de le mie ali a cosi` alto volo,

  a la risposta cosi` mi prevenne:

<<La Chiesa militante alcun figliuolo

  non ha con piu` speranza, com’e` scritto

  nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

pero` li e` conceduto che d’Egitto

  vegna in Ierusalemme per vedere,

  anzi che ‘l militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere

  son dimandati, ma perch’ei rapporti

  quanto questa virtu` t’e` in piacere,

a lui lasc’io, che’ non li saran forti

  ne’ di iattanza; ed elli a cio` risponda,

  e la grazia di Dio cio` li comporti>>.

Come discente ch’a dottor seconda

  pronto e libente in quel ch’elli e` esperto,

  perche’ la sua bonta` si disasconda,

<<Spene>>, diss’io, <<e` uno attender certo

  de la gloria futura, il qual produce

  grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce;

  ma quei la distillo` nel mio cor pria

  che fu sommo cantor del sommo duce.

‘Sperino in te’, ne la sua teodia

  dice, ‘color che sanno il nome tuo’:

  e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

  ne la pistola poi; si` ch’io son pieno,

  e in altrui vostra pioggia repluo>>.

Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno

  di quello incendio tremolava un lampo

  subito e spesso a guisa di baleno.

Indi spiro`: <<L’amore ond’io avvampo

  ancor ver’ la virtu` che mi seguette

  infin la palma e a l’uscir del campo,

vuol ch’io respiri a te che ti dilette

  di lei; ed emmi a grato che tu diche

  quello che la speranza ti ‘mpromette>>.

E io: <<Le nove e le scritture antiche

  pongon lo segno, ed esso lo mi addita,

  de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita

  ne la sua terra fia di doppia vesta:

  e la sua terra e` questa dolce vita;

e ‘l tuo fratello assai vie piu` digesta,

  la` dove tratta de le bianche stole,

  questa revelazion ci manifesta>>.

E prima, appresso al fin d’este parole,

  ‘Sperent in te’ di sopr’a noi s’udi`;

  a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiari`

  si` che, se ‘l Cancro avesse un tal cristallo,

  l’inverno avrebbe un mese d’un sol di`.

E come surge e va ed entra in ballo

  vergine lieta, sol per fare onore

  a la novizia, non per alcun fallo,

cosi` vid’io lo schiarato splendore

  venire a’ due che si volgieno a nota

  qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi li` nel canto e ne la rota;

  e la mia donna in lor tenea l’aspetto,

  pur come sposa tacita e immota.

<<Questi e` colui che giacque sopra ‘l petto

  del nostro pellicano, e questi fue

  di su la croce al grande officio eletto>>.

La donna mia cosi`; ne’ pero` piue

  mosser la vista sua di stare attenta

  poscia che prima le parole sue.

Qual e` colui ch’adocchia e s’argomenta

  di vedere eclissar lo sole un poco,

  che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec’io a quell’ultimo foco

  mentre che detto fu: <<Perche’ t’abbagli

  per veder cosa che qui non ha loco?

In terra e` terra il mio corpo, e saragli

  tanto con li altri, che ‘l numero nostro

  con l’etterno proposito s’agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro

  son le due luci sole che saliro;

  e questo apporterai nel mondo vostro>>.

A questa voce l’infiammato giro

  si quieto` con esso il dolce mischio

  che si facea nel suon del trino spiro,

si` come, per cessar fatica o rischio,

  li remi, pria ne l’acqua ripercossi,

  tutti si posano al sonar d’un fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi,

  quando mi volsi per veder Beatrice,

  per non poter veder, benche’ io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

Paradiso: Canto XXVI

Mentr’io dubbiava per lo viso spento,

  de la fulgida fiamma che lo spense

  usci` un spiro che mi fece attento,

dicendo: <<Intanto che tu ti risense

  de la vista che hai in me consunta,

  ben e` che ragionando la compense.

Comincia dunque; e di’ ove s’appunta

  l’anima tua, e fa’ ragion che sia

  la vista in te smarrita e non defunta:

perche’ la donna che per questa dia

  region ti conduce, ha ne lo sguardo

  la virtu` ch’ebbe la man d’Anania>>.

Io dissi: <<Al suo piacere e tosto e tardo

  vegna remedio a li occhi, che fuor porte

  quand’ella entro` col foco ond’io sempr’ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte,

  Alfa e O e` di quanta scrittura

  mi legge Amore o lievemente o forte>>.

Quella medesma voce che paura

  tolta m’avea del subito abbarbaglio,

  di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: <<Certo a piu` angusto vaglio

  ti conviene schiarar: dicer convienti

  chi drizzo` l’arco tuo a tal berzaglio>>.

E io: <<Per filosofici argomenti

  e per autorita` che quinci scende

  cotale amor convien che in me si ‘mprenti:

che’ ‘l bene, in quanto ben, come s’intende,

  cosi` accende amore, e tanto maggio

  quanto piu` di bontate in se’ comprende.

Dunque a l’essenza ov’e` tanto avvantaggio,

  che ciascun ben che fuor di lei si trova

  altro non e` ch’un lume di suo raggio,

piu` che in altra convien che si mova

  la mente, amando, di ciascun che cerne

  il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a l’intelletto mio sterne

  colui che mi dimostra il primo amore

  di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore,

  che dice a Moise`, di se’ parlando:

  ‘Io ti faro` vedere ogne valore’.

Sternilmi tu ancora, incominciando

  l’alto preconio che grida l’arcano

  di qui la` giu` sovra ogne altro bando>>.

E io udi’: <<Per intelletto umano

  e per autoritadi a lui concorde

  d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma di’ ancor se tu senti altre corde

  tirarti verso lui, si` che tu suone

  con quanti denti questo amor ti morde>>.

Non fu latente la santa intenzione

  de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi

  dove volea menar mia professione.

Pero` ricominciai: <<Tutti quei morsi

  che posson far lo cor volgere a Dio,

  a la mia caritate son concorsi:

che’ l’essere del mondo e l’esser mio,

  la morte ch’el sostenne perch’io viva,

  e quel che spera ogne fedel com’io,

con la predetta conoscenza viva,

  tratto m’hanno del mar de l’amor torto,

  e del diritto m’han posto a la riva.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto

  de l’ortolano etterno, am’io cotanto

  quanto da lui a lor di bene e` porto>>.

Si` com’io tacqui, un dolcissimo canto

  risono` per lo cielo, e la mia donna

  dicea con li altri: <<Santo, santo, santo!>>.

E come a lume acuto si disonna

  per lo spirto visivo che ricorre

  a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato cio` che vede aborre,

  si` nescia e` la subita vigilia

  fin che la stimativa non soccorre;

cosi` de li occhi miei ogni quisquilia

  fugo` Beatrice col raggio d’i suoi,

  che rifulgea da piu` di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi;

  e quasi stupefatto domandai

  d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

E la mia donna: <<Dentro da quei rai

  vagheggia il suo fattor l’anima prima

  che la prima virtu` creasse mai>>.

Come la fronda che flette la cima

  nel transito del vento, e poi si leva

  per la propria virtu` che la soblima,

fec’io in tanto in quant’ella diceva,

  stupendo, e poi mi rifece sicuro

  un disio di parlare ond’io ardeva.

E cominciai: <<O pomo che maturo

  solo prodotto fosti, o padre antico

  a cui ciascuna sposa e` figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplico

  perche’ mi parli: tu vedi mia voglia,

  e per udirti tosto non la dico>>.

Talvolta un animal coverto broglia,

  si` che l’affetto convien che si paia

  per lo seguir che face a lui la ‘nvoglia;

e similmente l’anima primaia

  mi facea trasparer per la coverta

  quant’ella a compiacermi venia gaia.

Indi spiro`: <<Sanz’essermi proferta

  da te, la voglia tua discerno meglio

  che tu qualunque cosa t’e` piu` certa;

perch’io la veggio nel verace speglio

  che fa di se’ pareglio a l’altre cose,

  e nulla face lui di se’ pareglio.

Tu vuogli udir quant’e` che Dio mi puose

  ne l’eccelso giardino, ove costei

  a cosi` lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,

  e la propria cagion del gran disdegno,

  e l’idioma ch’usai e che fei.

Or, figluol mio, non il gustar del legno

  fu per se’ la cagion di tanto essilio,

  ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

  quattromilia trecento e due volumi

  di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt’i lumi

  de la sua strada novecento trenta

  fiate, mentre ch’io in terra fu’ mi.

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

  innanzi che a l’ovra inconsummabile

  fosse la gente di Nembrot attenta:

che’ nullo effetto mai razionabile,

  per lo piacere uman che rinovella

  seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale e` ch’uom favella;

  ma cosi` o cosi`, natura lascia

  poi fare a voi secondo che v’abbella.

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

  I s’appellava in terra il sommo bene

  onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamo` poi: e cio` convene,

  che’ l’uso d’i mortali e` come fronda

  in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva piu` da l’onda,

  fu’ io, con vita pura e disonesta,

  da la prim’ora a quella che seconda,

come ‘l sol muta quadra, l’ora sesta>>.

Paradiso: Canto XXVII

‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,

  comincio`, ‘gloria!’, tutto ‘l paradiso,

  si` che m’inebriava il dolce canto.

Cio` ch’io vedeva mi sembiava un riso

  de l’universo; per che mia ebbrezza

  intrava per l’udire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!

  oh vita integra d’amore e di pace!

  oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face

  stavano accese, e quella che pria venne

  incomincio` a farsi piu` vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne,

  qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte

  fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte

  vice e officio, nel beato coro

  silenzio posto avea da ogne parte,

quand’io udi’: <<Se io mi trascoloro,

  non ti maravigliar, che’, dicend’io,

  vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,

  il luogo mio, il luogo mio, che vaca

  ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt’ha del cimitero mio cloaca

  del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso

  che cadde di qua su`, la` giu` si placa>>.

Di quel color che per lo sole avverso

  nube dipigne da sera e da mane,

  vid’io allora tutto ‘l ciel cosperso.

E come donna onesta che permane

  di se’ sicura, e per l’altrui fallanza,

  pur ascoltando, timida si fane,

cosi` Beatrice trasmuto` sembianza;

  e tale eclissi credo che ‘n ciel fue,

  quando pati` la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue

  con voce tanto da se’ trasmutata,

  che la sembianza non si muto` piue:

<<Non fu la sposa di Cristo allevata

  del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,

  per essere ad acquisto d’oro usata;

ma per acquisto d’esto viver lieto

  e Sisto e Pio e Calisto e Urbano

  sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano

  d’i nostri successor parte sedesse,

  parte da l’altra del popol cristiano;

ne’ che le chiavi che mi fuor concesse,

  divenisser signaculo in vessillo

  che contra battezzati combattesse;

ne’ ch’io fossi figura di sigillo

  a privilegi venduti e mendaci,

  ond’io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci

  si veggion di qua su` per tutti i paschi:

  o difesa di Dio, perche’ pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi

  s’apparecchian di bere: o buon principio,

  a che vil fine convien che tu caschi!

Ma l’alta provedenza, che con Scipio

  difese a Roma la gloria del mondo,

  soccorra` tosto, si` com’io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo

  ancor giu` tornerai, apri la bocca,

  e non asconder quel ch’io non ascondo>>.

Si` come di vapor gelati fiocca

  in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno

  de la capra del ciel col sol si tocca,

in su` vid’io cosi` l’etera addorno

  farsi e fioccar di vapor triunfanti

  che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,

  e segui` fin che ‘l mezzo, per lo molto,

  li tolse il trapassar del piu` avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto

  de l’attendere in su`, mi disse: <<Adima

  il viso e guarda come tu se’ volto>>.

Da l’ora ch’io avea guardato prima

  i’ vidi mosso me per tutto l’arco

  che fa dal mezzo al fine il primo clima;

si` ch’io vedea di la` da Gade il varco

  folle d’Ulisse, e di qua presso il lito

  nel qual si fece Europa dolce carco.

E piu` mi fora discoverto il sito

  di questa aiuola; ma ‘l sol procedea

  sotto i mie’ piedi un segno e piu` partito.

La mente innamorata, che donnea

  con la mia donna sempre, di ridure

  ad essa li occhi piu` che mai ardea;

e se natura o arte fe’ pasture

  da pigliare occhi, per aver la mente,

  in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber niente

  ver’ lo piacer divin che mi refulse,

  quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virtu` che lo sguardo m’indulse,

  del bel nido di Leda mi divelse,

  e nel ciel velocissimo m’impulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse

  si` uniforme son, ch’i’ non so dire

  qual Beatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedea ‘l mio disire,

  incomincio`, ridendo tanto lieta,

  che Dio parea nel suo volto gioire:

<<La natura del mondo, che quieta

  il mezzo e tutto l’altro intorno move,

  quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove

  che la mente divina, in che s’accende

  l’amor che ‘l volge e la virtu` ch’ei piove.

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,

  si` come questo li altri; e quel precinto

  colui che ‘l cinge solamente intende.

Non e` suo moto per altro distinto,

  ma li altri son mensurati da questo,

  si` come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo

  le sue radici e ne li altri le fronde,

  omai a te puo` esser manifesto.

Oh cupidigia che i mortali affonde

  si` sotto te, che nessuno ha podere

  di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;

  ma la pioggia continua converte

  in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte

  solo ne’ parvoletti; poi ciascuna

  pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuziendo ancor, digiuna,

  che poi divora, con la lingua sciolta,

  qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuziendo, ama e ascolta

  la madre sua, che, con loquela intera,

  disia poi di vederla sepolta.

Cosi` si fa la pelle bianca nera

  nel primo aspetto de la bella figlia

  di quel ch’apporta mane e lascia sera.

Tu, perche’ non ti facci maraviglia,

  pensa che ‘n terra non e` chi governi;

  onde si` svia l’umana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni

  per la centesma ch’e` la` giu` negletta,

  raggeran si` questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto s’aspetta,

  le poppe volgera` u’ son le prore,

  si` che la classe correra` diretta;

e vero frutto verra` dopo ‘l fiore>>.

Paradiso: Canto XXVIII

Poscia che ‘ncontro a la vita presente

  d’i miseri mortali aperse ‘l vero

  quella che ‘mparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero

  vede colui che se n’alluma retro,

  prima che l’abbia in vista o in pensiero,

e se’ rivolge per veder se ‘l vetro

  li dice il vero, e vede ch’el s’accorda

  con esso come nota con suo metro;

cosi` la mia memoria si ricorda

  ch’io feci riguardando ne’ belli occhi

  onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E com’io mi rivolsi e furon tocchi

  li miei da cio` che pare in quel volume,

  quandunque nel suo giro ben s’adocchi,

un punto vidi che raggiava lume

  acuto si`, che ‘l viso ch’elli affoca

  chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci piu` poca,

  parrebbe luna, locata con esso

  come stella con stella si colloca.

Forse cotanto quanto pare appresso

  alo cigner la luce che ‘l dipigne

  quando ‘l vapor che ‘l porta piu` e` spesso,

distante intorno al punto un cerchio d’igne

  si girava si` ratto, ch’avria vinto

  quel moto che piu` tosto il mondo cigne;

e questo era d’un altro circumcinto,

  e quel dal terzo, e ‘l terzo poi dal quarto,

  dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo si` sparto

  gia` di larghezza, che ‘l messo di Iuno

  intero a contenerlo sarebbe arto.

Cosi` l’ottavo e ‘l nono; e chiascheduno

  piu` tardo si movea, secondo ch’era

  in numero distante piu` da l’uno;

e quello avea la fiamma piu` sincera

  cui men distava la favilla pura,

  credo, pero` che piu` di lei s’invera.

La donna mia, che mi vedea in cura

  forte sospeso, disse: <<Da quel punto

  depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che piu` li e` congiunto;

  e sappi che ‘l suo muovere e` si` tosto

  per l’affocato amore ond’elli e` punto>>.

E io a lei: <<Se ‘l mondo fosse posto

  con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,

  sazio m’avrebbe cio` che m’e` proposto;

ma nel mondo sensibile si puote

  veder le volte tanto piu` divine,

  quant’elle son dal centro piu` remote.

Onde, se ‘l mio disir dee aver fine

  in questo miro e angelico templo

  che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come l’essemplo

  e l’essemplare non vanno d’un modo,

  che’ io per me indarno a cio` contemplo>>.

<<Se li tuoi diti non sono a tal nodo

  sufficienti, non e` maraviglia:

  tanto, per non tentare, e` fatto sodo!>>.

Cosi` la donna mia; poi disse: <<Piglia

  quel ch’io ti dicero`, se vuo’ saziarti;

  e intorno da esso t’assottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti

  secondo il piu` e ‘l men de la virtute

  che si distende per tutte lor parti.

Maggior bonta` vuol far maggior salute;

  maggior salute maggior corpo cape,

  s’elli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape

  l’altro universo seco, corrisponde

  al cerchio che piu` ama e che piu` sape:

per che, se tu a la virtu` circonde

  la tua misura, non a la parvenza

  de le sustanze che t’appaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza

  di maggio a piu` e di minore a meno,

  in ciascun cielo, a sua intelligenza>>.

Come rimane splendido e sereno

  l’emisperio de l’aere, quando soffia

  Borea da quella guancia ond’e` piu` leno,

per che si purga e risolve la roffia

  che pria turbava, si` che ‘l ciel ne ride

  con le bellezze d’ogne sua paroffia;

cosi` fec’io, poi che mi provide

  la donna mia del suo risponder chiaro,

  e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro,

  non altrimenti ferro disfavilla

  che bolle, come i cerchi sfavillaro.

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;

  ed eran tante, che ‘l numero loro

  piu` che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro

  al punto fisso che li tiene a li ubi,

  e terra` sempre, ne’ quai sempre fuoro.

E quella che vedea i pensier dubi

  ne la mia mente, disse: <<I cerchi primi

  t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.

Cosi` veloci seguono i suoi vimi,

  per somigliarsi al punto quanto ponno;

  e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che ‘ntorno li vonno,

  si chiaman Troni del divino aspetto,

  per che ‘l primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto

  quanto la sua veduta si profonda

  nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si puo` veder come si fonda

  l’essere beato ne l’atto che vede,

  non in quel ch’ama, che poscia seconda;

e del vedere e` misura mercede,

  che grazia partorisce e buona voglia:

  cosi` di grado in grado si procede.

L’altro ternaro, che cosi` germoglia

  in questa primavera sempiterna

  che notturno Ariete non dispoglia,

perpetualemente ‘Osanna’ sberna

  con tre melode, che suonano in tree

  ordini di letizia onde s’interna.

In essa gerarcia son l’altre dee:

  prima Dominazioni, e poi Virtudi;

  l’ordine terzo di Podestadi ee.

Poscia ne’ due penultimi tripudi

  Principati e Arcangeli si girano;

  l’ultimo e` tutto d’Angelici ludi.

Questi ordini di su` tutti s’ammirano,

  e di giu` vincon si`, che verso Dio

  tutti tirati sono e tutti tirano.

E Dionisio con tanto disio

  a contemplar questi ordini si mise,

  che li nomo` e distinse com’io.

Ma Gregorio da lui poi si divise;

  onde, si` tosto come li occhi aperse

  in questo ciel, di se’ medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse

  mortale in terra, non voglio ch’ammiri;

  che’ chi ‘l vide qua su` gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giri>>.

Paradiso: Canto XXIX

Quando ambedue li figli di Latona,

  coperti del Montone e de la Libra,

  fanno de l’orizzonte insieme zona,

quant’e` dal punto che ‘l cenit inlibra

  infin che l’uno e l’altro da quel cinto,

  cambiando l’emisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto,

  si tacque Beatrice, riguardando

  fiso nel punto che m’avea vinto.

Poi comincio`: <<Io dico, e non dimando,

  quel che tu vuoli udir, perch’io l’ho visto

  la` ‘ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a se’ di bene acquisto,

  ch’esser non puo`, ma perche’ suo splendore

  potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,

in sua etternita` di tempo fore,

  fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,

  s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.

Ne’ prima quasi torpente si giacque;

  che’ ne’ prima ne’ poscia procedette

  lo discorrer di Dio sovra quest’acque.

Forma e materia, congiunte e purette,

  usciro ad esser che non avia fallo,

  come d’arco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo

  raggio resplende si`, che dal venire

  a l’esser tutto non e` intervallo,

cosi` ‘l triforme effetto del suo sire

  ne l’esser suo raggio` insieme tutto

  sanza distinzione in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto

  a le sustanze; e quelle furon cima

  nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima;

  nel mezzo strinse potenza con atto

  tal vime, che gia` mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto

  di secoli de li angeli creati

  anzi che l’altro mondo fosse fatto;

ma questo vero e` scritto in molti lati

  da li scrittor de lo Spirito Santo,

  e tu te n’avvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto,

  che non concederebbe che ‘ motori

  sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori

  furon creati e come: si` che spenti

  nel tuo disio gia` son tre ardori.

Ne’ giugneriesi, numerando, al venti

  si` tosto, come de li angeli parte

  turbo` il suggetto d’i vostri alementi.

L’altra rimase, e comincio` quest’arte

  che tu discerni, con tanto diletto,

  che mai da circuir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto

  superbir di colui che tu vedesti

  da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti

  a riconoscer se’ da la bontate

  che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate

  con grazia illuminante e con lor merto,

  si c’hanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo,

  che ricever la grazia e` meritorio

  secondo che l’affetto l’e` aperto.

Omai dintorno a questo consistorio

  puoi contemplare assai, se le parole

  mie son ricolte, sanz’altro aiutorio.

Ma perche’ ‘n terra per le vostre scole

  si legge che l’angelica natura

  e` tal, che ‘ntende e si ricorda e vole,

ancor diro`, perche’ tu veggi pura

  la verita` che la` giu` si confonde,

  equivocando in si` fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde

  de la faccia di Dio, non volser viso

  da essa, da cui nulla si nasconde:

pero` non hanno vedere interciso

  da novo obietto, e pero` non bisogna

  rememorar per concetto diviso;

si` che la` giu`, non dormendo, si sogna,

  credendo e non credendo dicer vero;

  ma ne l’uno e` piu` colpa e piu` vergogna.

Voi non andate giu` per un sentiero

  filosofando: tanto vi trasporta

  l’amor de l’apparenza e ‘l suo pensiero!

E ancor questo qua su` si comporta

  con men disdegno che quando e` posposta

  la divina Scrittura o quando e` torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa

  seminarla nel mondo e quanto piace

  chi umilmente con essa s’accosta.

Per apparer ciascun s’ingegna e face

  sue invenzioni; e quelle son trascorse

  da’ predicanti e ‘l Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse

  ne la passion di Cristo e s’interpuose,

  per che ‘l lume del sol giu` non si porse;

e mente, che’ la luce si nascose

  da se’: pero` a li Spani e a l’Indi

  come a’ Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi

  quante si` fatte favole per anno

  in pergamo si gridan quinci e quindi;

si` che le pecorelle, che non sanno,

  tornan del pasco pasciute di vento,

  e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento:

  ‘Andate, e predicate al mondo ciance’;

  ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sono` ne le sue guance,

  si` ch’a pugnar per accender la fede

  de l’Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede

  a predicare, e pur che ben si rida,

  gonfia il cappuccio e piu` non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto s’annida,

  che se ‘l vulgo il vedesse, vederebbe

  la perdonanza di ch’el si confida;

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,

  che, sanza prova d’alcun testimonio,

  ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco sant’Antonio,

  e altri assai che sono ancor piu` porci,

  pagando di moneta sanza conio.

Ma perche’ siam digressi assai, ritorci

  li occhi oramai verso la dritta strada,

  si` che la via col tempo si raccorci.

Questa natura si` oltre s’ingrada

  in numero, che mai non fu loquela

  ne’ concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela

  per Daniel, vedrai che ‘n sue migliaia

  determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia,

  per tanti modi in essa si recepe,

  quanti son li splendori a chi s’appaia.

Onde, pero` che a l’atto che concepe

  segue l’affetto, d’amar la dolcezza

  diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi l’eccelso omai e la larghezza

  de l’etterno valor, poscia che tanti

  speculi fatti s’ha in che si spezza,

uno manendo in se’ come davanti>>.

Paradiso: Canto XXX

Forse semilia miglia di lontano

  ci ferve l’ora sesta, e questo mondo

  china gia` l’ombra quasi al letto piano,

quando ‘l mezzo del cielo, a noi profondo,

  comincia a farsi tal, ch’alcuna stella

  perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella

  del sol piu` oltre, cosi` ‘l ciel si chiude

  di vista in vista infino a la piu` bella.

Non altrimenti il triunfo che lude

  sempre dintorno al punto che mi vinse,

  parendo inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:

  per che tornar con li occhi a Beatrice

  nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice

  fosse conchiuso tutto in una loda,

  poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza ch’io vidi si trasmoda

  non pur di la` da noi, ma certo io credo

  che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo

  piu` che gia` mai da punto di suo tema

  soprato fosse comico o tragedo:

che’, come sole in viso che piu` trema,

  cosi` lo rimembrar del dolce riso

  la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso

  in questa vita, infino a questa vista,

  non m’e` il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista

  piu` dietro a sua bellezza, poetando,

  come a l’ultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando

  che quel de la mia tuba, che deduce

  l’ardua sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce

  ricomincio`: <<Noi siamo usciti fore

  del maggior corpo al ciel ch’e` pura luce:

luce intellettual, piena d’amore;

  amor di vero ben, pien di letizia;

  letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l’una e l’altra milizia

  di paradiso, e l’una in quelli aspetti

  che tu vedrai a l’ultima giustizia>>.

Come subito lampo che discetti

  li spiriti visivi, si` che priva

  da l’atto l’occhio di piu` forti obietti,

cosi` mi circunfulse luce viva,

  e lasciommi fasciato di tal velo

  del suo fulgor, che nulla m’appariva.

<<Sempre l’amor che queta questo cielo

  accoglie in se’ con si` fatta salute,

  per far disposto a sua fiamma il candelo>>.

Non fur piu` tosto dentro a me venute

  queste parole brievi, ch’io compresi

  me sormontar di sopr’a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi

  tale, che nulla luce e` tanto mera,

  che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera

  fulvido di fulgore, intra due rive

  dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive,

  e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,

  quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebriate da li odori,

  riprofondavan se’ nel miro gurge;

  e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.

<<L’alto disio che mo t’infiamma e urge,

  d’aver notizia di cio` che tu vei,

  tanto mi piace piu` quanto piu` turge;

ma di quest’acqua convien che tu bei

  prima che tanta sete in te si sazi>>:

  cosi` mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: <<Il fiume e li topazi

  ch’entrano ed escono e ‘l rider de l’erbe

  son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da se’ sian queste cose acerbe;

  ma e` difetto da la parte tua,

  che non hai viste ancor tanto superbe>>.

Non e` fantin che si` subito rua

  col volto verso il latte, se si svegli

  molto tardato da l’usanza sua,

come fec’io, per far migliori spegli

  ancor de li occhi, chinandomi a l’onda

  che si deriva perche’ vi s’immegli;

e si` come di lei bevve la gronda

  de le palpebre mie, cosi` mi parve

  di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve,

  che pare altro che prima, se si sveste

  la sembianza non sua in che disparve,

cosi` mi si cambiaro in maggior feste

  li fiori e le faville, si` ch’io vidi

  ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cu’ io vidi

  l’alto triunfo del regno verace,

  dammi virtu` a dir com’io il vidi!

Lume e` la` su` che visibile face

  lo creatore a quella creatura

  che solo in lui vedere ha la sua pace.

E’ si distende in circular figura,

  in tanto che la sua circunferenza

  sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza

  reflesso al sommo del mobile primo,

  che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo

  si specchia, quasi per vedersi addorno,

  quando e` nel verde e ne’ fioretti opimo,

si`, soprastando al lume intorno intorno,

  vidi specchiarsi in piu` di mille soglie

  quanto di noi la` su` fatto ha ritorno.

E se l’infimo grado in se’ raccoglie

  si` grande lume, quanta e` la larghezza

  di questa rosa ne l’estreme foglie!

La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza

  non si smarriva, ma tutto prendeva

  il quanto e ‘l quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, li`, ne’ pon ne’ leva:

  che’ dove Dio sanza mezzo governa,

  la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna,

  che si digrada e dilata e redole

  odor di lode al sol che sempre verna,

qual e` colui che tace e dicer vole,

  mi trasse Beatrice, e disse: <<Mira

  quanto e` ‘l convento de le bianche stole!

Vedi nostra citta` quant’ella gira;

  vedi li nostri scanni si` ripieni,

  che poca gente piu` ci si disira.

E ‘n quel gran seggio a che tu li occhi tieni

  per la corona che gia` v’e` su` posta,

  prima che tu a queste nozze ceni,

sedera` l’alma, che fia giu` agosta,

  de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia

  verra` in prima ch’ella sia disposta.

La cieca cupidigia che v’ammalia

  simili fatti v’ha al fantolino

  che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino

  allora tal, che palese e coverto

  non andera` con lui per un cammino.

Ma poco poi sara` da Dio sofferto

  nel santo officio; ch’el sara` detruso

  la` dove Simon mago e` per suo merto,

e fara` quel d’Alagna intrar piu` giuso>>.

Paradiso: Canto XXXI

In forma dunque di candida rosa

  mi si mostrava la milizia santa

  che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta

  la gloria di colui che la ‘nnamora

  e la bonta` che la fece cotanta,

si` come schiera d’ape, che s’infiora

  una fiata e una si ritorna

  la` dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna

  di tante foglie, e quindi risaliva

  la` dove ‘l suo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva,

  e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

  che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco

  porgevan de la pace e de l’ardore

  ch’elli acquistavan ventilando il fianco.

Ne’ l’interporsi tra ‘l disopra e ‘l fiore

  di tanta moltitudine volante

  impediva la vista e lo splendore:

che’ la luce divina e` penetrante

  per l’universo secondo ch’e` degno,

  si` che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudioso regno,

  frequente in gente antica e in novella,

  viso e amore avea tutto ad un segno.

O trina luce, che ‘n unica stella

  scintillando a lor vista, si` li appaga!

  guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga

  che ciascun giorno d’Elice si cuopra,

  rotante col suo figlio ond’ella e` vaga,

veggendo Roma e l’ardua sua opra,

  stupefaciensi, quando Laterano

  a le cose mortali ando` di sopra;

io, che al divino da l’umano,

  a l’etterno dal tempo era venuto,

  e di Fiorenza in popol giusto e sano

di che stupor dovea esser compiuto!

  Certo tra esso e ‘l gaudio mi facea

  libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea

  nel tempio del suo voto riguardando,

  e spera gia` ridir com’ello stea,

su per la viva luce passeggiando,

  menava io li occhi per li gradi,

  mo su`, mo giu` e mo recirculando.

Vedea visi a carita` suadi,

  d’altrui lume fregiati e di suo riso,

  e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso

  gia` tutta mio sguardo avea compresa,

  in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia riaccesa

  per domandar la mia donna di cose

  di che la mente mia era sospesa.

Uno intendea, e altro mi rispuose:

  credea veder Beatrice e vidi un sene

  vestito con le genti gloriose.

Diffuso era per li occhi e per le gene

  di benigna letizia, in atto pio

  quale a tenero padre si convene.

E <<Ov’e` ella?>>, subito diss’io.

  Ond’elli: <<A terminar lo tuo disiro

  mosse Beatrice me del loco mio;

e se riguardi su` nel terzo giro

  dal sommo grado, tu la rivedrai

  nel trono che suoi merti le sortiro>>.

Sanza risponder, li occhi su` levai,

  e vidi lei che si facea corona

  reflettendo da se’ li etterni rai.

Da quella region che piu` su` tona

  occhio mortale alcun tanto non dista,

  qualunque in mare piu` giu` s’abbandona,

quanto li` da Beatrice la mia vista;

  ma nulla mi facea, che’ sua effige

  non discendea a me per mezzo mista.

<<O donna in cui la mia speranza vige,

  e che soffristi per la mia salute

  in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant’i’ ho vedute,

  dal tuo podere e da la tua bontate

  riconosco la grazia e la virtute.

Tu m’hai di servo tratto a libertate

  per tutte quelle vie, per tutt’i modi

  che di cio` fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,

  si` che l’anima mia, che fatt’hai sana,

  piacente a te dal corpo si disnodi>>.

Cosi` orai; e quella, si` lontana

  come parea, sorrise e riguardommi;

  poi si torno` a l’etterna fontana.

E ‘l santo sene: <<Accio` che tu assommi

  perfettamente>>, disse, <<il tuo cammino,

  a che priego e amor santo mandommi,

vola con li occhi per questo giardino;

  che’ veder lui t’acconcera` lo sguardo

  piu` al montar per lo raggio divino.

E la regina del cielo, ond’io ardo

  tutto d’amor, ne fara` ogne grazia,

  pero` ch’i’ sono il suo fedel Bernardo>>.

Qual e` colui che forse di Croazia

  viene a veder la Veronica nostra,

  che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

  ‘Segnor mio Iesu` Cristo, Dio verace,

  or fu si` fatta la sembianza vostra?’;

tal era io mirando la vivace

  carita` di colui che ‘n questo mondo,

  contemplando, gusto` di quella pace.

<<Figliuol di grazia, quest’esser giocondo>>,

  comincio` elli, <<non ti sara` noto,

  tenendo li occhi pur qua giu` al fondo;

ma guarda i cerchi infino al piu` remoto,

  tanto che veggi seder la regina

  cui questo regno e` suddito e devoto>>.

Io levai li occhi; e come da mattina

  la parte oriental de l’orizzonte

  soverchia quella dove ‘l sol declina,

cosi`, quasi di valle andando a monte

  con li occhi, vidi parte ne lo stremo

  vincer di lume tutta l’altra fronte.

E come quivi ove s’aspetta il temo

  che mal guido` Fetonte, piu` s’infiamma,

  e quinci e quindi il lume si fa scemo,

cosi` quella pacifica oriafiamma

  nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte

  per igual modo allentava la fiamma;

e a quel mezzo, con le penne sparte,

  vid’io piu` di mille angeli festanti,

  ciascun distinto di fulgore e d’arte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti

  ridere una bellezza, che letizia

  era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s’io avessi in dir tanta divizia

  quanta ad imaginar, non ardirei

  lo minimo tentar di sua delizia.

Bernardo, come vide li occhi miei

  nel caldo suo caler fissi e attenti,

  li suoi con tanto affetto volse a lei,

che ‘ miei di rimirar fe’ piu` ardenti.

Paradiso: Canto XXXII

Affetto al suo piacer, quel contemplante

  libero officio di dottore assunse,

  e comincio` queste parole sante:

<<La piaga che Maria richiuse e unse,

  quella ch’e` tanto bella da’ suoi piedi

  e` colei che l’aperse e che la punse.

Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,

  siede Rachel di sotto da costei

  con Beatrice, si` come tu vedi.

Sarra e Rebecca, Iudit e colei

  che fu bisava al cantor che per doglia

  del fallo disse ‘Miserere mei’,

puoi tu veder cosi` di soglia in soglia

  giu` digradar, com’io ch’a proprio nome

  vo per la rosa giu` di foglia in foglia.

E dal settimo grado in giu`, si` come

  infino ad esso, succedono Ebree,

  dirimendo del fior tutte le chiome;

perche’, secondo lo sguardo che fee

  la fede in Cristo, queste sono il muro

  a che si parton le sacre scalee.

Da questa parte onde ‘l fiore e` maturo

  di tutte le sue foglie, sono assisi

  quei che credettero in Cristo venturo;

da l’altra parte onde sono intercisi

  di voti i semicirculi, si stanno

  quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.

E come quinci il glorioso scanno

  de la donna del cielo e li altri scanni

  di sotto lui cotanta cerna fanno,

cosi` di contra quel del gran Giovanni,

  che sempre santo ‘l diserto e ‘l martiro

  sofferse, e poi l’inferno da due anni;

e sotto lui cosi` cerner sortiro

  Francesco, Benedetto e Augustino

  e altri fin qua giu` di giro in giro.

Or mira l’alto proveder divino:

  che’ l’uno e l’altro aspetto de la fede

  igualmente empiera` questo giardino.

E sappi che dal grado in giu` che fiede

  a mezzo il tratto le due discrezioni,

  per nullo proprio merito si siede,

ma per l’altrui, con certe condizioni:

  che’ tutti questi son spiriti ascolti

  prima ch’avesser vere elezioni.

Ben te ne puoi accorger per li volti

  e anche per le voci puerili,

  se tu li guardi bene e se li ascolti.

Or dubbi tu e dubitando sili;

  ma io disciogliero` ‘l forte legame

  in che ti stringon li pensier sottili.

Dentro a l’ampiezza di questo reame

  casual punto non puote aver sito,

  se non come tristizia o sete o fame:

che’ per etterna legge e` stabilito

  quantunque vedi, si` che giustamente

  ci si risponde da l’anello al dito;

e pero` questa festinata gente

  a vera vita non e` sine causa

  intra se’ qui piu` e meno eccellente.

Lo rege per cui questo regno pausa

  in tanto amore e in tanto diletto,

  che nulla volonta` e` di piu` ausa,

le menti tutte nel suo lieto aspetto

  creando, a suo piacer di grazia dota

  diversamente; e qui basti l’effetto.

E cio` espresso e chiaro vi si nota

  ne la Scrittura santa in quei gemelli

  che ne la madre ebber l’ira commota.

Pero`, secondo il color d’i capelli,

  di cotal grazia l’altissimo lume

  degnamente convien che s’incappelli.

Dunque, sanza merce’ di lor costume,

  locati son per gradi differenti,

  sol differendo nel primiero acume.

Bastavasi ne’ secoli recenti

  con l’innocenza, per aver salute,

  solamente la fede d’i parenti;

poi che le prime etadi fuor compiute,

  convenne ai maschi a l’innocenti penne

  per circuncidere acquistar virtute;

ma poi che ‘l tempo de la grazia venne,

  sanza battesmo perfetto di Cristo

  tale innocenza la` giu` si ritenne.

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo

  piu` si somiglia, che’ la sua chiarezza

  sola ti puo` disporre a veder Cristo>>.

Io vidi sopra lei tanta allegrezza

  piover, portata ne le menti sante

  create a trasvolar per quella altezza,

che quantunque io avea visto davante,

  di tanta ammirazion non mi sospese,

  ne’ mi mostro` di Dio tanto sembiante;

e quello amor che primo li` discese,

  cantando ‘Ave, Maria, gratia plena’,

  dinanzi a lei le sue ali distese.

Rispuose a la divina cantilena

  da tutte parti la beata corte,

  si` ch’ogne vista sen fe’ piu` serena.

<<O santo padre, che per me comporte

  l’esser qua giu`, lasciando il dolce loco

  nel qual tu siedi per etterna sorte,

qual e` quell’angel che con tanto gioco

  guarda ne li occhi la nostra regina,

  innamorato si` che par di foco?>>.

Cosi` ricorsi ancora a la dottrina

  di colui ch’abbelliva di Maria,

  come del sole stella mattutina.

Ed elli a me: <<Baldezza e leggiadria

  quant’esser puote in angelo e in alma,

  tutta e` in lui; e si` volem che sia,

perch’elli e` quelli che porto` la palma

  giuso a Maria, quando ‘l Figliuol di Dio

  carcar si volse de la nostra salma.

Ma vieni omai con li occhi si` com’io

  andro` parlando, e nota i gran patrici

  di questo imperio giustissimo e pio.

Quei due che seggon la` su` piu` felici

  per esser propinquissimi ad Augusta,

  son d’esta rosa quasi due radici:

colui che da sinistra le s’aggiusta

  e` il padre per lo cui ardito gusto

  l’umana specie tanto amaro gusta;

dal destro vedi quel padre vetusto

  di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi

  raccomando` di questo fior venusto.

E quei che vide tutti i tempi gravi,

  pria che morisse, de la bella sposa

  che s’acquisto` con la lancia e coi clavi,

siede lungh’esso, e lungo l’altro posa

  quel duca sotto cui visse di manna

  la gente ingrata, mobile e retrosa.

Di contr’a Pietro vedi sedere Anna,

  tanto contenta di mirar sua figlia,

  che non move occhio per cantare osanna;

e contro al maggior padre di famiglia

  siede Lucia, che mosse la tua donna,

  quando chinavi, a rovinar, le ciglia.

Ma perche’ ‘l tempo fugge che t’assonna,

  qui farem punto, come buon sartore

  che com’elli ha del panno fa la gonna;

e drizzeremo li occhi al primo amore,

  si` che, guardando verso lui, penetri

  quant’e` possibil per lo suo fulgore.

Veramente, ne forse tu t’arretri

  movendo l’ali tue, credendo oltrarti,

  orando grazia conven che s’impetri

grazia da quella che puote aiutarti;

  e tu mi seguirai con l’affezione,

  si` che dal dicer mio lo cor non parti>>.

E comincio` questa santa orazione:

Paradiso: Canto XXXIII

<<Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

  umile e alta piu` che creatura,

  termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

  nobilitasti si`, che ‘l suo fattore

  non disdegno` di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

  per lo cui caldo ne l’etterna pace

  cosi` e` germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face

  di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

  se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

  che qual vuol grazia e a te non ricorre

  sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignita` non pur soccorre

  a chi domanda, ma molte fiate

  liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

  in te magnificenza, in te s’aduna

  quantunque in creatura e` di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna

  de l’universo infin qui ha vedute

  le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

  tanto, che possa con li occhi levarsi

  piu` alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

  piu` ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

  ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perche’ tu ogne nube li disleghi

  di sua mortalita` co’ prieghi tuoi,

  si` che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi

  cio` che tu vuoli, che conservi sani,

  dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

  vedi Beatrice con quanti beati

  per li miei prieghi ti chiudon le mani!>>.

Li occhi da Dio diletti e venerati,

  fissi ne l’orator, ne dimostraro

  quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,

  nel qual non si dee creder che s’invii

  per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’i disii

  appropinquava, si` com’io dovea,

  l’ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m’accennava, e sorridea,

  perch’io guardassi suso; ma io era

  gia` per me stesso tal qual ei volea:

che’ la mia vista, venendo sincera,

  e piu` e piu` intrava per lo raggio

  de l’alta luce che da se’ e` vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

  che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,

  e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual e` colui che sognando vede,

  che dopo ‘l sogno la passione impressa

  rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, che’ quasi tutta cessa

  mia visione, e ancor mi distilla

  nel core il dolce che nacque da essa.

Cosi` la neve al sol si disigilla;

  cosi` al vento ne le foglie levi

  si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi

  da’ concetti mortali, a la mia mente

  ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

  ch’una favilla sol de la tua gloria

  possa lasciare a la futura gente;

che’, per tornare alquanto a mia memoria

  e per sonare un poco in questi versi,

  piu` si concepera` di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi

  del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,

  se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui piu` ardito

  per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi

  l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’io presunsi

  ficcar lo viso per la luce etterna,

  tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna

  legato con amore in un volume,

  cio` che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume,

  quasi conflati insieme, per tal modo

  che cio` ch’i’ dico e` un semplice lume.

La forma universal di questo nodo

  credo ch’i’ vidi, perche’ piu` di largo,

  dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’e` maggior letargo

  che venticinque secoli a la ‘mpresa,

  che fe’ Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Cosi` la mente mia, tutta sospesa,

  mirava fissa, immobile e attenta,

  e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,

  che volgersi da lei per altro aspetto

  e` impossibil che mai si consenta;

pero` che ‘l ben, ch’e` del volere obietto,

  tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella

  e` defettivo cio` ch’e` li` perfetto.

Omai sara` piu` corta mia favella,

  pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

  che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perche’ piu` ch’un semplice sembiante

  fosse nel vivo lume ch’io mirava,

  che tal e` sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava

  in me guardando, una sola parvenza,

  mutandom’io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza

  de l’alto lume parvermi tre giri

  di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri

  parea reflesso, e ‘l terzo parea foco

  che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto e` corto il dire e come fioco

  al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,

  e` tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,

  sola t’intendi, e da te intelletta

  e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che si` concetta

  pareva in te come lume reflesso,

  da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da se’, del suo colore stesso,

  mi parve pinta de la nostra effige:

  per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual e` ‘l geometra che tutto s’affige

  per misurar lo cerchio, e non ritrova,

  pensando, quel principio ond’elli indige,

tal era io a quella vista nova:

  veder voleva come si convenne

  l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da cio` le proprie penne:

  se non che la mia mente fu percossa

  da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui manco` possa;

  ma gia` volgeva il mio disio e ‘l velle,

  si` come rota ch’igualmente e` mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Fonte: http://www.gutenberg.org/cache/epub/1000/pg1000.html

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